logoSegue il report del primo ciclo di incontri di autoformazione su crisi, migranti e ambiente, tenuti al L.S.O.A. Ex Palestra il 22 dicembre, il 29 dicembre e il 3 gennaio.

1. CRISI TRA MONDO DELLA FORMAZIONE E PRECARIATO
Sabato 22 dicembre 2012 presso il L.S.O.A. Ex Palestra si è tenuto il primo incontro di autoformazione con tema “Crisi tra mondo della formazione e precariato”. L’analisi preliminare ha preso necessariamente spunto dalla crisi globale e dalle cause che l’hanno provocata.
Necessariamente, vista la complessità dell’argomento ed il poco tempo a disposizione, si ragionerà per schemi semplificati cercando però di smontare il paradigma di una crisi che vuole una parte “buona” del capitale (produzione reale) contro un’altra cattiva (finanza) e dimostrando che il settore finanziario e della produzione reale sono due facce dello stesso sistema di accumulazione.

1.1. Le contraddizioni del capitalismo
Le crisi sono la manifestazione reale delle contraddizioni nascoste nel processo di accumulazione capitalista.
Marx nel Capitale sostiene che nel capitalismo vi è sempre però la possibilità di avere una crescita equilibrata ma ciò non accade per via della struttura dei rapporti sociali prevalenti in una società capitalista. Essa porta i singoli capitalisti a determinare esiti collettivi in contrasto con il loro stesso interesse di classe e li conduce ad esercitare una violenza insopportabile sulla classe operaia, che è spinta a rispondere dando luogo ad un conflitto aperto.
Infatti, nell’ambito dello scambio ogni capitalista agisce in un mondo di individualismo, libertà ed eguaglianza e quindi agirà in modo spontaneo e creativo. Attraverso il meccanismo della concorrenza le leggi interne della produzione capitalista si affermano come “leggi esterne e coercitive che hanno potere su ogni singolo capitalista”. il passaggio dall’azione individuale ad un comportamento di classe non è mai completo e perfetto perché il processo di scambio presuppone sempre -rispetto alle regole del capitalismo – l’individualità, mentre la legge del valore opera sempre in termini sociali. Di conseguenza i singoli capitalisti, ognuno agendo in base al proprio interesse personale ed immediato, possono produrre un risultato aggregato contrario al loro interesse in quanto classe.
A esempio, la concorrenza può spingere ogni singolo capitalista ad intensificare il processo lavorativo in modo tale che la capacità della forza-lavoro di produrre plusvalore viene drasticamente diminuita. Gli effetti collettivi delle attività imprenditoriali individuali possono seriamente mettere in grave pericolo le basi sociali dell’accumulazione futura.
Le conseguenze del processo di accumulazione per i lavoratori, sono pesanti perché la forma di tale accumulazione si basa su un certo grado di violenza inflitto dalla classe capitalista sul lavoro. Marx ha dimostrato che questa appropriazione di plusvalore può compiersi in modo tale da non violare le regole di eguaglianza, individualità e libertà. Infatti, come i capitalisti, anche i lavoratori vendono “liberamente” sul mercato la loro forza-lavoro e quindi sono anche in concorrenza tra di loro per ottenere un posto di lavoro.
In condizioni di concorrenza i capitalisti esercitano una violenza sempre crescente contro coloro cui danno lavoro. Il Singolo lavoratore non è in grado di resistere a questo assalto e l’unica soluzione è che i lavoratori si costituiscano in classe e che trovino mezzi collettivi di resistenza allo sfruttamento cui sono sottoposti.
La forma capitalista di accumulazione crea quindi una lotta di classe manifesta tra lavoro e capitale.
Questa contraddizione tra le classi spiega buona parte della dinamica della storia capitalistica. L’accumulazione, quindi, è il mezzo con cui la classe dei capitalisti riproduce se stessa ed il proprio dominio sul lavoro. Non è dunque possibile separare accumulazione e lotta di classe.
Chiaramente non sempre esiste una risposta esplicita ed immediata della classe operaia alla violenza della classe capitalista e sarebbe opportuno capire l’andamento dei processi di accumulazione in questa specifica fase. Sarebbe altresì importante analizzare i rapporti antagonistici tra capitale e forme non necessariamente capitalistiche (contadini, artigiani, ecc…). Sono da tenere presenti inoltre le forme di “contraddizione” con la natura che sorgono inevitabilmente tra processo di accumulazione e limitatezza delle risorse naturali ( LA CRISI ATTUALE HA UN NUOVO VOLTO, QUELLO DELLA CRISI ECOLOGICA).
Questi problemi sono fondamentali per avere un quadro completo dei processi di accumulazione.

1.2. La struttura dei flussi del capitale
Prima di passare alle forme vere e proprie della crisi del capitale è necessario comprendere la struttura dei flussi del capitale e la creazione di plusvalore. Lo faremo utilizzando degli schemi semplici e quindi vanno utilizzati solo per esemplificare l’analisi prevedendo tre circuiti di circolazione del capitale: il circuito primario, quello secondario e, per finire, quello terziario (vedi David Harvey).

1.2.1. Circuito primario del capitale
Nel 1° libro del Capitale Marx spiega che la creazione di plusvalore può basarsi o sull’aumento della durata della giornata lavorativa (plusvalore assoluto) o sui guadagni che si possono ottenere rivoluzionando di continuo le forze produttive, cioè ristrutturando il processo lavorativo in modo tale da aumentare la produttività della forza lavoro organizzando la cooperazione e la divisione del lavoro all’interno del processo produttivo, oppure introducendo capitale fisso come le macchine (plusvalore relativo).
Il 2° libro invece affronta il modello di accumulazione su scala più ampia con l’obiettivo di dimostrare la possibilità di crisi di sproporzionalità all’interno del processo produttivo.
Il 3° libro è una sorta di sintesi dei primi due volumi anche se incompleta ma dove vengono analizzate le contraddizioni interne al circuito primario, contraddizioni derivanti dalla tendenza di ogni singolo capitalista a comportarsi in maniera che, una volta aggregate, vanno contro i loro stessi interessi in quanto classe. Questa contraddizione produce una tendenza alla sovraccumulazione: viene prodotto, in complesso, troppo capitale rispetto alle possibilità disponibili di impiego. Questa tendenza si manifesta in vari modi:
1. Sovrapproduzioni di merci
2. Calo del tasso di profitto
3. Surplus di capitale (che si manifesta o come capacità produttiva inutilizzata o come capitale monetario che non trova modo di impiegarsi profittevolmente)
4. Surplus di lavoro e/o aumento del tasso di sfruttamento della forza-lavoro.
Chiaramente si può verificare una di queste condizioni oppure possono presentarsi in maniera combinata.

1.2.2. Circuito secondario del capitale
Abbandonando l’ipotesi di produzione e consumo in unico periodo di tempo Marx afferma che le componenti del capitale fisso vengono prodotte nel corso della normale produzione capitalista di merci, ma vengono utilizzate come ausilio al processo produttivo piuttosto che come input di materie prime, quindi il loro uso si estende su un periodo di tempo relativamente lungo.
Possiamo, quindi, distinguere un capitale fisso racchiuso nel processo produttivo ed una parte che invece funge da ambiente/luogo fisico della produzione. Quest’ultimo può essere definito ambiente costruito per la produzione.
Analogamente, dal lato del consumo, la struttura è parallela. A partire dalle merci che fungono da ausilio anziché da input diretto, al consumo si costituisce un fondo di consumo. Alcune cose sono inserite direttamente nel processo di consumo (beni durevoli, cucine, frigoriferi, auto, mentre altre fungono da contesto fisico per il consumo (case ed ambiente costruito) e possiamo definirle ambiente costruito per il consumo.
In definitiva formano il circuito secondario del capitale i flussi di capitale nelle risorse fise e la formazione del fondo di consumo.
Ovviamente per far si che il capitale si muova nella produzione di risorse di lunga durata deve essere presente un surplus di capitale e di lavoro rispetto alle esigenze immediate.
La tendenza alla sovraccumulazione produce periodicamente tali condizioni all’interno del circuito primario. Una soluzione possibile – ma provvisoria – a questo problema di sovraccumulazione può essere quello di spostare flussi di capitale dal circuito primario verso il circuito secondario.

1.2.3 Circuito terziario del capitale
Esso comprende in primo luogo gli investimenti in tecnologia e scienza con lo scopo di rivoluzionare continuamente le forze produttive sociali, in secondo luogo la spesa sociale nelle sue diverse articolazioni, collegate soprattutto ai processi di riproduzione della forza-lavoro.
Essa può essere ulteriormente suddivisa in investimenti diretti al miglioramento qualitativo della forza-lavoro dal punto di vista del capitale (ad esempio investimenti in istruzione e sanità, per mezzo dei quali si migliora la capacità dei lavoratori di contribuire al processo produttivo) e in investimenti finalizzati alla cooptazione, all’integrazione o alla repressione della popolazione lavoratrice con mezzi ideologici, militari o di altro tipo.
Devo essere chiaro che, se pur contro voglia, i capitalista devono fare questi investimenti per garantirsi e disporre una base sociale adeguata per proseguire l’accumulazione.

1.3. Forme delle crisi nel capitalismo
Abbiamo visto come i capitalisti tendano a produrre stati di sovraccumulazione nel circuito primario e ne abbiamo considerato i vari effetti. Con l’aumento della pressione, o il processo di accumulazione si blocca o vengono trovate nuove opportunità di investimento e il capitale abbiamo visto, in un primo momento, affluisce negli altri due circuiti (secondario e terziario).
Questo movimento può iniziare in un rivoletto per poi trasformarsi in una inondazione se i capitalisti intuiscono che c’è la possibilità di aumentare la produzione di plusvalore.
La tendenza alla sovraccumulazione non sparisce ma si trasforma in sovrainvestimento nel circuito secondario e terziario. Questo processo dipende solo dalle esigenze del capitale e non ha nulla a che fare con le reali esigenze delle persone. Ecco, quindi, che la crisi si manifesta anche negli altri due circuiti!
L’arrivo di ulteriori flussi di capitale non espande la base per la produzione di plusvalore. Inoltre ognuna di queste sfere ha automaticamente un riflesso nelle strutture della finanza e dello Stato e quest’ultime, nello loro autonomia relativa, possono costituire a loro volta una fonte indipendente di crisi (crisi finanziarie, bancarie o monetarie, ecc..).
Dal punto di vista della struttura complessiva, si distinguono diversi tipi di crisi:
Crisi parziali, che riguardano un settore particolare, una regione geografica determinata, o una serie di istituzioni di mediazione. Possono avere cause diverse ma sono potenzialmente risolvibili all’interno del contesto in cui si producono (esempio: crisi monetarie risolvibili con riforme istituzionali, ecc…).
Crisi di sposamento, che implicano una vasta riorganizzazione e ristrutturazione dei flussi di capitale e/o una massiccia ristrutturazione delle istituzioni di mediazione, per aprire nuovi canali di investimento produttivo (questo tipo di crisi si suddivide in crisi di spostamento di settore e crisi di spostamento geografico)
Crisi globali, che riguardano, in misura maggiore o minore, tutti i settori, le sfere e le regioni del sistema produttivo capitalistico.

1.4. La crisi attuale. Una crisi inedita
Uno dei fenomeni centrali che ha caratterizzato questo ciclo economico a partire dagli anni ’80, è l’incremento straordinario del ruolo del credito nella sua funzioni di allocazione del capitale e di sostegno ai consumi e agli investimenti privati e pubblici.
La finanza ha rappresentato lo strumento con cui è stato possibile sostenere un tale modello e contemporaneamente produrre in maniere esponenziale capitale fittizio.
Il capitale fittizio ha permesso di tenere alti i profitti, gonfiare i patrimoni e quindi di nuovo favorire i consumi.
Nel medio termine l’eccesso di capitali ha trovato in questo circuito una crescente e sistemica valvola di sfogo e la tesi di chi sostiene di essere di fronte ad un fenomeno di contagio dell’economia reale da parte di una crisi finanziaria autonoma, non regge. L’intreccio tra finanza e produzione è la cifra che caratterizza lo sviluppo economico degli ultimi 30 anni.
Finanza e produzione reale sono due facce dello stesso sistema di accumulazione. L’apparato finanziario ha retto e salvato l’economia reale per oltre tre decenni proprio nel momento in cui saltavano fuori le difficoltà ad allocare capitale e di trovare utili a breve termine.
Profitti crescenti si sono sempre di più trasformati in dividendi, bonus per i manager ed in altri ulteriori investimenti finanziari.
La logica del 15% di rendimento però è diventata sempre più lontana dalle reali capacità di accumulazione del capitale e sempre più rischiosa perché il meccanismo per funzionare deve essere riprodotto costantemente ed in una dimensione sempre più ampia.
Quando i rendimenti finanziari hanno cominciato a scendere si è invertito il ciclo: rallentamento della domanda, calo dei prezzi e blocco dei prestiti interbancari. Questa inversione di tendenza è nata proprio dal mercato immobiliare e dalla crescita incontrollata dei soggetti insolventi (impossibilitati ad esempio a pagare i mutui contratti). Tale insolvenza è dovuta a fattori esogeni alla finanza: lavoro precario, lavoro politicamente e socialmente debole, progressiva erosione del reddito, diminuzione del potere d’acquisto dei salari, meccanismo di esposizione debitoria non conciliabile con una contrazione del mercato immobiliare.
E’ l’intreccio tra finanza e contesto socio-economico che ha prodotto l’incidente inatteso: l’incapacità strutturale di far fronte ai debiti per le classi subalterne e l’arresto della spirale speculativa finanziaria ha scoperto la sovraccumulazione che cresceva silenziosamente.
La crescita del sistema finanziario è quindi una risposta del capitalismo per valorizzare capitale e la sua crisi è il limite di questa risposta!
E’ stato il capitalismo ad essere nel suo complesso in crisi e a generare le “soluzioni” finanziarie funzionali a superare i limiti raggiunti nella precedente fase espansiva.
Siamo, in definitiva, di fronte ad un lungo rinvio di problemi strutturali che prima o poi sarebbero riemersi perché, ritornando a Marx, il capitalismo riproduce le proprie contraddizioni non risolte ad una dimensione sempre nuova e più ampia.

1.5. Debito pubblico: un altro aspetto della crisi
Tra il 2009 e il 2010 sono stati avviati una serie di piani di salvataggio del sistema finanziario per mitigare e contrastare gli effetti della crisi. Questo meccanismo di pompaggio di denaro pubblico nelle casse di banche e società finanziarie ha comportato l’esplosione del debito pubblico.
Questo meccanismo fallimentare dal punto di vista dei risultati economici, ha permesso una vasta offensiva neoliberista: privatizzazioni, tagli alle spese sociali, tagli ai sistemi di protezione sociale del lavoro, ecc…
Questa offensiva inizia in una fase di debolezza generalizzata del movimento operaio alla quale si aggiunge la spoliticizzazione della crisi: ci fanno credere che tali misure se pur pesanti e drastiche sono inevitabili e di natura tecnica (è la scienza economica che dice cosa fare!) e non una scelta politica dettata dal predominio del capitale.
La questione del debito necessita di un ulteriore approfondimento in un’apposita assemblea.

1.6. Quali soluzioni?
Di fronte alle contraddizioni emerse con lo scoppio della crisi le classiche soluzioni delle politiche per lo sviluppo di impronta neokeynesiane non hanno dato i frutti sperati da governi. L’idea classica di alimentare gli investimenti pubblici per aumentare la domanda aggregata per attivare meccanismi capaci di far crescere sia i profitti che l’occupazione si scontra con la difficoltà di sostenere la crescita della domanda tramite il disavanzo pubblico.
Neanche la prospettiva della green economy regge. La green economy se da un lato sembra rispondere ad un problema reale dall’altro risulta del tutto evidente come una parte del capitalismo ha fiutato affari su un nuovo settore strategico. L’uso di fonte alternative ne è l’esempio più chiaro: mette in moto fenomeni di corruzione, spreco, di profitto spropositati ed addirittura non riduce il fabbisogno di energia. In poche parole si usano fonti rinnovabili per mantenere gli attuali livelli di consumi ed aumentarli. Trasformare l’economia, riconvertire, far pagare un prezzo elevato a inquinatori e capitale, appare l’unica soluzione ecologica percorribile. Altrimenti sembreremmo condannati a una prospettiva puramente tecnologica a costo zero per il capitale, che riproporrebbe quella sorta di auto-assoluzione del capitale da responsabilità e oneri del cambiamento. Si trovi qualsiasi soluzione basta che non intacchi il profitto! Se non si esce da questa presunta centralità dell’impresa appare impossibile risolvere la questione ambientale. Bisogna misurarsi con la finitezza delle risorse ambientali ed il cambiamento climatico in un ottica di riconversione e cambio del modo di produzione.
L’idea poi di una “decrescita felice” che non mette in discussione la struttura capitalistica dell’accumulazione trova una clamorosa smentita nell’attuale decrescita (crisi). L’idea della decrescita del PIL è un obiettivo forviante perché una sua decrescita non implica necessariamente un cambiamento di paradigma produttiva (come appunto dimostra la crisi in atto).
Quale risposta dare allora a tutto ciò? Come fare propria la critica ecologica e sovvertire la struttura produttiva attuale sulla quale poggia l’attuale disastro ambientale-economico-sociale?
La risposta non è semplice e necessariamente deve essere formulata per successivi tentativi ed aggiustamenti. Si tratta, a nostro avviso, di fare uno sforzo per uscire dalle consuete categorie della politica e dell’economia. Non esiste un programma per il cambiamento ma i soggetti del cambiamento e da loro bisogna necessariamente partire.
La rivoluzione non sarà un processo lineare con effetti prevedibili che avviene dentro il contesto e con regole istituzionali. Il superamento del capitalismo necessariamente sarà la risultante di nuove forme che si daranno i corpi sociali nel dispiegare il conflitto e nell’auto organizzarsi. Questo è possibile solo attraverso il recupero di pratiche collettive che consentono di sovvertire le attuali strutture economiche, politiche e sociali.

1.7. La situazione a Lamezia: tra mobilitazioni studentesche e difesa del lavoro
Le ricette di risanamento finanziario imposte dalla cosiddetta Troika (Fmi, Ue e Bce) e messe in atto dai governi sotto forma di ripetuti ed ossessivi attacchi alle conquiste sociali nel campo del lavoro e del non lavoro, del sapere, della cultura e dei beni comuni, mirano a salvaguardare gli interessi del capitale celando il tutto dietro “necessarie ed inevitabili misure di contrasto alla crisi globale”, incessante refrain, quest’ultimo, dei governi europei.
In Italia le ricette dell’Austerity sono state applicate minuziosamente da un governo Monti completamente asservito ai dettati del mercato: spending review, privatizzazioni del patrimonio pubblico, tagli allo stato sociale sono state le uniche e possibili soluzioni alla crisi economica.
La mobilitazione in questo contesto è stata forte in tutta Europa e, in Italia, le tappe del conflitto sono state le mobilitazioni studentesche del 5 ottobre, il no Monti Day dello scorso 27 ottobre, evento quest’ultimo che ha visto come novità rispetto alla composizione stessa del corteo, lo spezzone degli studenti che ha provato a fare un passo in avanti, trovando l’assemblea conclusiva a San Giovanni insufficiente, e ancora le mobilitazioni del mondo della scuola del 14, 16 e 17 novembre e del 6 dicembre.
Lamezia ha dato il proprio contributo con due cortei studenteschi, il primo il 5 ottobre si è inserito nella giornata di mobilitazione degli studenti medi lanciata da StudAut al quale sono seguite sospensioni a raffica da parte del preside del Geometra che ha punito tutti gli studenti assenti il giorno della manifestazione.
In questo caso la solidarietà giunta dal resto del paese ed il risalto mediatico della notizia sono serviti a non fare avere nessuna ulteriore conseguenza disciplinare alla sospensione.
Il 14 novembre gli Studenti Medi sono tornati in strada con una grande manifestazione ma, a nostro avviso, in questo corteo si è fatto un passo indietro rispetto ai contenuti e alle rivendicazioni espresse il 5 ottobre.
Importante, invece, è stata la partecipazione dei Docenti Lametini con un proprio spezzone.
Diverse, poi, sono state le lotte di lavoratori nel periodo delle vacanze natalizie.
Gli operai del depuratore 6 dicembre hanno protestato ancora una volta per ottenere il pagamento di due mensilità arretrate e della tredicesima; stessa situazione che ha visto le lavoratrici della Euroservices, addette alla pulizia degli ospedali di Lamezia Terme e Soveria Mannelli, presidiare per tre giorni consecutivi gli uffici dell’amministrazione ospedaliera. In questo caso la determinazione delle lavoratrici ha consentito loro di ottenere dal dirigente dell’ASP l’impegno ad erogare, in due tranche, i fondi per gli stipendi arretrati.
Infine la lotta degli autisti della Foderaro contro i licenziamenti di 8 lavoratori dell’azienda di autolinee. Settimane di sciopero selvaggio con presidi, volantinaggi e ben due precettazioni da parte del prefetto, sono culminate con i picchetti ai cancelli dell’azienda ed il blocco degli autobus nel giorno in cui sarebbero dovute ripartire le corse. Blocco che è stato rimosso solo dall’intervento delle forze dell’ordine con momenti di tensione e autobus scortati fuori dalla città.

1.8. Testimonianza Movimento Docenti Lametini
Testimonianza di una compagna del movimento dei docenti lametini ha preso la parola per fare una sintesi delle lotte che questo autunno hanno riguardato i docenti e i precari della scuola.
Docenti e studenti hanno manifestato insieme in questi mesi protestando sostanzialmente contro la privatizzazione della Scuola, contro la precarietà, i tagli e contro la cancellazione degli organi collegiali che prevedono la rappresentanza studentesca e dei docenti.
Nello specifico, i docenti lametini hanno avviato un percorso di mobilitazione con l’assemblea autoconvocata del 26 ottobre aderendo alla manifestazione degli Studenti Medi del 14 novembre ed ampliandone la piattaforma con le loro rivendicazioni.
Il 16 dicembre 2012, inoltre, si è riunita a Roma l’assemblea nazionale del movimento delle scuole che ha deciso di far nascere un coordinamento nazionale con lo scopo di istruire il dibattito nelle scuole e nei coordinamenti locali per costruire una piattaforma approfondita e condivisa sulle politiche alternative da mettere in atto per rilanciare e riqualificare la scuola pubblica statale.
L’assemblea romana ha deciso di convocare una manifestazione nazionale con corteo a Roma “Scuola pubblica di tutti per tutti” per il prossimo sabato 2 febbraio 2013 con la seguente piattaforma:
• Per il rifinanziamento della scuola pubblica statale, (restituendo gli otto miliardi di euro indebitamente sottratti dal governo Berlusconi e portando il finanziamento in linea con i paesi Ocse).
• Basta finanziamenti alle scuole private.
• Rilanciare la qualità dell’istruzione pubblica, diminuendo il numero degli alunni per classe, provvedendo agli interventi edilizi di messa in sicurezza e di adeguamento dimensionale degli istituti.
• Per l’assunzione dei precari a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti, ottemperando alla normativa europea che impone la stabilizzazione dei lavoratori che lavorano da oltre tre anni a tempo determinato nelle scuole.
• Contro i progetti di privatizzazione e aziendalizzazione degli istituti scolastici, a partire dal disegno di legge Aprea – Ghizzoni.
• Per una scuola pubblica democratica, laica e pluralista, che garantisca a tutte e tutti una formazione di base e specialistica critica e indipendente dagli interessi del profitto privato.
• Contro il patto sulla produttività e la sua estensione al pubblico impiego. Tale accordo scellerato è la via attraverso cui si vuole reintrodurre quello che il movimento ha già rigettato, cioè l’aumento dell’orario di insegnamento.
• Opporsi per il merito e il metodo ai test INVALSI, con la eventuale indizione di uno sciopero nel giorno della somministrazione delle prove.
Sulla base di tale piattaforma il Coordinamento dei Docenti Lametini parteciperà alla manifestazione.

1.9. 2013: un nuovo anno di lotta!
Le lotte del 2012 hanno visto la città di Lamezia spaccata in due: da un lato una parte consistente della popolazione continua ad essere completamente disinteressata da quanto sta accadendo in città, dall’altra si avverte una rabbia crescente verso un sistema che ne aggredisce continuamente gli strati più deboli.
La sfida di questo 2013 sarà proprio quella di riuscire a convogliare questo disagio sociale e questa rabbia contro la violenza che il capitale ci impone, facendo fronte comune con gli altri lavoratori, i disoccupati, i precari, gli studenti e tutti i soggetti che la crisi, in una città del Sud dai mille problemi, la subiscono quotidianamente.

2. MIGRANTI TRA DIRITTI NEGATI ED EMERGENZA CONTINUA
Sabato 29 dicembre 2012 presso il L.S.O.A. Ex Palestra si è tenuto un incontro di autoformazione sulle problematiche inerenti i migranti. Prima di tutto è stata analizzata la normativa sull’accoglienza, per giungere, infine, ad analizzare la situazione dei lavoratori migranti nei campi del Lametino.

2.1. Normativa generale
L’accoglienza deve protrarsi per il tempo necessario all’esame della domanda e può essere prorogata in caso di ricorso avverso la decisione negativa della Commissione.
Il richiedente asilo ha diritto a essere informato sulla normativa in materia di asilo e sul funzionamento interno della struttura di accoglienza in cui è ospitato, e ha diritto di comunicare con parenti, avvocati, rappresentanti dell’UNHCR, associazioni ed enti di tutela.
Dopo sei mesi dalla domanda, se l’iter non è ancora concluso, il richiedente può svolgere attività lavorative usufruendo delle misure di accoglienza nel centro a condizione di contribuire alle spese e ottenere un permesso di soggiorno di 6 mesi.
Il sistema di accoglienza è strutturato in diverse tipologie e strutture:
Centri di primo soccorso e accoglienza (CSPA): strutture istituite con decreto interministeriale del 16 febbraio 2006 e dedicate all’accoglienza temporanea, in media 58 ore.
Centri d’accoglienza (CDA): istituiti con la Legge n. 563/95, dovrebbero garantire una forma minima di prima assistenza dei richiedenti asilo, in attesa della definizione della loro condizione giuridica sul territorio italiano.
Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR): chi fa richiesta di asilo dovrebbe essere accolto in uno dei centri del sistema per rifugiati e richiedenti asilo, previsto con Legge n. 189/2002. Il richiedente ha diritto all’accoglienza nello SPRAR fino alla notifica della decisione della Commissione Territoriale. Nell’ipotesi di riconoscimento della protezione internazionale o umanitaria, il periodo di permanenza in accoglienza non potrà comunque superare complessivamente i sei mesi. I tempi di accoglienza dei titolari di protezione internazionale e umanitaria possono essere comunque prorogati per circostanze eccezionali, debitamente motivate, anche in relazione ai percorsi di integrazione avviati o a comprovate necessità. Nell’ipotesi, invece, di decisione negativa della Commissione Territoriale, il richiedente protezione internazionale può permanere in accoglienza per la durata del ricorso giurisdizionale, o comunque finché non gli sia consentito di svolgere attività lavorativa.
Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA): i CARA, istituiti con D.Lgs. n. 25/08, accolgono i richiedenti protezione internazionale in 3 casi: a) quando è necessario verificare o determinare la nazionalità o l’identità della persona; b) quando il richiedente ha presentato la domanda dopo essere stato fermato per aver eluso o tentato di eludere il controllo di frontiera o subito dopo; c) quando il richiedente ha presentato la domanda dopo essere stato fermato in condizione di soggiorno irregolare.
Nel primo caso, il periodo di accoglienza è correlato al tempo necessario allo svolgimento degli adempimenti finalizzati all’identificazione del richiedente e per non più di venti giorni. Negli altri due casi, il periodo si protrae per il tempo necessario all’esame della domanda e comunque per un periodo non superiore a 35 giorni. Allo scadere dei termini il richiedente ha diritto ad un permesso di soggiorno di durata trimestrale rinnovabile fino alla decisione della domanda.
Nei fatti i tempi sono molto lunghi e la permanenza si protrae fino alla decisione della commissione territoriale. L’accoglienza in tali centri non incide sulle sfera privata dei richiedenti ed è ammessa l’uscita dai centri nelle ore diurne.
Questa procedura, un tempo l’eccezione, oggi è diventata la regola per la mancanza di posti negli SPRAR o per un’erronea interpretazione delle norme con il risultato che la maggior parte dei richiedenti asilo finisce nei CARA.
Va inoltre segnalato che la distinzione tra CDA e CARA, nei fatti, è quasi priva di significato. Lo straniero dovrebbe essere inizialmente ospitato presso un CDA e spostato in un CARA una volta presentata la domanda di protezione. Spesso, però, il centro viene usato in maniera indistinta come CDA e come CARA.
Centri di identificazione ed espulsione (CIE): previsti per rendere effettiva l’espulsione, anche dopo un respingimento alle frontiere, in tutti i casi in cui la persona faccia ingresso in modo irregolare in Italia.
Il richiedente protezione, secondo l’art. 21 del D.Lgs. n. 25/08, può finire in un CIE quando: a) si trova nelle condizioni previste dall’art. 1 par. f della Convenzione di Ginevra (crimini contro la pace, contro l’umanità, gravi crimini nel paese d’origine, atti contrari al principi delle Nazioni Unite); b) è stato condannato in Italia per i reati relativi a stupefacenti, libertà sessuale, immigrazione clandestina, minori; c) è destinatario di un provvedimento di espulsione o respingimento. Il richiedente protezione internazionale può essere trattenuto fino a 210 giorni, nel corso dei quali la persona non può essere rimpatriata.
Minore straniero non accompagnato: l’accoglienza deve sempre essere garantita tenendo in primaria considerazione il suo interesse superiore e deve essere ispirata ad assicurare un sereno sviluppo psicofisico del fanciullo che ha diritto a crescere in un ambiente sicuro e ospitale. L’accoglienza deve avvenire a opera dell’Ente locale, in ottemperanza delle disposizioni del Tribunale dei Minorenni, e nell’ambito dei posti di accoglienza espressamente riservati nel sistema SPRAR. Il minore non può in nessun caso essere trattenuto presso un CARA e/o un CIE. L’accoglienza del minore titolare di protezione internazionale o umanitaria può protrarsi fino a sei mesi dal compimento della maggiore età, e sono consentite ulteriori proroghe del periodo di accoglienza sulla base delle esigenze dei percorsi di integrazione presso strutture dedicate ai maggiorenni.
Nuclei familiari: l’accoglienza deve essere garantita nel rispetto del diritto all’unità familiare, evitando la separazione dei nuclei familiari, ed in strutture idonee alla presenza di figli minori.
donne in stato di gravidanza e disabili: ove possibile deve essere garantita l’accoglienza in idonee strutture esterne ai centri CARA e/o CIE.
Portatori di esigenze particolari: l’accoglienza deve essere sempre predisposta tenendo in considerazione la situazione individuale e personale del richiedente, predisponendo laddove necessario tutti gli interventi di sostegno psicologico e sanitario necessari.

2.2. Il reato di immigrazione clandestina
Introdotto con il D. Lgs. 94/2009 (c.d. pacchetto sicurezza) il reato di immigrazione clandestina punisce le condotte di ingresso e permanenza illegale nello stato italiano del cittadino extracomunitario. Si sanziona quindi non una condotta criminale ma una condizione personale e sociale, quella appunto di straniero clandestino.
È prevista una contravvenzione punita con un’ammenda da 5000 a 10000€ che può essere sostituita dal Giudice con l’espulsione, se non vi è una causa che impedisce l’accompagnamento coattivo alla frontiera.
Sul punto è intervenuta una pronuncia della Corte Costituzionale che, con sentenza n. 250/2010, ha dichiarato non fondate le varie questioni di legittimità costituzionale ma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 15 (inottemperanza ad un secondo ordine di allontanamento imposto dal questore) nella parte in cui non prevedeva la scriminante del giustificato motivo.

2.3. Riferimenti normativi
Legge n. 563/95; Legge n. 189/2002; D.P.R. n. 303/04; D.Lgs. 140/05 (c.d. Decreto accoglienza); D.Lgs. n. 25/08 (c.d. Decreto procedure); Decreto Ministeriale del 22 luglio 2008 come modificato dal Decreto ministeriale del 5 agosto 2010, punto 3; D. Lgs. 94/2009 (c.d. pacchetto sicurezza); Direttive n. 2003/9/CE, n. 2004/83/CE n. 2005/85/CE.

2.4. La situazione nel Lametino
Effettuata questa doverosa premessa, necessaria per capire la normativa dell’accoglienza in Italia, la discussione si deve necessariamente spostare sulla situazione nella città di Lamezia Terme e nel comprensorio. Nella zona sono presenti diversi centri appartenenti alle diverse tipologie sopra illustrate:
Un centro appartenente al sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), un centro per minori stranieri non accompagnati, situato presso la Comunità Progetto Sud, un CIE gestito dalla “rossa” Cooperativa Sociale “Malgrado Tutto”.
La guerra in Libia ha di fatto comportato un aumento degli immigrati diretti in Italia. Nella maggior parte dei casi si tratta di centroafricani fuggiti dai propri paesi a causa della guerra, di rivalità tribali, per motivi politici o religiosi, che hanno trovato riparo in Libia dove si sono costruiti una nuova vita, con un lavoro ed una casa. Allo scoppio della guerra, il regime libico ha preteso che questi ragazzi prendessero le armi per difendere chi li aveva ospitati. Chi non ha accettato è stato preso con la forza dalla propria abitazione ed è stato messo su una barca alla volta dell’Italia.
Per far fronte al’emergenza la nostra regione si è riempita di “CARA” o presunti tali. Solo nell’arco di 30 km possiamo contarne uno a Falerna, uno a Feroleto e uno, il Borgo Santa Maria, in località Bucolia di Lamezia Terme.
Episodi di proteste si sono registrati in tutti i centri: a Falerna con l’occupazione della strada statale, a Feroleto con l’occupazione del centro, a Lamezia con un presidio dei migranti scesi a piedi per diversi km, davanti al commissariato di Polizia.
Una forte protesta si è verificata di recente presso il centro di Amantea, con il blocco della Statale e dei binari ferroviari e l’intervento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa.
Queste forme di protesta nascono da situazioni di esasperazione dovute nella maggior parte dei casi ai ritardi nell’accoglimento o nel rigetto delle domande di asilo, ma anche per motivi legati al cibo e ai servizi essenziali quali coperte o semplicemente per la mancanza di rapporti sociali con l’esterno delle strutture. Non sono mancati episodi di risse e liti che nel centro di Falerna sono culminate con un accoltellamento tra migranti.
La lontananza di queste strutture dai centri abitati, poi, diventa pericolosa in quanto spesso i migranti raggiungono le città vicine a piedi o in bicicletta con seri rischi per la loro incolumità. Si segnala l’incidente stradale che ha comportato la morte di un ragazzo del centro di Feroleto.
L’emergenza doveva scadere al 31 dicembre 2012 ma quasi sicuramente verrà prorogata. Intanto i migranti passeranno ancora del tempo in questi centri in attesa di un permesso o, nell’ipotesi peggiore (e più plausibile) di un rimpatrio in un paese (quello di origine) dove dovranno fare i conti con persecuzioni, vendette e rivalità tribali.
Il CIE di Lamezia, ex CPT, è gestito dalla rossa cooperativa sociale “Malgrado Tutto” e sorge su alcuni terreni comunali, confiscati alla ‘ndrangheta e occupati anni fa durante una giornata di lotta.
Il centro nasce un ventina di anni fa per accogliere i profughi kosovari. Fiutato l’affare, la cooperativa decide di convertire la struttura da centro di accoglienza a centro di permanenza per stranieri in attesa di rimpatrio. Il centro è stato più volte considerato dai rapporti di Medici Senza Frontiere come il peggiore d’Italia, non sono mancati casi di rivolte, autolesionismo e suicidi. Said Zigoui, 45 anni, marocchino rinchiuso nel CPT di Lamezia, è morto a gennaio del 2005 dopo giorni di agonia per essersi buttato dal secondo piano dell’ospedale di Lamezia Terme proprio per non tornare nel centro. Anche un cittadino bulgaro rinchiuso nel centro ha deciso di farla finita impiccandosi. Diverse sono state anche le manifestazioni all’esterno del centro con centinaia di militanti dei comitati antirazzisti, di collettivi, centri sociali, associazioni e partiti di sinistra. Durissimo anche il giudizio dei medici del MEDU nell’estate del 2012 che nel corso di un’ispezione hanno scoperto l’esistenza di una gabbia nella quale i migranti venivano rinchiusi per radersi la barba, davanti a tutti.
Sempre nel 2012 l’annuncio della chiusura uscito su Repubblica e subito smentito dai gestori del centro. A chiarire la situazione una risposta del ministero, sempre ai giornalisti di repubblica, che assicura la prossima chiusura del centro ed il trasferimento dei 5 migranti presenti in altre strutture.

2.5. L’emergenza lavoratori migranti nelle campagne
Conclusa l’analisi dei centri sparsi sul nostro territorio, la discussione si è spostata su un altro grave problema che i migranti pagano sulla propria pelle, ovvero lo sfruttamento all’interno delle campagne.
La rivolta di Rosarno del 2010 ha portato a conoscenza di tutti le gravi condizioni di vita e di lavoro di migliaia di braccianti stranieri nelle nostre campagne. Africani, Asiatici, cittadini dei paesi dell’Est Europa, impiegati nella raccolta delle arance e dei mandarini, dei pomodori, delle fragole ecc ecc.
Spesso si tratta delle stesse persone che si spostano da una parte all’altra del paese seguendo la raccolta dei vari prodotti. Sono invisibili, lavorano anche 12 ore al giorno per pochi euro, vivono in case di fortuna, baracche, ruderi abbandonati, grandi capannoni dismessi, senza corrente elettrica, gas o acqua, spesso costretti a pagare i propri caporali per vivere in questi posti, per essere trasportati a lavoro, per mangiare.
La situazione è presente anche nelle campagne di Lamezia dove sono diverse le colture di prodotti agricoli e di fiori. A volta capita che gli stessi migranti dei CARA, la mattina escono dal centro per recarsi a lavorare nelle campagne rientrando la sera.
In città, inoltre, diverse sono le comunità nordafricane (Località Mortilla di Gizzeria, quartiere Bella, centro storico di Sambiase e Nicastro), curde (centro storico di Nicastro) o dell’Est Europa (centro storico di Nicastro).
Problema da non sottovalutare, poi, lo sfruttamento della prostituzione, fenomeno in continua crescita anche sul territorio lametino.

2.6. Quali prospettive?
Continuare a documentarsi sulla situazione dei CARA e del CIE pare più che scontato, allo stesso tempo occorre provare ad instaurare legami con i migranti per conoscere e capire le loro esigenze, ponendoci anche come un contatto tra loro ed il mondo esterno; portare la mobilitazione davanti al CIE e premere per la completa chiusura deve essere un obbiettivo primario.
Il Laboratorio Sociale Ex Palestra, in un quartiere ad elevata presenza di migranti, può porsi come spazio di condivisione e confronto multietnico e multiculturale.
Spostarsi nelle campagna, studiare il fenomeno del lavoro nei campi può essere l’inizio di un percorso che potrà,forse un giorno, portare dignità al lavoratori.
L’esempio da seguire sarà sicuramente quello di Africalabria di Rosarno, con la campagna SOS Rosarno, Equosud e la nuova realtà di Campagne in lotta.

3. LE VERTENZE AMBIENTALISTE NEL LAMETINO
Giovedì 3 gennaio al L.S.O.A. Ex Palestra si è tenuta la seconda assemblea dei movimenti ambientalisti della provincia di Catanzaro.
L’incontro ha affrontato i vari aspetti dell’emergenza ambientale che la Regione sta vivendo, analizzando le singole realtà territoriali della provincia ed individuando gravi responsabilità dell’ufficio del commissario all’emergenza ambientale, dei Comuni e di tutti gli enti preposti alla gestione e alla salvaguardia dei territori. Molteplici le problematiche individuate.

3.1. Ampliamento della discarica di Pianopoli
Nel 2001 è stata presentata la richiesta alla regione, la quale ha autorizzato nel marzo del 2004 la realizzazione di un impianto di smaltimento di rifiuti speciali affidato alla Ecoinerti S.r.l., società di Vercelli con capitale sociale di 15.600 euro.
Nel 2005, dopo aver ottenuto l’autorizzazione, i soci della Ecoinerti srl hanno venduto le proprie quote alla Ile S.r.l., società controllata dalla Daneco (che gestisce già a Lamezia Terme un impianto di compostaggio dei rifiuti solidi urbani), facente parte del Gruppo Unendo, colosso del ciclo di smaltimento dei rifiuti (urbani, speciali e pericolosi) in Italia. In pratica chi gestisce la discariche e chi vi conferisce i rifiuti sono riconducibili allo stesso gruppo. Quali garanzie quindi?
Non dimentichiamo poi le vicende giudiziarie che hanno interessato la discarica, a partire dal sequestro ad opera del Corpo Forestale dello Stato nel 2005 e il processo ancora in corso; le vicende giudiziarie che vedono coinvolti amministratori e progettisti accusati tra, tra i vari reati, di aver falsamente rappresentato la reale condizione del sito, in modo da renderlo compatibile con la destinazione a discarica.
Ricordiamo che il sito che ospita la discarica risulta zona sismica di prima categoria con vincolo idrogeologico, si tratta di un suolo di natura sabbiosa con falde acquifere rilevate ad una profondità inferiore ai 20 metri, distante circa 300 metri dal torrente Grotta (affluente del fiume Amato) ed adiacente un giovane uliveto biologico nel cui terreno vi è la presenza di un pozzo per l’irrigazione.
Il conferimento di rifiuti campani a ottobre del 2010 ha portato nuovamente l’attenzione sul problema rappresentato da questa discarica.
Per questi motivi si è deciso di intervenire attraverso una serie di assemblee pubbliche e di volantinaggi informativi fino alla grande manifestazione del 14 novembre 2010. Un nuovo sequestro è avvenuto a novembre del 2010 dopo la manifestazione e le segnalazioni dei comitati locali.
A questo si aggiungono i diversi sequestri di camion per il trasposto di materiale risultato radioattivo.
Attualmente il sito è utilizzata come discarica di rifiuti solidi urbani e si sta riempiendo ad un ritmo vertiginoso. Per questo la Daneco ha ottenuto di poterla ampliare per una capienza di oltre 800mila mc come previsto dall’autorizzazione rilasciata il 23 agosto 2011.

3.2. Ampliamento della discarica di Lamezia Terme
Situata in località Stretto, la discarica è composta da due vasche ormai sature. Il Comune di Lamezia, dopo un primo annuncio di ampliamento nel 2009, sembrava aver accantonata l’idea della terza vasca, riapparsa di recente nel piano triennale delle opere pubbliche. Il tempo ed i soldi necessari per realizzarla potrebbero essere utilizzati per potenziare la raccolta differenziata ed avviare da subito un serio piano comunale dei rifiuti che, se pur non obbligatorio per legge, può divenire uno strumento indispensabile per una città come Lamezia Terme che, dietro la lucrosa gestione dei rifiuti, ha visto cadere due operai, vittime innocenti delle faide di ‘ndrangheta.

3.3. Sito di stoccaggio di Lamezia Terme
È di pochi giorni fa l’ordinanza con la quale il sindaco di Lamezia consente, per un periodo limitato di massimo sei mesi, alla Lamezia Multiservizi di utilizzare come sito di stoccaggio provvisorio per i rifiuti un terreno – classificato inquinato e per questo motivo rientrante in quei siti oggetto di bonifica e di relativo finanziamento regionale – adiacente all’ex discarica vicino al fiume Bagni, opera che verrà realizzata con un investimento da parte del comune di 80.000 euro e 15 giorni di lavoro.

3.4. Centrali a Biomasse di Panettieri, Sorbo San Basile, Lamezia Terme.
Mentre sembra ormai scongiurata l’ipotesi di una centrale a biomasse a Panettieri, ne è prevista la costruzione di un’altra in Sila, nel comune di Sorbo San Basile, a poche centinaia di metri dal lago Passante, dal Parco Nazionale e dal fiume Melito. Nel 2008, l’Amministrazione Comunale di Sorbo San Basile ha firmato una convenzione con la società “Anz Power s.r.l.” per la realizzazione di una centrale a biomasse solida della potenza di 4,236mw. Questo all’insaputa dei cittadini. Quest’impianto dovrebbe bruciare 40.000 tonnellate l’anno di cippato di legno vergine, reperito in zona e circa 6000 metri cubi d’acqua. Produrrebbe ogni anno 1500 tonnellate di ceneri, considerati rifiuti speciali per la produzione di energia elettrica, ma anche CO2, polveri sottili, diossine, furani e altri prodotti come nitrati, acido cloridrico e metalli pesanti. Lo scorso 13 dicembre i legali del Comitato No alla centrale a biomasse di Sorbo San Basile hanno depositato ricorso al TAR e Giorno 24 gennaio 2013, presso il tribunale amministrativo di Catanzaro si terrà la prima udienza.
È di marzo 2011 l’annuncio di un nuovo programma di sviluppo che concordato tra la Lameziaeuropa, la Regione ed il Governo per la realizzazione di tre nuove centrali energetiche nell’area dell’ex Sir di Lamezia: due a biomasse (gas e liquide) ed una fotovoltaica proposte dalla TOZZI SPA, una holding con sede a Ravenna.
Nonostante la Calabria abbia una eccedenza produttiva in termini energetici, si persevera con la realizzazioni di impianti come quello a biomasse a forte impatto ambientale soprattutto in un’area a forte prevalenza agricola e turistica e comunque già devastata dagli scarichi abusivi di molte realtà aziendali locali e da un depuratore che per diversi anni ha sversato fogna direttamente a mare.
Nonostante la nostra richiesta di accesso agli atti relativi agli impianti a biomasse nell’area ex Sir, dall’Amministrazione comunale di Lamezia non è giunta alcuna risposta.
Un’ulteriore centrale a biomasse è stata ipotizzata, infine nel territorio del comune di Bianchi (Cs) dove si è già formato un comitato spontaneo di cittadini contrari alla centrale.

3.5. Centrale a Turbogas di Pianopoli, parchi eolici ed elettrodotto Laino-Feroleto-Rizziconi
Il comune di Pianopoli (CZ) ha approvato la costruzione di una Centrale Termoelettrica a ciclo combinato comunemente detta Turbogas a favore della società EDISON con conseguente approvazione impatto ambientale da parte della Regione (commissario per l’emergenza ambientale) e del ministero competente prot. n. 384 del 20 giugno 2003. Il progetto consisteva in una centrale con una potenza di 770 MWe. L’EDISON però ha chiesto una variazione del progetto proponendo un potenziamento della stessa portando la potenza prodotta a 817 MWe. Nel vicino comune di Maida è già attivo un gruppo di compagni che sta portando avanti la battaglia contro questa ennesima opera inutile e dannosa per il territorio e la salute dei cittadini.
Per questi motivi il 5 novembre 2011 si è tenuta proprio a Maida una prima assemblea delle realtà ambientaliste della provincia di Catanzaro.
Sempre nella zona, precisamente nel comune di Feroleto Antico, c’è una stazione elettrica collegata all’elettrodotto Laino-Feroleto-Rizziconi, impianto a 380kw autorizzato con decreto ministeriale nel 2002 ed energizzato Il 31 ottobre del 2005 che serve a trasportare l’energia elettrica prodotta in Calabria verso il nord Italia.
La Calabria, infatti, è in surplus energetico, ovvero si produce più energia di quanta effettivamente ne serve. Questo grazie alla costruzione di impianti inutili spesso in odor di ndrangheta come i parchi eolici e le diverse centrali a biomasse o a turbogas sparse su tutta la regione.

3.6. Privatizzazione della Lamezia Multiservizi S.p.A.
Conclusa la campagna referendaria, il Comitato Lametino Acqua Pubblica ha continuato a portare avanti una battaglia contro la privatizzazione della Lamezia Multiservizi S.p.A. che gestisce tutti i servizi pubblici locali (servizio idrico, trasporto urbano, scuolabus, verde pubblico, manutenzione e pulizia delle strade, servizi cimiteriali, canile, illuminazione pubblica, raccolta rifiuti solidi urbani, discarica comunale) affinché l’azienda possa essere trasformata in un’azienda speciale di diritto pubblico.

3.7. Inquinamento marino e depurazione
Diverse sono le criticità esistenti, ormai da un decennio, sulla depurazione a Lamezia e più in generale su tutto il settore depurativo calabrese.
Gli anni del commissariamento per l’emergenza depurazione e gli oltre 500 milioni di euro spesi inutilmente per la realizzazione di nuovi impianti di depurazione, hanno segnato l’ennesimo fallimento della politica ambientale della nostra regione.

3.8. Perché è necessario fare rete
Le realtà ed i cittadini presenti all’assemblea hanno quindi dato vita alla “Rete Ambientalista dei Due Mari” un coordinamento provinciale dei movimenti in difesa dell’ambiente e del territorio ed invitano tutte le altre realtà autorganizzate ed i movimenti ambientalisti della zona a partecipare a questo nuovo progetto, avviando così un percorso comune di lotta dal basso, attraverso iniziative mirate a sensibilizzare la popolazione ed azioni, anche forti, finalizzate alla difesa dei propri territori sulla base della seguente piattaforma:
No agli ampliamenti delle discariche di Alli, Lamezia Terme e Pianopoli ed alla creazione di nuovi impianti o di inceneritori;
No alla realizzazione di centrali a biomasse, turbogas o carbone;
No alla realizzazione di nuovi parchi eolici;
No alla privatizzazione della Lamezia Multiservizi S.p.A.;
Chiusura dell’ufficio del commissario all’emergenza ambientale;
Estromissione dei privati dal ciclo dei rifiuti;
Adozione della strategia rifiuti zero in tutti i comuni della provincia;
Potenziamento della rete depurativa;
Potenziamento dei trasporti pubblici.

Proprio in quest’ottica, la Rete fa propria la battaglia contro la centrale a biomasse a Sorbo San Basile e, in occasione della prima udienza relativa al ricorso contro questo impianto, lancia un presidio davanti al TAR di Catanzaro per giovedì 24 gennaio alle ore 9.30.

Hanno aderito alla Rete Ambientalista dei Due Mari:
Comitato Lametino Acqua Pubblica – Comitato Lamezia Rifiuti Zero – Comitato No alla Centrale a Biomasse di Sorbo San Basile – L.S.O.A. Ex Palestra

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