1. Sviluppo e sostenibilità: due termini incompatibili
“Sviluppo sostenibile”: binomio utilizzato per coniugare aggressione e cementificazione del territorio con la gestione politica e/o amministrativa di centrosinistra.
Per anni, anche in buona fede, molti hanno pensato che fosse possibile uno sviluppo sostenibile – Ong, associazioni, movimenti per la cooperazione hanno creduto che sviluppo significasse aumento del benessere – ma non è mai successo che uno sviluppo importato dall’esterno migliorasse le condizioni di vita della gente: al contrario, si è dimostrato che lo sviluppo non è né utile se pensato e costruito al di fuori dei luoghi in cui si insedia, né è esportabile.
E oggi i movimenti ambientalisti, tutti coloro che sono contrari alla globalizzazione neoliberista, studiosi/e che credono nella eco-sostenibilità finalmente riflettono sulla contraddizione fra questi due termini inconciliabili: lo sviluppo ha a che vedere con l’espansione delle relazioni di capitale – la sostenibilità ha a che vedere con l’armonizzazione dei rapporti tra esseri umani e natura. Lo sviluppo mira al profitto di pochi, la sostenibilità all’autogestione delle risorse di tutti.
Quello che segue, è il risultato delle discussioni e dei workshop tenutisi durante il “1° campeggio internazionale contro il ponte sullo Stretto”, ed evidenzia tali contraddizioni, indicando che cosa si intende per “sviluppo” e che cosa vuol dire “sostenibilità” – e dimostrando la totale incompatibilità tra i termini.
Si usa ancora, nella terminologia corrente, l’accoppiamento improprio delle due parole. Cominciare, nell’ambito della politica istituzionale e non, a riflettere sulla necessità della separazione tra i due concetti non è una questione formale, ma sostanziale.
“Sviluppo” è una parola a cui è stato attribuito un significato positivo dalla rivoluzione industriale di fine Settecento in poi. Ha diverse modalità di realizzazione, riconducibili però a un modello univoco, con le seguenti caratteristiche:
Decidere a livello centrale quali percorsi economici e sociali devono seguire i territori decentrati.
Negare le tradizioni, i valori, i modelli di produzione e riproduzione esistenti nei diversi territori, per imporre un modello di sviluppo che spazza via l’assetto societario preesistente.
Liberare investimenti, di cui solo una parte è realmente utilizzata, mentre il resto va a “consulenti” nazionali e lobbies locali, spesso colluse con mafia e massoneria.
Ignorare sistematicamente le priorità di persone e luoghi, imponendo insediamenti produttivi fortemente nocivi alla salute e devastanti per l’ambiente.
Presentare le opere imposte come risolutrici dei problemi di disoccupazione e arretratezza. Nel Meridione, in particolare, lo sviluppo è lavoro a termine e precario, in cui la sicurezza e la salute dei lavoratori sono sistematicamente non tutelati; e il ritardo che si vorrebbe colmare sacrifica radici, appartenenze, tradizioni.
Degradare l’ambiente, modificando gli ecosistemi, gli equilibri della terra, dell’acqua, dell’aria, resi sempre più fragili da interventi umani dissennati: lo sviluppo avvelena e mercifica la terra, inquina le acque e contamina l’aria.
Lo “sviluppo”, insomma, ci fa ammalare e ci fa morire.
Questo è lo sviluppo, è lo sviluppo del capitale – è l’unico che ci viene imposto e non ci va bene – per noi stessi, per i nostri amici, per i nostri figli, e per tutte le donne e gli uomini della terra.
Diciamo quindi: FERMIAMO LO SVILUPPO DEL CAPITALE
Diciamo pure: COSTRUIAMO MODELLI SOSTENIBILI con queste caratteristiche:
Spostare gli orizzonti di riferimento dell’economia e riflettere sul fatto che la bellezza dei territori e l’attenzione per le persone possono essere dei riferimenti per attività produttive e riproduttive non predatorie e non mercificanti orientate al benessere delle comunità.
Creare occupazione stabile, sicura e tutelata e potenziare le attività economiche specifiche dei territori, valorizzando i manufatti tradizionali e incrementando con politiche di incentivazione queste realtà produttive.
Sostenere la pluralità che nasce dalle diversità e specificità che i territori propongono al loro interno.
I modelli devono essere sostenibili dalle persone, dagli animali e dall’ambiente, non devono danneggiare la salute ma devono rispettare la terra, l’acqua, l’aria, senza occupare i territori con altro cemento. Va prestata attenzione a come valorizzare e recuperare i nostri paesi, come va prestata attenzione alla riduzione dei consumi energetici (un esempio per tutti: il surriscaldamento dell’atmosfera prodotto dall’uso domestico e non dei climatizzatori).
Tutto ciò deve partire da studi reali dei territori, dall’ascolto e dalla partecipazione delle persone che li abitano (per capire se e quali attività economiche insediare o potenziare) e dalla condivisione dal basso di tutti i processi decisionali – che devono essere sottoposti costantemente a forme auto-organizzate di controllo popolare.
MODELLI ECOSOSTENIBILI, quindi, che emergono dall’interno, dai territori, dalle donne e dagli uomini delle diverse generazioni.
Dobbiamo, adesso, dopo un secolo di saccheggiamenti e devastazioni senza limiti, recuperare il nostro rapporto con il pianeta, sapendo che noi ne siamo una parte, non i padroni, e pensare che alle generazioni che verranno non dobbiamo lasciare macerie e veleni, ma un mondo da vivere e da continuare a proteggere.
2. Il mezzogiorno: una prospettiva critica
Il Meridione è un’area geografica dove la precarietà storica si aggiunge al continuo peggioramento delle condizioni di vita in cui disagio e degrado sociale esprimono una continua negazione del diritto di cittadinanza per i ¾ della popolazione.
Il fenomeno migratorio interessa un esercito di manodopera non solo giovanile, ma anche di espulsi dai processi produttivi industriali e agricoli, provocando fenomeni di abbandono e desertificazione delle terre.
Il fenomeno migratorio implica anche un’emorragia di intelligenze, esperienze e saperi, che si spostano dal Sud al Nord per andare incontro a lavori e professioni sempre più precari, flessibili e sottopagati. La ripresa della migrazione interna nel nostro paese va compresa nel quadro dei flussi migratori per motivi economici che interessano sempre di più le nostre coste, terre di approdo alla fortezza Europa, con un carico crescente di morti per annegamento.
Il Mediterraneo, in cui si specchiano il Nord e il Sud di due continenti, è mare di guerra, di conflitti economici e di massicce migrazioni, sia economiche che politiche, come quelle provenienti dalle terre del Maghreb, dalla Palestina e dal Kurdistan, luoghi che presentano situazioni di invivibilità altissima, dove i diritti di cittadinanza sono sistematicamente negati da guerre e da condizioni di sottosviluppo imposte dai “padroni del mondo”. Questi popoli sono condannati a morire nei loro Paesi o a migrare, correndo il rischio di una detenzione illegittima nei Centri di Permanenza Temporanea, graziosamente rinominati “Centri di Accoglienza” dai paesi amici del Mediterraneo. È in questo contesto che l’Italia emana nuove leggi razziali, come la Bossi-Fini, e costruisce nuovi lager nel Sud dell’Italia, opportunamente controllati da apparati militari.
Inoltre cresce l’iniquità della distribuzione della ricchezza sociale, con l’aumento del costo della vita, a fronte del decremento del potere d’acquisto che la forte diminuzione del peso contrattuale delle associazioni sindacali e il passaggio all’EURO hanno determinato, e tendono a scomparire quei lavori artigianali che nel Sud rappresentavano una salvaguardia delle risorse e una corretta gestione di esse (legno, ferro, carta, etc.). Artigianato, agricoltura e patrimonio naturalistico potrebbero rappresentare per il Sud una fonte inesauribile di ricchezza per le comunità. Invece cozzano contro i processi di industrializzazione che, con le aree industriali e con le varie forme di trasformazione legate alla fabbrica, hanno ridotto dalla fine degli anni ‘60 vaste aree, un tempo legate all’agricoltura, in un cimitero di cemento armato.
Infatti, il mito della fabbrica e l’urbanizzazione selvaggia in nome dello “sviluppo” del Mezzogiorno caratterizzano e condizionano tuttora la disarmonia del rapporto individuo-natura, disarmonia che spesso si esprime in una selvaggia aggressione al nostro ecosistema, attraverso la promozione di colture intensive trattate con prodotti chimici e attraverso la subdola introduzione di colture transgeniche a cielo aperto, anche solo per scopi di ricerca, in alcune pianure del nostro Meridione.
Vengono così tradite e disperse le tradizioni e le conoscenze legate alla cura del nostro patrimonio naturale, come le filiere dei boschi e degli orti, le produzioni legate al baco da seta e alla ginestra e la trasformazione e conservazione in modo naturale dei prodotti della terra. Inoltre, il nostro ecosistema viene messo sempre più in pericolo dai cambiamenti climatici dovuti all’emissione di gas-serra e dall’inquinamento dovuto ai conflitti bellici.
Molto spesso le calamità “naturali” (Valtellina, Sarno, Soverato) sono preannunciate da dissesti idrogeologici che vengono trascurati e spesso nascosti in nome del profitto, del progresso, e dello “sviluppo”. La politica delle grandi opere continua ad essere, nonostante le avvisaglie del disastro ecologico, scelta primaria dei vari governi, sia locali che nazionali, sia di centrosinistra che di destra. Un esempio sono i lavori ancora in corso della Salerno-Reggio Calabria, che taglia come un coltello alcune regioni, mettendo a repentaglio il patrimonio boschivo, le pianure e i corsi d’acqua, i quali vengono cementificati e deviati. I lavori della “terza corsia” della SA-RC da Nocera inferiore fino a RC indeboliscono un ecosistema già messo a dura prova, tra l’altro in aree ad alto rischio sismico.
Rischi sismici, scempi edilizi, inquinamento contribuiscono a mettere a serio rischio una delle risorse più importanti: l’acqua. Il Sud è ricco di risorse idriche, nonostante ciò, più del 50% dell’acqua potabile si disperde a causa della fatiscenza delle reti idriche. A questo si somma la gestione mafiosa delle risorse idriche che colpisce vaste aree del Mezzogiorno. Inoltre, il processo di privatizzazione in atto sottrae alle comunità il diritto di accesso a questo bene pubblico.
Anche la politica degli inceneritori e la privatizzazione dei servizi pubblici di raccolta dei rifiuti incidono negativamente sull’ecosistema, sia per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria che quello di intere zone agricole. La FIAT, che licenzia ogni anno migliaia di lavoratori (Termini Imerese, Melfi, Torino) gestisce, anche attraverso società consorziate, il ciclo dell’incenerimento dei rifiuti, mentre le organizzazioni mafiose importano scorie nucleari dal resto dell’Europa per seppellirle nei nostri mari, fiumi, boschi e terreni agricoli. Infatti la mafia, nonostante il commissariamento in materia di rifiuti, riesce a controllare il territorio, dal seppellimento di 35 mila tonnellate di rifiuti tossici nella Piana di Sibari, provenienti dalla Pertusola di Crotone, al traffico di amianto, alla gestione di discariche controllate. La mafia è interna alle istituzioni, e attraverso di esse controlla sindaci e consigli comunali, regionali e provinciali, magistrati, forze dell’ordine.
Questi sono esempi di politica neoliberista attraverso cui lo stato (e l’Europa) cede ai privati la gestione di beni e servizi pubblici, questi sono i contesti geopolitici che fanno parte ormai della nostra quotidianità.
Il Sud è fatto di tanti piccoli paesi. Ogni paese è interessato da “piccole opere” che diventano “grandi” nel rapporto con la popolazione. Pensiamo agli investimenti sulla portualità in Calabria: oltre 30 i porti finanziati con finanziamenti regionali o mediante i POR, PIP, CEE, GAL, che, se realizzati, contribuiranno ancora di più alla già crescente erosione delle coste e all’inquinamento da carburanti provocato da migliaia di imbarcazioni. Pensiamo anche, nelle zone interne, ai nuovi impianti di risalita delle zone montane e alle strade di penetrazione nei parchi.
Tutto questo in nome del progresso, della velocità e dello sviluppo di un Meridione la cui diversità viene sistematicamente letta in termini di mancanza di sviluppo piuttosto che in termini di ricchezza culturale, sociale e di patrimonio ambientale.
Sviluppo e progresso che comportano inoltre una politica di militarizzazione e di conflitto permanente. La Sardegna, la Puglia, la Campania, rientranti storicamente nelle strategie militari statunitensi, sono diventate vere e proprie portaerei e, al di là degli insediamenti militari di terra, i nostri cieli e i nostri mari sono ormai diventati crocevia di mezzi di trasporto di ordigni atomici che, in modo mafioso e omertoso, vengono costantemente autorizzati.
La militarizzazione del territorio si aggiunge al ruolo di pattumiera, sia di scorie radioattive che di rifiuti e liquami tossici delle fabbriche del Nord dell’Europa, i quali trovano deposito nell’interno delle regioni del Sud, ingrassando ulteriormente i profitti di politici e di varie cosche mafiose.
A questo scempio complessivo, a discapito della nostra salute e di quella dei nostri figli e delle generazioni future, consegue lo sperpero di denaro pubblico, che potrebbe essere invece impiegato per garantire tutela dei territori, occupazione reale e forme di reddito sociale come misura di contrasto alla precarietà e alla disoccupazione.
Questo tipo di sviluppo prevede anche che il diritto allo studio e la qualità stessa del percorso di studi, o meglio della formazione pubblica, vengano progressivamente smantellati. Un processo che indebolisce ulteriormente la possibilità di accesso all’istruzione per le popolazioni meridionali, sia in termini di costi che di servizi.
Le piccole e grandi università del Meridione hanno promosso, dal dopoguerra in poi, l’evoluzione e i percorsi di liberazione di uomini e donne del Sud. Hanno promosso inoltre lo sviluppo della capacità critica, sono state freno alla migrazione delle intelligenze, permettendo a queste di realizzarsi nei territori di origine. Purtroppo, con le scelte dei governi e con le ultime finanziarie, tutto il sistema formativo subisce colpi durissimi.
Si assiste così alla trasformazione del sistema scolastico e di quello universitario in un nuovo modello “aziendale” che produce precarizzazione e frammentazione dei saperi, e che per funzionare, genera una massa di precari ultra flessibili, con diritti rosicati, del cui lavoro si arricchisce: ricercatori, dottorandi, contrattisti di ogni genere, borsisti, insegnanti, mentre gli studenti sono considerati solo utenti paganti. Questa progressiva mercificazione e privatizzazione del sapere crea un esercito di “operai immateriali” non solo al Sud, ma che a Sud riscatena il fenomeno migratorio delle intelligenze verso il Nord e ancor di più all’estero.
Continua così lo sradicamento e l’impoverimento: vecchio fenomeno, ma con nuove e diverse motivazioni. Il bisogno di trovare risorse costringe le università a rivolgersi ai privati, piegandosi alle esigenze del mercato neoliberista. Vengono così influenzati i percorsi formativi e la progettualità, spesso lontani e in contrasto con la vocazione dei nostri territori.
In nome dello sviluppo, passano sulle nostre teste e sulla nostra pelle innumerevoli opere dannose e inutili: il ponte sullo Stretto, l’alta velocità e le centrali a gas – riproposte con bombardamenti mediatici a fronte dello spauracchio dei “black out”.

3. Il ponte: megaprogetto inutile nel contesto geo-politico del Sud
Perché le economie neoliberiste hanno bisogno dei megaprogetti? Lo sviluppo funziona accentrando le risorse, non distribuendole, e ridisegnando la geografia dei paesi in funzione del profitto. Tutto ciò passa attraverso progressivi riaggiustamenti strutturali caratterizzati da megaprogetti come quelli in atto nel “terzo mondo”, che servono per il mantenimento degli standard di vita occidentali, e che sono stati finanziati da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Questo processo contribuisce a indebitare pesantemente i paesi in questione, i quali si sono “comprati” grandi dighe che hanno sommerso interi villaggi, interminabili oleodotti che hanno devastato foreste primarie, centrali idroelettriche che hanno deviato fiumi importanti, assetando intere comunità.
Questo tipo di riaggiustamenti è diventato necessario anche nelle periferie del centro “sviluppato”, in quelle aree di margine, di interfaccia della futura integrazione economica. Il Sud dell’Europa diventa il Nord del Mediterraneo.
Il ponte sullo Stretto si inserisce nell’attuale “piano nazionale grandi opere”, che è propagandato come volano dell’economia pubblica e privata, ma che invece altro non è che un tentativo di risposta alla crisi dello sviluppo neoliberista.
Questa forma “avanzata” di neoliberismo è caratterizzata da:
esproprio delle aree;
esproprio e privatizzazione delle risorse presenti sul territorio (quali gas, petrolio, acqua, legname e la stessa terra);
esternalizzazione dei costi umani ed ecologici sulle comunità più vulnerabili;
annichilimento delle economie locali (artigianato, piccola imprenditoria etc.);
azzeramento degli spazi democratici;
militarizzazione (rispondente ai meccanismi di sicurezza richiesti dalle grandi opere);
perdita dell’identità e del senso di appartenenza come popoli del Mediterraneo;
velocificazione delle relazioni sociali e perdita del rapporto col mare.
Da più di trent’anni e con grande sforzo mediatico, il ponte sullo Stretto è stato offerto all’immaginario collettivo come la grandiosa opera del Millennio, portatrice di sviluppo, ricchezza e occupazione. In realtà ha nascosto, da una parte, la mancanza di progettualità concreta per il Mezzogiorno dei molti governi che si sono negli anni avvicendati, dall’altra la volontà di imporre al Sud un modello di sviluppo basato essenzialmente sullo “spreco” di territorio, sulla rapina sistematica delle risorse, e sulle opere grandi (e piccole – ma funzionali allo stesso disegno) in genere rimaste incompiute o divenute “cattedrali nel deserto”, che sono state causa a loro volta di ulteriore degrado dei territori meridionali e delle economie locali.
Tra l’altro, a tutt’oggi non esistono le tecnologie per risolvere molti dei problemi ingegneristici legati alla costruzione del ponte. In pratica,
NON LO SANNO COSTRUIRE!
È un ecomostro che serve essenzialmente a:
mantenere in vita la Società Stretto di Messina, carrozzone tecnico-politico che è già costato agli italiani più di 200 mld di vecchie lire per produrre solo un discutibile progetto di massima dell’opera, oltretutto incompleto;
finanziare il progetto esecutivo: altri 750 milioni di euro che dovremo sborsare per sostenere la più grossa speculazione progettuale della storia del nostro Paese;
“posare la prima pietra”: aprire i cantieri, nonostante tutti i problemi di fattibilità dell’opera non risolti, come grande operazione mediatica di questo governo e come risposta alle pressioni mafiose, con la possibilità molto reale che i lavori non proseguano e che il ponte non venga mai realizzato, per tutti i problemi tecnici che comporta e, soprattutto, per la mancanza evidente dei fondi necessari. Ricordiamo, a questo proposito, che il ponte dovrebbe costare, secondo i proponenti, 6 mld di euro, ma, più realisticamente, il costo prevedibile è di 10 mld di euro;
sperimentare le procedure della Legge Obiettivo, vera “opera strategica” del governo Berlusconi, che permetterà di aprire cantieri su tutto il territorio nazionale con procedure accelerate, approssimative, senza più garanzie, non solo sugli impatti e le compatibilità delle opere, ma anche sugli appalti e, cosa ancor più grave, senza il parere degli Enti locali e, dunque, dei cittadini;
rinforzare in Europa la politica delle Grandi Opere. Il semestre di Presidenza italiana della UE ha riaperto la porta a questa vecchia politica neoliberista e il ponte è stato inserito tra le priorità per la “velocizzazione” degli assi trasportistici europei (Asse Berlino-Palermo).
Quale sarebbe l’impatto del ponte sullo Stretto?
Diversi studi scientifici ci indicano quali sarebbero gli effetti negativi della costruzione di questo mega-ponte sia a livello ecologico che umano:
20 milioni di metri cubi di terra verranno sbancati, con effetti devastanti sui microclimi;
verranno predisposte due enormi discariche (una in Sicilia e una in Calabria) per un totale di 10 milioni di metri cubi;
verranno “lavati” a mare ulteriori 10 milioni di metri cubi, con effetti devastanti sulle specie marine che non si possono allontanare, come i coralli;
cementificazione dell’area dello Stretto – candidato dall’Unesco a “patrimonio storico dell’umanità”;
impatto su venti e sulle correnti con conseguenze negative nella biologia marina;
magnificazione del rischio sismico in un’area considerata tra quelle più interessate;
rafforzamento del potere mafioso e del sistema clientelare che lo sostiene in tutti i suoi risvolti economici e di controllo sociale – a cui vanno aggiunti i costi umani nella costruzione del ponte, di cui la mafia sarebbe unica vera appaltatrice;
distruzione di intere comunità basate su pesca e turismo (da cui il no dei sindaci);
cancellazione di elementi paesaggistici e culturali legati allo Stretto;
depotenziamento del trasporto su acqua e del porto di Gioia Tauro;
aumento dell’inquinamento da strada, che si moltiplicherebbe trasformando la Calabria in un grande corridoio per il passaggio dei camion, con tutti i problemi di salute pubblica correlati.

4. Conclusioni
Le assemblee plenarie riunite, che hanno contribuito ad approfondire dal punto di vista scientifico, tecnico e politico le problematiche trattate, propongono scenari di riqualificazione ecosostenibile dell’assetto dei territori, alternativi al fallimentare modello di sviluppo del Mezzogiorno e degli altri Sud.
In questo senso ci impegniamo a far nostre e a praticare le indicazioni e le analisi di questa assemblea per costruire un ampio movimento di idee, proposte, saperi, conflitti, ribellione, capaci di ostacolare concretamente le devastazioni e le miserie prodotte dallo sviluppo capitalistico.
Vanno perciò individuati dei sistemi di risorse “verticali” (ecologiche, culturali, storiche, ecc.), non scambiabili, in grado di ricostruire identità e qualità socio-ambientale dei diversi ambienti del Sud, dei Sud, del Mondo.
I partecipanti al campeggio ritengono importante il consolidamento e l’ampliamento di reti e coordinamenti di movimenti tesi a combattere le operazioni di attacco ai livelli di qualità sociale, ambientale e territoriale attraverso le grandi opere e, in generale, tutte le operazioni di trasformazione “flessibilizzatrice” degli spazi e dei tempi di vita e di lavoro da parte del capitale monopolistico e speculativo.
In particolare, si ritiene utile allargare il coordinamento dei comitati di lotta alle Grandi Opere a tutte le situazioni attive su questo o su temi analoghi, nonché incrociare l’attività di questa organizzazione con la rete delle associazioni ambientaliste e culturali presenti sulle tematiche, migliorando anche i livelli di scambio di informazioni, notizie e risorse tra gruppi attivi nelle realtà locali.
Costruiamo:
giornate di mobilitazione e lotta in occasione della riunione dei Ministri dei Trasporti UE il 23 e 24 ottobre p.v. a Verona;
una giornata nazionale di lotta in difesa dei diritti civili e ambientali e contro le politiche economiche, sociali, ambientali e territoriali in atto, da tenersi a Roma con conclusione davanti al Ministero delle Infrastrutture;
le mobilitazioni che si terranno il 23 ottobre (forse una due giorni 22-23) giornata del riesame della Cassazione di Catanzaro sul provvedimento di scarcerazione emesso dal Tribunale della Libertà nei confronti dei/delle compagni/e del Sud Ribelle re-inquisiti – ricordiamolo, avendo fra i capi di imputazione anche “l’attentato all’ordinamento economico dello stato”.
Assumiamo e facciamo nostro il percorso di costruzione del Forum Sociale Mediterraneo (Barcellona, Marzo 2003) come ambito di confronto e iniziativa comune tra forze politiche, movimenti e realtà sociali del Mediterraneo per globalizzare le lotte contro questo modello di sviluppo e le sue politiche economiche, militari e sociali.
Rinnoviamo:
la solidarietà a tutte le compagne e a tutti i compagni colpiti dalla repressione, ai disoccupati organizzati di Napoli e provincia che subiscono quotidianamente le intimidazioni del potere, alle compagne e ai compagni ancora in galera, in esilio o in restrizione di libertà (tra cui Carlo e Stefania), agli arrestati dell’inchiesta genovese del 4 dicembre 2002, ai condannati per le manifestazioni del 25 aprile 2001, a Josè Bovè, a Jimmy, a tutte/i le/gli inquisite/i “no-global” del Sud Ribelle. Ma vogliamo esprimere solidarietà a “Apo” Ocalan, a Marwan Barghuti, ai 5 patrioti cubani nelle galere statunitensi, ai prigionieri politici palestinesi, ai turchi, ai curdi e ai baschi. Al popolo iracheno, che si trova a vivere in una grande prigione, soggetto a un processo di palestinizzazione, così come tutti i territori considerati strategici a livello economico e/o militare;
il nostro impegno sul terreno della repressione, che ci riguarda a due livelli:
direttamente, in quanto siamo partecipi delle lotte contro le politiche che caratterizzano il neoliberismo nel nostro paese;
indirettamente, in quanto i grandi progetti come il ponte servono anche logiche di ulteriore militarizzazione del territorio e sono funzionali ai disegni di guerra che lo sviluppo ci propina. In questo contesto la guerra va vista come un elemento fisiologico e regolatore dello sviluppo, al punto che i movimenti che vi si oppongono vengono immediatamente bollati come “terroristi”;
il nostro impegno contro la guerra, che significa lottare per lo scioglimento della Nato, la chiusura delle basi militari straniere, la messa al bando delle armi all’uranio impoverito e delle mine. Esprimiamo inoltre un netto dissenso alla costruzione dell’esercito europeo in quanto strumento dell’imperialismo europeo, che vuole contendere le redini della globalizzazione capitalista agli USA anche dal punto di vista militare.
NON CI SPAVENTA la risposta tempestiva del governo alla nostra lotta contro il ponte. Mentre siamo qui riuniti il Cipe ha deliberato, con grande fretta, il primo “via libera” per la costruzione del ponte. Decisione che conferma gli intenti affaristici e speculativi di tutta l’operazione e ci svela la grande paura del governo che si coaguli una opposizione sociale all’ennesima truffa che questo mega-progetto rappresenta e al blocco mafioso che lo sostiene.
È grave che il governo abbia dato tale consenso mentre il comune di Villa San Giovanni ribadisce il suo fermo NO al ponte e quello di Messina (a netta maggioranza di centro-destra) si spacca sulla questione chiedendo al governo un rinvio che proprio in data odierna è stato clamorosamente negato.
Alcuni elementi ci confortano nel nostro impegno: la partecipazione al campeggio internazionale – che ha quintuplicato le presenze rispetto all’anno precedente – la positiva comunicazione fra i partecipanti al campeggio e le popolazioni locali a Villa, Cannitello e Messina; la solidarietà ricevuta dalla popolazione del quartiere di Gazzi a Messina durante il corteo militante intorno al carcere; e infine la massiccia adesione al corteo di Messina il 1° agosto e di Villa S. Giovanni il 2 agosto.
Questi elementi ci dimostrano che è possibile:
un risveglio delle popolazioni locali nonostante la pesantezza delle intimidazioni mafiose e un’informazione distorta e martellante;
la costruzione di rapporti di forza a nostro favore nella capacità di fare convergere istanze ecologiste, antimafia e noglobal;
un’alleanza con tutte quelle realtà e istanze che lottano e si oppongono materialmente al modello di sviluppo neoliberista.
Occorre quindi aumentare la sorveglianza militante e ribattere colpo su colpo a tutte quelle decisioni degli esecutivi centrali e periferici favorevoli all’integrazione economica neoliberista ovvero alla costruzione di tutti i mega progetti e di tutte le forme di privatizzazione delle risorse naturali e dei servizi.
Assemblea plenaria, Campeggio Internazionale Contro il ponte, 2 agosto 2003

Sottoscrivono il documento e lo assumono come proposta di lotta:
Associazione “Marianela Garcia” – Catanzaro
Associazione culturale “Andrea Proto” – Salerno
Associazione spazi autogestiti Lucca
Aula Carlo Giuliani c/o Facoltà di Lettere – Palermo
Brindisi Social Forum
Catania Social Forum
Centro di solidarietà internazionalista “Alta Maremma”
Centro Occupato Autogestito “Transiti” – Milano
Circolo ARCI “Rua Sao Joao” Lamezia Terme
Cobas Brindisi
COBAS e Collettivo di Base – Taranto
Collettivo autonomo “Rosa Luxemburg” – Pisa
Collettivo autonomo Scienze politiche – Pisa
Comitato promotore contro vertice Montecatini
Comunità kurda calabrese
Confederazione COBAS
Coordinamento calabrese contro il ponte
Coordinamento contro la guerra per i diritti – Salerno
CRIC – Centro Regionale di Intervento per la Cooperazione – Reggio Calabria
CSA “Asilo politico” – Salerno
CSA “AURO” – Catania
CSOA “Angelina Cartella” di Gallico – Reggio Calabria
CSOA “ex Carcere” – Coskalab
CSOA “Godzilla” – Livorno
E.Co.Febio Onlus (Elaboratorio Cooperattivo Fermo Biologico)
Forum Cittadino contro il Terzo traforo del Gran Sasso
Giovani Comunisti Calabria
Gruppo NO WTO L’Aquila
Komitato Resistenza Antikapitalista – Palermo
La Kasbah – Cosenza
Laboratorio dell’Autorganizzazione Sociale – Messina
Laboratorio Zeta – Palermo
Legambiente
Libera associazione di idee (Commercio equo e solidale) – Cosenza
Messina Social Forum
Modena Social Forum
Movimento antagonista toscano
Network antagonista palermitano
Nuova Compagnia di Canto Politico Popolare Aquilana
Osservatorio sui Balcani – Brindisi
Partito della Rifondazione Comunista – Calabria
Piana Social Forum – Gioia Tauro
Rete meridionale Sud Ribelle
Rete No Global Campana
Spazio antagonista Newroz – Pisa
Tirreno Social Forum (Alto tirreno cosentino)
Verdi (1° Campeggio internazionale NO PONTE 28 luglio – 2 agosto 2003)

Il documento è firmato anche dagli imputati della Rete del Sud Ribelle presenti nei campeggi.

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