Caro Presidente, scriverle oggi è per me un atto dovuto. Dovuto alla mia gente, alla mia terra, ai sacrifici di tutti coloro che hanno lottato affinché l’Italia fosse un giorno, per noi tutti, uno stato democratico dove vivere sereni. Bene presidente, mi si annebbia la vista e mi punge lo stomaco a pensare che non ne valeva la pena, sa? Lottare, soffrire, morire. Per cosa poi? Per una dovere che né lei, Presidente, né i suoi colleghi, né chi lo ha preceduto, sia a destra che a sinistra, è stato all’altezza di osservare. Il dovere della democrazia che in quanti italiani dobbiamo a chi, salendo sui monti circa 57 anni or sono, ci liberò dall’oppressione fascista per donarci la libertà. E a che ci è servito essere un popolo democratico? Se non abbiamo ereditato dalla nostra storia né libertà né coscienza?
Vede Presidente, lei ha ragione quando si ribella alla monotonia. Noi tutti dovremmo cercare di aspirare a qualcosa di più bello e più entusiasmante. Dovremmo acquisire la voglia di esplorare nuovi orizzonti, di andare in cerca dell’avventura. Perché la vita è una sola, sa, e non possiamo mica sprecarla nella routine di gesti ripetuti all’infinito. Perché quando la fine giunge, è impossibile arrestarla. Lo sa bene il senza tetto, che ieri notte è morto assiderato. Si dice che non avesse più di quarant’anni. Nessuno conosce il suo nome, la sua identità, il motivo per cui la sua vita era precipitata a tal punto da costringerlo a vivere in strada. Con questa morte adesso, si accendono le luci sulle vite dei clochard. Molte associazioni si sono impegnate nell’assistenza, molti giornalisti seguono le loro storie. Bene, Presidente, tra quei senzatetto molti di loro sono uomini che hanno perso il lavoro e inesorabilmente anche tutto il resto. Si sono ritrovati all’improvviso senza un posto caldo dove allontanare il freddo e la morte. Grazie all’assurda legge del capitale, dell’affarismo indiscriminato, della subdola logica per cui il profitto conta di più della dignità umana, molti uomini si sono ritrovati all’improvviso senza alcuna certezza.
Sa, Presidente, lei dal caldo del suo palazzo signorile, dalla stabilità dei suoi titoli e dei suoi averi, dovrebbe forse considerare l’idea che, ad un uomo normale, un uomo che lavora anche più di 10 ore al giorno per mantenere i propri figli, ad una donna che deve lavorare dentro e fuori casa per poter arrivare alla fine del mese, beh forse a questa gente Presidente, non dispiacerebbe affatto un po’ di monotonia. Dentro la quale riposarsi, rifugiarsi, prendere fiato dopo lo stancante lavoro, l’asfissiante pensiero del mutuo e l’instabilità del futuro. Sa Presidente, in questo paese senza giustizia e senza dignità, la monotonia è un lusso che a tutti piacerebbe concedersi. Se non mi crede, provi a domandarlo a chi lavora in fabbrica, a chi lavora in nero, a chi lavora nei call center, a chi muore sul lavoro, a chi muore perché senza lavoro, a chi lavora da tutta una vita senza alcuna garanzia futura.
Lei è un professore Presidente, ma sa la vita non è un’insieme di numeri. La vita è un’alternarsi di persone, sogni, progetti, speranze. E lei Presidente dovrebbe imparare questo se vuole veramente insegnare qualcosa a questo disperato Paese.

Laura

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