scatolone

Mamma chissà se valeva la pena
Fare tanta strada arrivare qua (…)
E se potessi tornare indietro
Indietro io ci tornerei
E se potessi cominciare da capo
Quello che ho fatto non lo rifarei (…)
E meno male che c’è sempre qualcuno che canta
La tristezza ce la fa passare
Se no la nostra vita sarebbe
Una barchetta in mezzo al mare

La chiamano “Lo Scatolone”, è una palestra di plastica in lamiera, a pochi metri dallo stadio “Granillo” a Reggio Calabria. Nata come struttura di emergenza per fronteggiare l’ondata di sbarchi nel mese di luglio, è ad oggi un centro non governativo dove oltre 100 minori sono stati abbandonati da oltre 6 mesi dalle istituzioni. Al nostro arrivo abbiamo trovato due ragazzini in ciabatte e pantaloncini lisi, fermi all’entrata: gli sguardi estranei e turbati, di bambini cresciuti in fretta, soli ad affrontare un’ordinaria giornata di freddo gelido in una terra straniera. Dopo avere scambiato due parole con loro ci accompagnano all’interno, “dovete vedere per comprendere la nostra situazione” ci dicono. Abbiamo visto, abbiamo guardato, scrutato. Davanti ai nostri occhi il completo fallimento di un sistema di accoglienza ipocrita. Davanti ai nostri occhi, il naufragio dell’umanità, di un inquietante occidente “dei diritti”, dove un centinaio di adolescenti vivono in un limbo di assenza di qualsiasi tutela, nel generale rifiuto della società. Perché i soprusi vengono perpetrati, vigliaccamente, sempre sulla stessa pelle, quella dei dannati della terra, dei più deboli, di chi trova la morte nel tentativo disperato di attraversare il mediterraneo, di chi è costretto a vivere tra freddo e immondizia. Oltre cento minori, il più giovane dei quali appena tredicenne, condividono un unico spazio, uno stanzone dove si dorme, si mangia sulle brandine, si passa il tempo a parlare, a ricordare. A ricordare le violenze vissute nei loro paesi, i genitori morti ammazzati, la tortura nelle carceri libiche. A sognare, quelli che ancora sono capaci di farlo, una vita diversa dallo squallore nel quale sono stati catapultati all’arrivo sulle coste italiane. Quale crimine hanno commesso questi piccoli uomini per essere costretti a vivere in simili condizioni, ci chiediamo? Voltare la testa da un’altra parte, non guardare, è impossibile. Anche se entrando nell’anticamera dell’inferno che è “lo scatolone” avremmo preferito non farlo. Per non vedere quelle che sono, invece, le colpe della nostra società, vile e ignobile. In alcuni punti, i vetri alle finestre sono stati sostituiti da cartoni, da fogli di compensato dai quali penetra il freddo pungente di una glaciale mattina di inverno. In fondo allo stanzone si apre un corridoio dove si trovano i servizi igienici, solo due gabinetti per oltre cento persone. Dalle docce scorre acqua gelida che ristagna sui pavimenti sporchi. In un angolo, su una panca è appoggiato un vecchio phon da viaggio. I ragazzi ci raccontano che lo usano, all’uscita dalla doccia, per asciugare i loro corpi. Non esistono asciugamani né accappatoi. I vestiti, ci dicono, vengono lavati a mano e stesi ad asciugare su un muro, sul retro della struttura. Alcuni raccontano di essere stati portati allo “Scatolone” 6 mesi fa. Tutti, ci riferiscono, sono ancora in attesa del primo permesso di soggiorno. Non hanno documenti, solo un tesserino con un numero di matricola. Molti di loro, al nostro arrivo, continuano a dormire sulle brandine da campeggio, con addosso le misere coperte dell’esercito, insufficienti a proteggerli dal freddo. Altri sono ansiosi di parlare, di raccontarci le loro vicissitudini di bambini cresciuti in fretta sotto le clusterbombs, nelle carceri libiche dove venivano stuprati tutti i giorni e poi tra il vomito e la benzina di navi cariche di morte.
Così come loro stessi ci raccontano, a gestire quelli che dovrebbero essere i servizi erogati dal Comune sono i volontari dell’Associazione Nazionale dei Carabinieri. Ci dicono che la struttura dovrebbe servire alla primissima accoglienza di questi ragazzi, i quali dovrebbero rimanere al suo interno per sole 78 ore: Eppure ci sono ragazzi che sono qui da sei mesi”, ammettono. Ripetono più volte di essere in quel luogo in maniera assolutamente volontaria, spinti dal proposito di creare con i ragazzi rapporti umani, e di non avere responsabilità alcuna sulla situazione venutasi a creare. Ci raccontano delle difficoltà da parte dell’Amministrazione comunale e della Prefettura nel trovare sistemazioni alternative, sia in Calabria che altrove nell’intero territorio nazionale.
Appena si accorgono, però, che alcuni di noi erano riusciti ad entrare nella struttura invitati dai ragazzi, ci intimano di uscire immediatamente, non dimenticandosi di ricordarci che i due ragazzi con i quali stavamo parlando, e che ci stavano raccontando il malessere generalizzato in quella struttura, “hanno problemi mentali”.
Usciti dalla struttura la nostra attenzione viene attirata da un ragazzo. Sta immobile, con le spalle contro il muro e piange silenziosamente. Ci avviciniamo a lui cercando di consolarlo, ben consci della nostra impotenza. Ci riferisce di avere mal di denti da diversi giorni. Ma le sue sono le lacrime di un sedicenne solo, vissuto all’inferno di un viaggio che lo ha portato verso una terra che doveva regalargli un futuro diverso, ma che lo ha solo traghettato verso l’altra sponda dell’Ade. Le sue sono le lacrime di un ragazzo che si vede impotente e incapace di determinare il proprio futuro, a cui sono state rubati i sogni e le speranze che un sedicenne ha il pieno diritto di avere.
Ce ne andiamo con la sua immagine nella mente chiedendoci di chi sia la responsabilità di tutto questo, dove siano e cosa stiano facendo, oltre a rimpallare (come prevede il buon costume italiano) le proprie responsabilità, tutte le istituzioni e le organizzazioni umanitarie che dovrebbero intervenire per ridare speranza a 100 ragazzi.
A pochi giorni di distanza, il 25 gennaio, veniamo allertati da alcuni ragazzi “rinchiusi” nella struttura relativamente al fatto che, la mattina dello stesso giorno, circa una ventina di minori sono stati prelevati dalla polizia e trasportati in questura. Durante l’operazione, riferiscono i ragazzi, gli stessi volontari dell’Associazione Nazionale Carabinieri indicavano ai militari quali ragazzi dovessero essere prelevati. I 20 ragazzi rimangono in questura per tutta la giornata senza ricevere neanche un pasto, e vengono rilasciati intorno alle 02:30. Nel documento di notifica che viene rilasciato loro, ovviamente non tradotto nella lingua d’origine (nel provvedimento si parla di una traduzione orale all’atto della notifica), viene dichiarato che i ragazzi si sono “resi responsabili di condotte integranti gravi turbative all’ordine e alla sicurezza pubblica” e che viene “valutata positivamente la pericolosità sociale del proposto e risolta favorevolmente la prognosi circa la sua attitudine alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”. La verità è che i ragazzi si sono resi colpevoli di aver inscenato due proteste a distanza di pochi giorni, tentando di bloccare la strada di accesso alla struttura, per contestare le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere e le continue vessazioni che sono costretti a subire.
Insomma, un’altra vergogna, l’ennesima, del “modello” di accoglienza italiano!

Campagna LasciateCIEntrare
Gabriella Guido – Portavoce Campagna
Yasmine Accardo – Referente Territori
Luca Mannarino – LasciateCIEntrare Calabria
Emilia Corea – Associazione La Kasbah
Altra Lamezia

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