Online il rapporto di LasciateCIEntrare “ACCOGLIERE: LA VERA EMERGENZA”

lasciatecientrare

Sul sito www.lasciatecientrare.it è possibile scaricare il rapporto di monitoraggio su accoglienza, detenzione amministrativa e rimpatri forzati.
Il rapporto affronta anche le problematiche riscontrate nei tre centri di accoglienza presenti sul territorio lametino, il CAS di Pian del Duca, il CAS di Feroleto ell’ex Centro di Accoglienza di Falerna.

“ACCOGLIERE: LA VERA EMERGENZA”
RAPPORTO DI MONITORAGGIO DELLA CAMPAGNA LASCIATECIENTRARE
SU ACCOGLIENZA, DETENZIONE AMMINISTRATIVA E RIMPATRI FORZATI

Online il nostro rapporto su accoglienza, detenzione amministrativa e rimpatri forzati.
Il quadro che abbiamo tratto da questo nostro anno di attività, che ha riguardato CIE, CARA, CAS, Hot spots, centri per Minori stranieri non accompagnati nonché in alcuni casi e per ragione di emergenza, anche SPRAR e centri informali, è a dir poco desolante.
Il sistema accoglienza in Italia non funziona, è fronte di business, è pensato in maniera tale da non produrre inclusione sociale e mantiene gli ospiti, soprattutto i più vulnerabili, in condizioni di non raggiungere una propria autonomia. Un sistema che a nostro avviso va ripensato in maniera strutturale, nella definizione dei percorsi, degli standard minimi da garantire ai richiedenti asilo, della definizione degli spazi di accoglienza, dei rapporti fra istituzioni ed enti gestori. Il quadro che abbiamo evidenziato, in questo anno di attività è senza dubbio parziale e al tempo stesso estremamente grave.
Grave anche sul piano della trasparenza e della gestione degli appalti e dei servizi. Presenteremo le “non-risposte” da parte delle 106 Prefetture e da parte del Ministero dell’Interno alle quali insieme a Cittadinanzattiva e Libera abbiamo inviato richiesta ufficiale di accesso agli atti.

Scarica i due rapporti in allegato:
Rapporto lasciateCIEntrare 2016
Report Incastrati

Riportiamo dal rapporto lasciateCIEentrare 2016:

Visita al CAS di Feroleto  – 20 febbraio 2015
gestione dall’Associazione Ahmed Mahamoud
e visita al CAS di Lamezia Terme 20 febbraio 2015
gestione cooperativa Malgrado Tutto
con Yasmine Accardo, Emilia Corea e Fofana Mouctar

Là dove c’era un CIE ora c’è un CAS, una delle tante strutture istituite da pochi mesi per l’accoglienza straordinaria a richiedenti asilo e in cui – dietro stipula di una convenzione con la prefettura locale – il gestore si impegna ad erogare un servizio di accoglienza, a fronte di un compenso di 35 euro quotidiani per ciascun migrante. Secondo il decreto di assegnazione delle convenzioni CAS poco conta che chi si occuperà dell’accoglienza non abbia alcun tipo di esperienza in questo ambito. Nel caso dell’affido alla cooperativa “Malgrado Tutto” possiamo stare tranquilli, l’esperienza c’è tutta! L’esperienza derivante dall’avere gestito dal 1999 quello che è stato definito da più parti il CIE peggiore d’Italia. Quello all’interno del quale si è registrato il più alto numero di suicidi e di atti autolesionistici.
Quello nel quale a un ragazzo di 18 anni è stato spezzato il midollo osseo provocando la paralisi totale e permanente degli arti superiori e inferiori. La struttura è isolata su una collina, a diversi chilometri dal centro di Lamezia Terme, circondata dagli ulivi. Non ci sono più le sbarre alte 10 metri, le gabbie nelle quali venivano rinchiuse le persone (quelle apparse nelle foto di un noto mensile pochi mesi prima della chiusura del CIE) sono vuote. Vuoto è anche il posto di polizia. Ma l’aria che si respira è sempre la stessa! Camminare all’interno del recinto nel quale fino a qualche anno fa venivano rinchiusi i migranti come animali allo zoo, provoca una strana sensazione. E le richieste accorate di aiuto che ci pervengono da parte dei migranti presenti nella struttura sono pressoché le stesse di qualche anno fa. Si sentono abbandonati a se stessi i trecento migranti “ospiti” della struttura, lì parcheggiati da oltre un anno. Ci chiedono perché sia loro negato ogni diritto, perché a distanza di sei mesi non sia stato loro notificato il diniego dello status da parte della Questura, perché non possano usufruire di nessun tipo di assistenza sanitaria. Molte delle persone con le quali abbiamo parlato soffrono di qualche patologia, alcuni sono anche visibilmente influenzati e febbricitanti. Eppure, nessun farmaco è stato fornito loro, secondo quanto ci riferiscono. La maggior parte delle persone intervistate racconta di essere stata reclutata da parte del gestore della struttura, Raffaello Conte, per lavorare all’interno della cooperativa nel servizio di pulizia e manutenzione urbana. Dieci euro al giorno per un totale di dodici ore di lavoro è il compenso stabilito. Alla faccia di chi pensava che la schiavitù fosse stata abolita! Eppure questo “lauto” compenso non viene corrisposto da oltre quattro mesi, ci raccontano i ragazzi intervistati. La struttura, della capienza di 80 posti, ne ospita attualmente all’incirca trecento. Le stanze, le ex celle in cui i migranti venivano rinchiusi fino a qualche anno fa, contengono 8, a volte 9 letti. I bagni sono sporchi, non c’è acqua calda né riscaldamenti. Il cibo è di pessima qualità, ci riferiscono. A volte con i soldi del pocketmoney provvedono da soli a comprare qualcosa da mangiare. Molti dei ragazzi indossano solo una felpa e un paio di ciabatte. Gli stessi abiti che avevano addosso nel momento in cui sono arrivati in Italia. E’ difficile restare calmi in una situazione del genere, il senso di impotenza e di rabbia di fronte alla sopraffazione, alla riduzione delle persone a numeri, alla privazione di ogni diritto ci accompagna per tutto il tragitto che da Piano del Duca porta a Feroleto, dove sorge un altro CAS, il centro di accoglienza “Ahmed Moammud”, due palazzoni che si affacciano direttamente sulla superstrada. “Ospiti” all’interno di ognuno 150 persone per un totale di 300 uomini e alcuni minori non accompagnati. Qui la situazione è ancora più angosciosa! Nessuno dei ragazzi con i quali abbiamo parlato possiede la tessera sanitaria, nessuno di loro è iscritto al S.S.N. Nessuno di loro sa che per usufruire dei farmaci di cui avrebbero bisogno basterebbe recarsi dal medico e farseli prescrivere. Qui la panacea di tutti i mali è l’Oki che i migranti ricevono dagli operatori della struttura. Di medici nemmeno l’ombra. I ragazzi riferiscono che gli operatori sono tre in tutto. Nessun mediatore linguistico culturale. Eppure sono diverse le nazionalità presenti e non tutti parlano le lingue del colonizzatore. Di notte non rimane nessun operatore con loro, nonostante la presenza di minori non accompagnati. Gli standard minimi di accoglienza dei minori non accompagnati sul territorio italiano, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente, dovrebbero garantire, la custodia in un luogo sicuro (art. 403 c.c.), nel quale ritrovare un calore e un ambiente di crescita “a misura di minore”, perduti con la migrazione. A tal fine la normativa italiana relativa alle strutture di permanenza dei minori è volta a fissare alcuni requisiti che possano assicurare la riproduzione di un ambiente “familiare” (art.2, L184/1983), in cui il minore possa sentirsi accolto e rispettato. Le strutture di accoglienza hanno l’obbligo di garantire i livelli standard di tutela dei diritti fondamentali: accesso ai beni essenziali, servizi socio-sanitari in condizioni di parità con i minori cittadini italiani, assistenza legale gratuita, accesso all’istruzione di base diritto a ricevere informazioni sul loro status, possibilità di esprimersi in una lingua a loro comprensibile tramite la presenza di apposite figure professionali di mediazione linguistico culturale e, soprattutto, protezione da ogni forma di abbandono, abuso, violenza e sfruttamento. Nel centro di malaccoglienza di Feroleto nessuno di questi standard è garantito. I ragazzi ospitati all’interno si recano due volte a settimana in una chiesa vicina dove un prete tiene un corso di italiano. Il pocket-money, riferiscono, fino a qualche tempo fa si aggirava intorno ai 60 euro al mese, in seguito sono stati loro erogati 50 euro al mese ma è da tre mesi che non lo ricevono. Il tutto è ridotto al minimo: sedie e letti consunti, muri sporchi e ingialliti, cibo scadente. Solitudine e abbandono! Quasi tutti hanno già fatto l’audizione presso la Commissione per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato. C’è un solo avvocato, ci dicono, che si occupa dei loro ricorsi. Uno solo per trecento persone. Ma ignorano come si chiami né hanno il suo numero di telefono. Dopo averlo incontrato una sola volta e avere firmato un paio di fogli non lo hanno più visto. Non sanno, quindi, se il ricorso sia stato effettivamente inviato. E soprattutto: in che modo sono stati scritti i ricorsi se l’avvocato non ha parlato con i singoli per conoscerne la storia? Mistero! Molti dei ragazzi con i quali abbiamo parlato raccontano di essere nel centro da oltre un anno. In un limbo perpetuo, senza più energie per porsi domande. Tutte le forze ridotte all’attesa e alla delusione profonda che scava i volti. Nessuna strada davanti. Fatta eccezione per quella lastricata di facili guadagni per chi gestisce questi luoghi. La stessa strada sulla quale muoiono tutte le speranze di una vita dignitosa. Accogliere i migranti? Basta disporre di quattro pareti e qualche branda. Tanto chi controlla? Sulla strada del ritorno ci accompagnano le parole pronunciate da uno dei giovanissimi ragazzi del centro: “siete le uniche persone con le quali parliamo da tempo, nessuno viene mai qui a chiederci come stiamo, cosa vogliamo, ci sentiamo come se fossimo spazzatura scaricata in questo posto. E tra poco, quando sarete andati via saremo nuovamente soli, abbandonati e dimenticati dal resto del mondo”.

Visita al centro per migranti a Falerna – 23 marzo 2015
con Yasmine Accardo ed Emilia Corea

Era il 2013 quando l’Emergenza Nord-Africa veniva dichiarata ufficialmente chiusa. A Falerna il Consorzio Calabria Accoglie decideva di levare le tende e lasciare una cinquantina di migranti abbandonati a se stessi all’interno della struttura. Lo stesso Consorzio che nel corso dei due anni di ENA non aveva garantito né i servizi minimi essenziali (assistenza sanitaria, corsi di alfabetizzazione, assistenza legale) né, tantomeno, percorsi di inserimento socio-economico. I migranti decidevano di rimanere lì! Oggi, a distanza di due anni dalla chiusura ENA la situazione è immutata. Le persone presenti nella struttura sono circa duecento. Vittime dello sfruttamento lavorativo agricolo, nessuna reale interazione con la comunità locale, nessuna prospettiva di cambiamento. E’ questo uno dei peggiori risultati dell’Emergenza Nord-Africa. Diverse le minacce di sgombero nel corso degli ultimi due anni.
L’ultimo, quello previsto domani mattina. Non sappiamo ancora come questo ennesimo episodio di malaccoglienza andrà a finire. Gli occupanti del residence con i quali abbiamo parlato oggi appaiono nervosi, spaventati dall’eventualità di ritrovarsi da domani per strada.
Ci raccontano delle difficoltà che stanno affrontando. T. dice: “siamo stanchi! In Libia lavoravamo, vivevamo all’interno di case dignitose, all’improvviso è finito tutto. Avete deciso di dichiarare guerra a Gheddafi, noi siamo dovuti scappare per ritrovarci qui dove siamo quotidianamente sfruttati nelle vostre campagne per venti euro al giorno. Che ne è della nostra dignità? Siamo esseri umani, non siamo spazzatura da smaltire nei cassonetti delle vostre città”. Si vocifera che ai migranti sia stata offerta la possibilità di restare pagando un affitto mensile. Ma nessuno sa niente di questa proposta. S. dice: “paghiamo un affitto? E con quali soldi? E dove sono finiti tutti i soldi che hanno dato a quelli che stavano qui prima? Dove?? Quelli. Se ne sono andati e non ci hanno lasciato niente. Non facevamo nemmeno la scuola di Italiano qui! Se non fosse per i miei amici qui che mi aiutano ora dovrei fare la prostituta!!! Ma io non voglio! Lo sappiamo come finirà. Ci butteranno per strada. Noi dove andremo? Io non ci volevo venire in questo Paese!! Ed ora nemmeno posso tornare in Libia, ma tornerei, almeno lì mi hanno sempre trattato bene”.

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