Decimo report multimediale degli attivisti di Overthefortress in viaggio nel sud Italia, dal sito meltingpot.org.

Benvenuti cari ascoltatori a Radio NoBorder!”. Inizia così la trasmissione radio che abbiamo condotto durante un sabato pomeriggio nel Residence degli Ulivi a Falerna. Ci troviamo all’interno di un ex centro d’accoglienza che nel 2013 chiuse i battenti in seguito ad un’ordinanza di inagibilità del sindaco. I 200 migranti che allora erano presenti decisero di non lasciare quella che alcuni di loro erano arrivati a chiamare casa. Iniziò così un’interessante esperienza di occupazione e autogestione dello spazio, ovvero 4 stabili con grandi stanzoni e piccoli appartamenti.
Al momento della nostra visita vivono circa 150 persone, poche donne e qualche bambino, la maggior parte sono uomini che si spostano qui per lavorare nei campi di cipolle. Molti non hanno i documenti in regola, la colpa è soprattutto legata ai lunghissimi tempi della questura per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Inoltre, l’amministrazione comunale ha deciso di sgomberare l’area e i migranti lo sanno, aspettano. Noi decidiamo di trascorrere un pomeriggio con loro, in compagnia della loro musica e la nostra radio.
Dieci giorni dopo, il 6 dicembre, Adam ci invia alcune foto in cui si vedono numerose forze dell’ordine assieme ai vigili del fuoco. Lo sgombero è arrivato, senza nessuna soluzione alternativa.. La legalità che tanto interessa allo sciacallaggio politico è ripristinata e le persone tornano in strada.

Lamezia Terme

Facciamo tappa a Lamezia Terme, dove incontriamo Santino Piccoli di AltraLamezia, e un ragazzo gambiano di 27 anni che ci chiede l’anonimato, lo chiameremo Oscar. Ci raccontano della Malgrado Tutto, una cooperativa sociale che per anni ha gestito il CPT considerato tra i peggiori d’Italia e che ora nella stessa struttura ospita un CAS. Le condizione indegne riportate all’interno fanno rabbrividire. Non solo non c’è nessun programma d’integrazione, nessuna attività d’istruzione o di supporto legale, ma anche l’ubicazione del centro e l’assenza di collegamenti con la città rappresentano un grosso limite, basti pensare che l’autobus più vicino è a 5 chilometri.
La situazione dentro al centro è insostenibile. Una capienza disponibile di circa 90 persone che però ha raggiunto le 250 presenze in primavera. Vi sono solamente tre bagni e due docce, non c’è né acqua calda né alcun tipo di riscaldamento. I richiedenti asilo ospitati avevano comprato con i propri risparmi una piccola stufa elettrica, ma appena veniva collegata saltava la luce.
Ecco dove viveva Oscar fino a poco tempo fa. E’ proprio lui che ci illustra minuziosamente le condizioni del centro d’accoglienza e che insieme ad altri ospiti ha voluto alzare la voce contro la Malgrado Tutto. Si sono organizzati e hanno organizzato diverse proteste.
La prima nell’aprile del 2015 richiedeva servizi di orientamento legale, del cibo dignitoso e la possibilità di avere vestiti per cambiarsi. Purtroppo non è servita, il miglioramento promesso non si è visto e così nel 2016 nuovamente si è tenuta una protesta degli ospiti del centro che hanno bloccato la strada di fronte al commissariato di polizia.
Sono rimasti cinque giorni a dormire per strada mantenendo il picchetto supportati dagli attivisti locali, hanno deciso di abbandonarlo solo con l’istituzione di un osservatorio permanente formato dagli attivisti stessi. In questo momento si contano ancora 153 ospiti nella struttura, l’appalto per quel centro non è stato riconfermato alla Malgrado Tutto e verrà chiuso per esaurimento: non verranno accettati nuovi ospiti e una volta trasferiti tutti i presenti le porte si chiuderanno.

Crotone

Dalla sponda tirrenica a quella ionica, un’altra tappa importante del viaggio di overthefortress è la città di Crotone, in particolar modo la zona di confine tra questa e il comune limitrofo di Isola Capo Rizzuto. Di fronte all’aeroporto nazionale Sant’Anna si estende un’enorme area recintata da filo spinato. L’area in questione ospitava in diverse caserme l’aeronautica militare italiana, adesso quelle stesse caserme sono state riadattate a CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo). L’ingresso della struttura si apre sulla strada statale 106, una strada molto trafficata dove negli anni scorsi si sono verificati diversi incidenti che vedevano coinvolti gli ospiti del CARA Sant’Anna. Dopo la morte di 10 persone l’amministrazione comunale ha costruito una via pedonale che permette ai migranti di raggiungere la fermata dell’autobus per Crotone.
Incontriamo Leonardo Torchia, Fabio Riganello e Filippo Sestito del movimento antirazzista di Crotone i quali ci raccontano la storia dell’ennesimo non-luogo che troviamo nel nostro viaggio. L’accoglienza dei migranti a Crotone inizia quasi vent’anni fa con le grandi migrazioni dai Balcani, in particolar modo con i cittadini kosovari. Il nome e la classificazione di questo centro è cambiata negli anni, da CPA a CIE ora a CARA, ma ha sempre presentato una situazione di disorganizzazione e sovraffollamento. A fronte dei 900 posti ufficiali è arrivato in alcuni periodi ad ospitare fino a 2.000 persone, facendo conoscere questo non-luogo come il più grande d’Europa fino all’apertura del CARA di Mineo.
Le persone accolte in questo momento provengono per la maggior parte da Eritrea, Gambia, Nigeria, Pakistan e Afganistan; molti uomini, donne e famiglie aspettano da più di un anno il ricollocamento o il ricongiungimento familiare. Ci dicono che solitamente non sono presenti minori non accompagnati, anche se in passato, occasionalmente, sono transitati dal centro.
La gestione del Sant’Anna è affidata alla Confraternita delle Misericordie di Crotone, la quale è sotto osservazione da quasi 12 anni per il suo pessimo e lucrativo operato. La Misericordia di Isola Capo Rizzuto gestisce anche il centro d’accoglienza di Lampedusa. E’ chiaro che anche in questo caso c’è chi ha imparato a guadagnare molti soldi sulla pelle dei migranti. Infatti è difficile credere che i famosi 30-35 euro al giorno siano spesi per migliorare le condizioni del campo o fornire servizi agli ospiti; le segnalazioni che escono dal centro fanno emergere che sicuramente non vengono spesi per il vestiario, né per i corsi di alfabetizzazione, né per dare un confortevole alloggio (fino a poco tempo fa vivevano dalle 10 alle 12 persone in ogni container, ora vivono in moduli abitativi da 4 persone) e ben che meno per il pocket money. Come a Mineo infatti anche qui i migranti ricevono saltuariamente pochissimi euro da spendere esclusivamente all’interno del campo o addirittura non ricevono nulla.
Queste testimonianze non provengono solo dagli attivisti che abbiamo intervistato, ma anche da diversi migranti con i quali abbiamo parlato alla stazione di Crotone. Molti indossano ancora le infradito ricevute durante lo sbarco, non hanno vestiti invernali e il cibo che ricevono non è sufficiente.
La stazione di Crotone versa da alcuni anni in una situazione difficile, tra i treni fermi e abbandonati c’è un vero e proprio ghetto che saltuariamente si popola. Dal momento in cui un migrante chiede protezione presso la questura di Crotone è poi obbligato a tornare qui per il rinnovo del permesso di soggiorno, lo stesso per coloro che vengono “dublinati” dai Paesi del nord d’Europa. I tempi della questura per le pratiche burocratiche sono biblici e le persone nel frattempo sono costrette a trovare un luogo dove stare. Inoltre anche a Crotone da circa tre mesi la questura richiede il passaporto come requisito per il rinnovo del permesso di soggiorno. Una pratica scorretta che, come abbiamo già visto a Palermo, risulta essere estremamente limitante, se non impossibile.
Filippo Sestito ci racconta che fino a 10 anni fa le persone non potevano uscire dal centro, poi grazie alla commissione De Mistura, che svolse indagini sulle condizioni dei CIE in Italia, le regole cambiarono.
Nonostante il cambiamento i migranti del CARA di Crotone sono ancora “rinchiusi” all’interno di quel filo spinato, aspettando qualcosa che non sanno neanche di cosa si tratti. Nessuno di loro dimostra di avere delle informazioni sul proprio stato legale-giuridico e nonostante la commissione che valuta le loro richieste di protezione internazionale si trovi all’interno del campo, fatto decisamente anomalo rispetto al resto d’Italia, i tempi di attesa sono comunque lunghissimi.
Seppur non informati adeguatamente verso la nostra legislatura, i richiedenti asilo non si sentono “schiavi del sistema”, ma sono stati in grado di organizzare numerose proteste per richiedere migliori condizioni ed i documenti. Proteste che però, come spesso accade, trovano la solita indifferenza mediatica.

Cosenza

Equipe Multidisciplinare per l’emersione, la diagnosi e la presa in carico dei richiedenti e titolari di protezione internazionale vittime di tortura: un nome lungo, ma sicuramente molto chiaro. L’associazione “la Kasbah” di Cosenza ci apre le porte per mostrarci il loro lavoro e in particolare questo progetto.

Nasce dall’incontro con il CIAC Onlus di Parma e punta tramite ad un’equipe multidisciplinare al supporto psicologico e fisico delle vittime di tortura” ci dice Emilia Korea, membro dell’associazione e attivista.
L’equipe è formata da psichiatri, psicologici, un medico legale, medici di medicina generale e tre mediatori. Grazie al coinvolgimento dell’Azienda Sanitaria Provinciale l’equipe si trasferisce a turni dall’ospedale di Cosenza, facendo rientrare il lavoro d’equipe nelle proprie ore lavorative. La presa in carico delle persone prevede dei colloqui per fare emergere i traumi al fine di organizzare una possibile terapia, che viene successivamente strutturata con incontri settimanali. Il percorso di riabilitazione nella maggior parte dei casi è psicologico, ma capita che il trauma sia anche fisico e che sia quindi necessario ricorrere ad un intervento chirurgico. Dalla sua creazione l’Equipe ha assistito più di 180 persone provenienti da diversi centri (CAS e SPRAR) o anche dalla strada. L’obiettivo finale è quello di far sentire il paziente una persona e non più una vittima. Allo stesso tempo il gruppo di lavoro consegna delle certificazioni medico-legali che saranno poi consegnate alla Commissione territoriale.
Emilia ci dice che spesso queste risultano prove molto importanti in Tribunale qualora ci fosse un diniego della Commissione alla richiesta d’asilo. Questo lavoro ha infatti aiutato diverse persone ad ottenere lo status di rifugiato o altri tipi di protezione.
L’importanza che riveste questo progetto a livello nazionale è stato documentata tempo fa da Melting Pot con l’articolo di Andrea Panico, al quale rimandiamo per ulteriori approfondimenti.
Della stessa associazione “la Kasbah” fa parte Franco Cirino, il quale ci raggiunge per raccontarci dello sportello legale. Un operatore legale, tre mediatori e alcuni avvocati aprono, tutte le mattine e anche diversi pomeriggi, uno spazio dedicato ai migranti che necessitano di assistenza legale. Chi tra loro non conosce questa possibilità è costretto a rivolgersi ad altri avvocati, messi a disposizione dai centri d’accoglienza, i quali però chiedono cifre esorbitanti, 1000-1500 € per un qualsiasi ricorso.
Lo sportello legale nasce diversi anni fa come spazio d’ascolto e all’epoca lavorava soprattutto con persone provenienti dalle Filippine o con le cosiddette badanti dell’Est Europa.
Franco e i suoi colleghi affrontano qualsiasi tipo di problematica legale: allo sportello si rivolgono da migranti senza accesso all’accoglienza e che non conoscono minimamente i loro diritti, a coloro che non hanno mai compilato il modulo C3 né ricevuto alcuna informazione legale.
“Oltre a questo facciamo un grande lavoro di preparazione alla Commissione territoriale”, ci racconta Franco, “ora rientriamo nella competenza di Reggio Calabria e i dinieghi sono diminuiti, ma quando facevamo riferimento al CARA di Crotone era un disastro”. Tanti problemi sono causati dalla tempistica, come abbiamo visto anche in altre zone d’Italia, questo secondo Franco è dato dall’inadeguatezza del personale della questura, il quale ha lo stesso organico del 2006. E’ chiaro che con l’aumento del lavoro in termini di tempo, dovrebbero aumentare anche i funzionari che si occupano di tali pratiche. In questo periodo la questura di Cosenza lavora esclusivamente sui moduli C3 e non rilascia permessi di soggiorno da diversi mesi.
“Secondo me bisognerebbe evitare di tirarla in causa, è più giusto pensare che un lavoro di questo tipo possa essere affidato alla grande area dell’assistenza sociale piuttosto che alla polizia”.
Altro aspetto non meno importante è il lavoro di monitoraggio che alcuni attivisti di Cosenza, tra cui la stessa Emilia Corea, svolgono in collaborazione con la Campagna LasciateCIEntrare in questo territorio. Monitorano costantemente i circa 40 CAS presenti in provincia di Cosenza. Ci rattrista ma non ci stupisce ascoltare tante irregolarità e violazioni dei diritti che abbiamo già visto altrove: persone con ancora gli stessi vestiti consegnati allo sbarco. Nelle loro visite hanno conosciuto persone che nonostante l’inverno incombente hanno ai piedi nient’altro che infradito, pure spaiate.
Assieme ad una scarsa attenzione al benessere materiale dei migranti, nei loro report raccontano l’assenza di assistenza legale o sanitaria. Sono pochissimi i migranti iscritti al SSN e chi possiede il codice STP riceve una scarsa assistenza.
Tra aprile e maggio 2016 sono state diverse le attività di denuncia che sono state portate avanti. Una delle quali è stata a carico della Malgrado Tutto, l’ente gestore del CAS di Lamezia Terme, che come abbiamo detto sarà presto chiuso.
Ci teniamo a sottolineare che le storie che riportiamo non sono complete, non sono esaustive, né sufficienti per descrivere la vera storia di queste persone. Quello che accade nei centri d’accoglienza, a prescindere dalla provincia o città nella quale si trovino, è una costante ed enorme violazione del Diritto. Sono gli stessi Diritti Umani ad essere spazzati via.
Crediamo che le condizioni di vita che vengono offerte in questi centri siano una vergogna ed è proprio all’interno di essi che troviamo la vera emergenza, non certo nell’immigrazione, ma nel sistema d’accoglienza. Non possiamo che essere grati a coloro che incessantemente continuano a portare avanti da moltissimi anni attività di denuncia e di lotta contro questo sistema marcio e lucrativo. Solo così è possibile far emergere la storia migratoria e di vita delle persone accolte, e ridare a loro diritti e dignità.

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