Delegazione composta da: Luca Mannarino, Maurizio Alfano, Francesco Formisani, Yasmine Accardo (Ass. Garibaldi 101), Emilia Corea (Ass. La Kasbah), Luana Ammendola

Lo scorso 26 agosto, una delegazione della Campagna LasciateCIEntrare ha visitato il Centro di Accoglienza Straordinaria di Montalto Uffugo, ubicato all’interno del Casale Mirella, ex casa di fattori, e gestito dalla Croce Rossa Italiana.
All’interno della struttura, aperta il 04 giugno 2015, vengono ospitati 27 uomini di diverse provenienze: Nigeria, Ghana, Eritrea, Somalia, Ciad. Tra di loro, da circa otto giorni, c’è anche un etiope, di cui racconteremo in seguito.
Una volta arrivati, il gestore della struttura, il presidente della CRI di Cosenza, Antonio Schettino, ci invita ad entrare e a visitare la stessa.
Ci racconta di come viene impostata l’accoglienza all’interno del Centro: ci parla di almeno due mediatori culturali presenti (di lingua inglese e francese); della presenza di operatori sanitari che hanno favorito l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale di molti ospiti (a tutti viene attribuito il codice STP al loro arrivo); di operatori legali che, già nella prima settimana di permanenza di ciascun ospite, fanno in modo che possa avere il Modello C3, con cui viene formalizzata la richiesta di asilo; di un solo avvocato, che cura i ricorsi avversi ai responsi negativi della Commissione. Ci dice che molti sono già stati in Commissione, a parte gli ultimi otto arrivati da dieci giorni, e che tre hanno ricevuto esito positivo ma sono ancora all’interno della struttura, in attesa dei documenti. Il cibo, continua, viene portato nella struttura da un ristorante vicino, il pocket-money viene erogato ogni fine mese, l’abbigliamento viene dato loro ogni 40 giorni. Hanno attivato i corsi di italiano, sia nella struttura, in accordo con il CPIA (Centro per l’Istruzione degli Adulti), che all’esterno, grazie al contatto con alcuni docenti “focolarini” dell’ITC Pezzullo di Cosenza: i primi vengono effettuati 3 mattine a settimana, mentre i secondi 2 pomeriggi a settimana. Otto ospiti, ci dice, hanno l’attestato del livello A1, e a settembre potranno andare regolarmente a scuola: agli otto ragazzi pare sia stato dato un “premio” di 20,00 euro come incentivo. Ci racconta di numerose altre attività di cui ci mostra le foto (bricolage, partite di calcio, laboratori di fotografia, visite al centro storico, giardinaggio) e della sinergia con il comune di Montalto Uffugo per attivare un progetto di orto solidale in cui i ragazzi possano lavorare.
Durante la visita abbiamo modo di rilevare che il Centro è costituito da due aree: un’abitazione a due piani e una casetta ad un piano, aperta da circa due settimane. Nella struttura a due piani vi sono al primo piano quattro grandi stanze, ognuna con 5 posti letto, ma un’ unica toilette che soddisfa le esigenze di ben 20 ospiti. Due le docce presenti. Altri due bagni di servizio sono presenti al piano inferiore dove vi è anche una lavatrice. Nella seconda struttura da poco allestita, invece, vi è un bagno a camera. le camere sono due con sette posti letto totali (4 + 3). Nel complesso l’abitato è dignitoso. Anche se tre bagni e due docce per 20 persone sembrano insufficienti.
La percezione, ad ogni modo, è quella che si cerchi in tutti i modi di essere rispettosi e ligi alle normative in materia, senza tenere in minima considerazione le personalità, le vite, i vissuti di chi si ha davanti.
E tale percezione ci viene confermata quando parliamo con la gran parte dei ragazzi ospitati all’interno della struttura. Gli uomini accolti ci parlano di un’accoglienza scadente: “Non ci sentiamo ascoltati. Non abbiamo nessuno cui parlare dei nostri problemi – dice A. – quando protestiamo ci rispondono che possiamo andare per strada. Io ho un problema alla schiena da tre mesi, ma non mi hanno mai accompagnato dal medico. Vale la stessa cosa per tutti. Il responsabile resta nel suo ufficio e con noi non vuole avere nulla a che fare.”
Tutti, indistintamente, si concentrano sui pessimi rapporti di “convivenza con il responsabile ed uno degli operatori”. Vorrebbero essere trasferiti: “Non ti ascolta nessuno. Se abbiamo problemi ci trattano con sufficienza. -dice Y- Così andiamo avanti con il dolore. Siamo abituati, certo, ma credevamo che qui avremmo ricevuto conforto”.
“Per tutto l’inverno non abbiamo avuto il riscaldamento. Anche per fare la doccia è sempre un problema: l’acqua finisce o non esce. Abbiamo lamentato più volte questo disagio senza esito”
“Sono qui da qui da oltre un anno, le uniche persone con cui riesco ad interfacciarmi le trovo in Chiesa.”
Qualcuno va a giocare a pallone in paese, per arrivarci usano una bicicletta in prestito da amici o ci vanno a piedi. Si tratta di una superstrada senza marciapiede.
Anche qui rileviamo la distanza della struttura dal centro abitato, con la conseguente tendenza a voler escludere e la mancanza di percorsi reali di inclusione. “Siamo giovani. Sappiamo fare tante cose. – ci dicono – Qui stiamo morendo piano piano. E quando saremo fuori?” Chiediamo se siano stati informati della possibilità per alcuni di entrare nella fase di seconda accoglienza. Nulla, non sanno nulla. Chiediamo se sanno che prima o poi usciranno dall’accoglienza “Si certo. Alcuni di noi se ne sono in realtà andati autonomamente perchè qui stavano male; non si sentivano a proprio agio. Molti di noi non hanno contatti qui. Non so cosa faremo dopo.” M. resta in silenzio un attimo. E poi “Quasi tutti abbiamo ricevuto esito negativo dalla Commissione e stiamo facendo un ricorso”. Conoscete l’avvocato? “No. Non abbiamo modo di andare da lui o parlargli”.
Ci dicono che non esiste alcuna figura di mediazione: “Fa tutto una persona, il responsabile. Lui parla inglese ed un pò di francese.” Per chi parla altre lingue, l’unica possibilità di comunicazione è paventata attraverso la mediazione di chi eventualmente, nel gruppo degli ospiti, conosce la sua lingua e può quindi “trasferire” le richieste ai gestori.
Tra gli ospiti vi è, infatti, un uomo etiope che non parla né inglese, né francese, ma solo amarico, tigrino e un pò di arabo: la prima cosa che ci racconta è che è arrivato con la moglie, la quale adesso si trova in un centro nel beneventano. Chiede di poter stare con lei. Ci impegniamo con lui a fare richiesta perchè venga ricostruito il piccolo nucleo familiare. E così, in data 01 settembre 2016, inviamo la segnalazione agli enti competenti, cercando, in tal modo, di accelerare i tempi del ricongiungimento.
Il 03 settembre, veniamo, però, avvisati, da parte di un altro ospite della struttura, del fatto che il ragazzo è stato espulso dalla stessa e gli è stata revocata l’accoglienza. Allertati, ritorniamo a parlare con il gestore. Ci dice che, nonostante avessero già inviato l’istanza di ricongiungimento familiare alla Prefettura di Cosenza, il ragazzo etiope avesse deciso di andare a trovare la moglie nel beneventano e fosse rientrato dopo quattro giorni, perdendo, in tal modo, il diritto all’accoglienza. Al nostro invito ad ospitare il ragazzo per le due notti che ci separano dal primo giorno utile (il lunedì successivo) per presentare l’istanza di re-immissione nel sistema, ci sentiamo, giustamente, rispondere, che, da un lato, non è autorizzato a farlo, dall’altro, deve garantire a tutti i suoi ospiti l’accoglienza dignitosa che non passa per il riposo su un divano o su un materasso di fortuna.
Ci chiediamo, però, cosa ci sia di dignitoso nel negare cure mediche adeguate a chi richiede anche una minima assistenza sanitaria. Non riusciamo a capire dove sia finita la preoccupazione legata al garantire la dignità umana quando, nonostante il gestore del centro del beneventano – così come lui stesso ci ha riferito per telefono – lo abbia contattato per raccomandarsi di non revocare l’accoglienza al ragazzo perché stava ritornando, il presidente Schettini non si sia curato della cosa e abbia, comunque, avvisato Prefettura e Questura di Cosenza, perché l’ospite è rientrato qualche ora dopo il termine previsto. Dov’è il rispetto della vita umana quando si perpetra tutto quanto sopra descritto avendo anche il benché minimo sospetto che il ragazzo, essendo, tra l’altro analfabeta, non abbia capito quali fossero le norme da rispettare, proprio perché nel centro non lavorano mediatori tigrini e nessuno ha, dunque, spiegato lui la cosa quantomeno in arabo? Sembra assurdo che dopo tante sofferenze una coppia debba anche essere costretta alla lontananza. Le persone restano, comunque, pacchi numerati. Che importanza può mai avere l’amore ai tempi dell’emergenza?
Ritorniamo, dunque, dal gestore per confrontarci con lui in merito a tutte le criticità evidenziate dai ragazzi. Lui, ponendosi immediatamente con fare diffidente, affida tali criticità alla scarsa capacità di comprensione e di accettazione della norma da parte dei ragazzi. “I mediatori culturali ci sono. – ci dice – Parlano di una loro assenza o di un cattivo rapporto con me solo perché, a volte, vengono date loro risposte che non piacciono”. E ancora: “[…] Assistenza medica per loro significa trasporto obbligatorio in ospedale […]”. “Noi abbiamo spiegato loro quali sono diritti e doveri di ognuno, ma tendono a non capire ciò che a loro non piace”. “L’umanizzazione della norma non è possibile”. Sono tanti gli interrogativi che ci lascia questo ulteriore confronto con Schettini. Tra questi quello relativo alla differenza tra le cose fatte e le modalità con cui si fanno: siamo sicuri che i diritti e i doveri di cui sopra siano stati compresi da tutti, o ci siamo solo limitati ad enunciarli? Ci si sofferma a spiegare cosa è giusto o non è giusto fare in un contesto in cui vigono norme e tradizioni totalmente diverse da quelle di origine, o si liquidano eventuali richieste con un secco no? Chi decide di lavorare nell’accoglienza, o, più in generale, in ambiti in cui il rapporto umano diventa prioritario, si preoccupa, così come dovrebbe essere, della qualità dei rapporti interpersonali e non solo della mera erogazione di servizi?
Senza dubbio, dunque, un grande e sicuramente anomalo rispetto delle norme e della prassi, dimenticando, però, che tali norme e tali prassi vanno applicate nei confronti di situazioni e di vite già tanto afflitte, che, come tutte le altre, hanno emozioni da esibire e da provare, anche in un periodo di emergenza.
Un’emergenza, per riprendere le parole del Dirigente Generale del Dip. Tutela della Salute e Politiche Sanitarie della Regione Calabria, Riccardo Fatarella, enunciate ad un recente congresso sul tema, che “non si risolverà mai se si affronta con norme e contratti alla mano. […] Il problema è culturale: bisogna prima capire e poi farsi capire”.
Per la cronaca, il ragazzo Etiope e la moglie sono riusciti a ricongiungersi dopo una settimana di tira e molla tra le Prefetture di Cosenza e Benevento e il centro di accoglienza campano, grazie anche al sostegno del vicesindaco di Acquaformosa, Giovanni Mannoccio, che ha ospitato il ragazzo per il tempo necessario.

Da www.lasciatecientrare.it

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