Report della visita al CAS Villaggio Caldeo (CS). Delegazione costituita da: Emilia Corea (Associazione “La Kasbah”), Luca Mannarino (attivista), Maurizio Alfano (attivista), Francesco Formisani (attivista), Luana Amendola (attivista), Fabrizio Liuzzi (attivista).

“Life in the camp is hard”, è la frase che più spesso ci viene ripetuta ogni qualvolta interloquiamo con i richiedenti asilo ospiti dei tanti centri di accoglienza temporanea disseminati ovunque, quasi sempre nei luoghi periferici delle nostre città. La logica del campo (il centro) risponde a una precisa volontà di segregazione e di ghettizzazione delle persone provenienti dal sud del mondo, uno spazio extraterritoriale istituito da un diritto speciale (accoglienza straordinaria).
I campi rappresentano la materializzazione di uno stato di eccezione divenuto permanente.
Spesso coloro che vengono “accolti” (nei CAS) o detenuti (nei CIE/CPR) all’interno di queste strutture sono, dal punto di vista giuridico, dei fantasmi.
Emblematico, in tal senso, il caso del centro di accoglienza straordinaria che sorge all’interno dell’ex villaggio agrituristico di Benito Caldeo. Il villaggio è situato a parecchi chilometri di distanza dal centro abitato, nel territorio di Castiglione Cosentino. Per arrivarci bisogna percorrere una strada di campagna particolarmente irta. Ci eravamo recati in visita al centro, una prima volta, nello scorso ottobre. In quell’occasione ci eravamo soffermati a parlare con il gestore del centro, nonostante avessimo notato da subito una certa diffidenza e ostilità nei nostri confronti. Il signor Caldeo ci aveva riferito di essere lui ad occuparsi di tutte le attività, con l’ausilio di sua moglie, autodefinendosi “maestro di vita e di moralità”, oltre che insegnante del corso di italiano, mediatore culturale, operatore legale e sanitario. La conversazione con il gestore era proceduta a fatica, tra mezze risposte e divagazioni varie e si era interrotta nel momento in cui ci aveva spiegato il ruolo e la natura dei cittadini all’interno della società.
Secondo il signor Caldeo, infatti, le persone sono “ombre” non meglio precisate mentre lui sarebbe, a suo dire, “l’unico uomo onesto rimasto in Italia”. Singolare la sua visione delle persone che portano orecchini e capelli lunghi. Aveva capito subito, infatti, i nostri “evidenti problemi psichici” e, a ragione, aveva affermato: “[…] uno che va in giro conciato in questo modo ha problemi seri di instabilità mentale ed esistenziale. Come pretendi di aiutare gli altri se tu stesso hai bisogno di aiuto? […]”.
Al ritorno, ci eravamo fermati a parlare sulla strada con alcuni dei 25 ragazzi ospiti nel mese di ottobre della struttura. Provenivano dalla Nigeria, dalla Somalia, dalla Tunisia, dal Pakistan e dalla Guinea. Tra di loro 10 donne, di cui 2 incinte, le quali – secondo quanto ci avevano riferito – non erano tutelate dal punto di vista sanitario. Nessuno di loro, nel mese di ottobre, aveva formalizzato la richiesta di protezione internazionale.
A distanza di qualche mese eravamo stati contattati da alcuni dei richiedenti asilo precedentemente incontrati. Era il mese di gennaio e lamentavano condizioni di vita insopportabili nel centro, soprattutto a causa del freddo micidiale in quel periodo. Ci avevano raccontato di essere costretti, tutte le sere, ad accendere un fuoco nel cortile esterno della struttura per riuscire a riscaldarsi. Pochi giorni prima, una delle donne incinte conosciute nel corso della nostra precedente visita, aveva portato fuori il neonato per regalargli un po’ di tepore attorno al fuoco, quando una scheggia di fuoco lo aveva colpito provocandogli una grave ustione sul viso. Il 18 febbraio eravamo ritornati al centro, con l’intenzione di capire meglio le dinamiche dell’incidente, decidendo volutamente di non entrare e di aspettare i ragazzi sulla strada. Intanto, con il passare dei mesi, le richieste di aiuto da parte dei richiedenti asilo, ma anche di qualche autoctono entrato in contatto con i ragazzi, sono continuate ad arrivare sui nostri telefoni.
Ad oggi molti ci riferiscono di essere sprovvisti del permesso di soggiorno; alcuni sono riusciti ad ottenerlo solo grazie al coinvolgimento di amici italiani i quali si sono premurati di accompagnarli in questura allo scopo di formalizzare le pratiche relative alla richiesta di asilo.
Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, riferiscono, vengono accompagnati dal medico, ma i farmaci prescritti non vengono mai acquistati, nemmeno nel caso di patologie gravi.
Attualmente, ci dicono, il centro ospita 42 persone, delle quali 8 donne. Sono presenti due minori, nati da poco.
Tutti i richiedenti asilo con i quali abbiamo interloquito riferiscono di minacce in merito all’ottenimento dei documenti ad ogni loro protesta. Riferiscono, inoltre, che i permessi di soggiorno ritirati in questura sono stati sequestrati dal gestore della struttura, il quale ha consegnato loro solo una copia degli stessi. Ci raccontano che alcuni ragazzi, i quali avevano palesato il malcontento relativo alle condizioni di accoglienza, sono stati costretti a firmare un documento scritto in italiano alla presenza dei carabinieri – accorsi in seguito alla chiamata del signor Benito – attraverso il quale veniva loro revocata l’accoglienza all’interno della struttura. Inquietante, inoltre, la considerazione che i gestori hanno delle donne presenti nella struttura: tutte presunte prostitute, secondo la responsabile del centro. Donne sopravvissute a stupri di gruppo durante il viaggio, probabilmente trafficate per soddisfare gli appetiti dei clienti occidentali. Donne poco più che bambine alle quali è stato strappato tutto, anche la possibilità di ricucire le ferite inferte dalla violenza e alle quali è stata attaccata al petto una lettera scarlatta da coloro a cui ne sono state affidate le esistenze.
La qualità del cibo, riferiscono, è scadente. Spesso si rifiutano di mangiare quello che viene loro somministrato attraverso il catering e usano i loro pocket-money per l’acquisto dei beni di prima necessità. Ci riferiscono, inoltre, che per cucinare in autonomia sono costretti ad accendere fuochi all’esterno della struttura. D’altra parte, così come afferma la signora Caldeo, durante una conversazione informale, siamo imprenditori, non siamo volontari né associati, né consociati. In qualche modo dobbiamo avere il nostro tornaconto, altrimenti avremmo fatto tutt’altro.
Ancora una volta siamo di fronte alla cruda e solita realtà. Una realtà che vuole che le persone siano trattate come oggetti, e soprattutto, come fonte di reddito. Da anni denunciamo e documentiamo realtà disarmanti, inquietanti, indegne. Denunce ignorate dagli enti preposti a vigilare sul corretto funzionamento dei centri di accoglienza straordinari. Fino a quando indagini della procura o inchieste eclatanti non accendono i riflettori sulla corruzione, la disonestà, il marcio di alcune gestioni il cui malaffare era, fino a quel momento, sotto agli occhi di tutti. Lo abbiamo visto a Spineto, nel Cas della vergogna. O a Camigliatello, dove i migranti venivano costretti a lavorare in condizioni di sfruttamento, costretti a subire soprusi e violenze. O a Isola Capo Rizzuto, dove le mani misericordiose delle confraternite strettamente allacciate a quelle della ‘ndrangheta’ locale hanno stritolato, per anni, le esistenze di migliaia di profughi transitati da uno dei campi più grandi di Europa. Sotto gli occhi compiacenti di prefetture corresponsabili!

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