Pubblichiamo alcuni commenti sulla manifestazione del 16 dicembre a Roma, che ha visto migliaia di partecipanti da tutta Italia.

Una manifestazione popolare, pacifica e di massa in cui abbiamo reso visibili “gli invisibili”, uomini e donne, profughi e migranti, lavoratori, senza casa, precari, pensionati, disoccupati, studenti, insegnanti, braccianti, commesse, facchini sfruttati e schiavizzati, colf, badanti, famiglie e tutti i dannati delle politiche di austerità dell’Unione Europea!
Grandissimo e inaspettato successo per il corteo Fight/Right, organizzato da Diritti Senza Confini, alla quale hanno partecipato oltre 35 mila persone provenienti da tutta Italia, nonché delegazioni dall’estero.
Gli “esclusi” hanno preso parola, indipendentemente dal colore della pelle e della provenienza geografica.
E’ stata una manifestazione degli “invisibili,”, nella quale abbiamo finalmente reso visibile il processo sistematico di privazione della nostra dignità e dei nostri diritti.
Si sono resi visibili “gli invisibili” creati dalla legge Bossi – Fini attraverso il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro;
“gli invisibili” creati dalla Minniti – Orlando con la deriva da sistema apartheid imposta ai profughi e operatori nei centri di accoglienza vogliono nascondere al popolo; “gli invisibili” vittime degli sgomberi passati, i fantasmi cacciati da piazza Indipendenza con gli idranti; “gli invisibili” rom delle baraccopoli a cui era stato promesso il superamento dei campi istituzionali mono-etnici in giro per l’Italia, tuttavia continuiamo a vivere in quei ghetti e ci centellinano persino l’acqua da bere. Gli “invisibili” dei pareri negativi delle commissioni per il diritto d’asilo, in attesa di un permesso di soggiorno da anni, che dormono sotto i tunnel e nei piazzali delle stazioni; gli “invisibili” sfruttati e schiavizzati nelle campagne nella filiera agroalimentare, nella filiera della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), nonché attraverso l’alternanza scuola-lavoro e non solo; gli “invisibili” delle politiche di austerità, sistematicamente e continuamente impoveriti dalle politiche di austerità e dai tagli al welfare e ai servizi sociali. Gli “invisibili” solidali che sostengono i senza voce colmando le lacune lasciate dal welfare che sta scomparendo, ma si ritrovano ad essere criminalizzati; gli “invisibili” vittime della colonizzazione politica ed economica e delle guerre geopolitiche, della devastazione ambientale in corso in Europa, Africa, Asia e nelle Americhe.
E’ stata una manifestazione di tutti e tutte insieme, per la resistenza e la lotta dell’umanità contro la barbarie di questo sistema. Dalla piattezza della società italiana è emersa una capacità di conflitto ed un protagonismo diretto e dal basso che da anni necessitavano di una sintesi: la nostra rivendicazione ha coniugato antirazzismo, antisessismo, giustizia sociale e la libertà di circolazione e di residenza.
La nostra piazza è stata capace di identificare un bersaglio comune: l’Unione Europea, il Governo Italiano e i loro partners (Turchia e Unione Africana tra gli altri) non possono non sentirsi responsabili della vendita di esseri umani, della morte di migliaia di persone nel mare Mediterraneo o nel deserto, degli accordi criminali con la Libia e l’Unione Africana; non possono non sentirsi responsabili della fabbricazione ed esportazione di armi in giro per il mondo, dell’innalzamento di muri legislativi e fili spinati davanti a uomini e donne in fuga dalle guerre. Ci siamo uniti nella convinzione che la guerra è anche interna: attraverso le politiche di austerità con tagli allo Stato sociale che producono eserciti di persone impoverite e disoccupati, criminalizzano chi lotta per la giustizia sociale e per la libertà. È a causa dei tagli allo stato sociale e alla ghettizzazione di ampie fasce della società che molti territori, secondo una logica di confino e militarizzazione, sono stati trasformati in discariche di bisogni e depositi di ingiustizie sociali. La nostra piazza ha ribadito all’unisono che questa Unione europea, con i suoi trattati e le sue direttive come il Regolamento Dublino III, gli accordi con la Turchia e con l’Unione Africana, ecc…) rappresenta un cappio al collo per ognuno di noi e per la stragrande maggioranza della popolazione.
La nostra manifestazione è stata e sarà una marcia per la dignità e la libertà. Una marcia a carattere anche vertenziale, ragione per cui abbiamo chiesto un incontro al Ministro dell’Interno Marco Minniti per esporre una interlocuzione diretta sui temi specifici di sua competenza, nonché l’apertura di un confronto diretto. Andiamo avanti con questa prospettiva ribadendo la nostra piattaforma rivendicativa:
– la libertà di circolazione e di residenza
– il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari ai profughi a cui non è stata riconosciuta la protezione internazionale
– la regolarizzazione generalizzata dei migranti presenti in Italia
– la solidarietà, l’antirazzismo e la giustizia sociale
– l’abolizione delle leggi repressive (Bossi-Fini, Minniti – Orlando e Dublino III)
– la rottura del vincolo permesso di soggiorno/contratto di lavoro e residenza
– il diritto all’iscrizione anagrafica
– lo smantellamento dei lager e la fine degli accordi di deportazione
– la cancellazione dell’art. 5 della legge Lupi e della legge sulla Sicurezza urbana
– un’accoglienza e un lavoro dignitosi per tutti e tutte
– la fine di qualsiasi forma di ghettizzazione
– spese per i servizi sociali fuori dal patto di stabilità
– il diritto al reddito minimo per tutte e tutti
Insieme siamo stati capaci di unirci, intrecciando anche percorsi e soggettività diverse, per obiettivi concreti e reali nonostante le nostre differenze. Esse per noi costituiscono una ricchezza per rompere la categorizzazione ed il confinamento. Non disperderemo questo patrimonio. Andremo avanti uniti e determinati, per modificare il presente e realizzare il nostro futuro.
La nostra marcia per la libertà e la giustizia sociale è irreversibile, non possiamo darla vinta a chi usa la violenza legislativa ed economica facendoci una guerra sistematica e permanente. Per tutto ciò non dobbiamo permettere alla paura di vincere! SENZA PAURA!!!
Roma, 17 dicembre 2017
#Roma16D “Diritti Senza Confini”


#16D Bene ..ma non ancora benissimo: ora non bisogna mollare!
Evitando la narrazione della riuscita manifestazione di sabato 16 dicembre, vogliamo entrare subito nel merito ed esprimere tutta la nostra fermezza nel proseguire un percorso che ci può portare lontano. Non sarà un ragionamento di “bandiera” quello che vogliamo fare, bensì comprendere fino in fondo le opportunità che ci offre il processo che ha innescato la mobilitazione meticcia dello scorso fine settimana. Intanto una questione davanti alle altre, il protagonismo delle lotte e di una composizione sociale dove i migranti sono in prima fila è stato il valore indiscutibile che si è immediatamente posto in evidenza. La volontà di stare insieme fuori e oltre le dinamiche di appartenenza si è vista ancora in forma latente, ma si è vista. E questo è un indizio sul quale avviare subito una riflessione seria. Capire quindi se si prosegue in questa direzione o si produce una conta che punta a riportare il fiume, che non è ancora in piena, dentro alvei più rassicuranti.
Noi siamo per l’esondazione ed è per questo che non intendiamo mollare. La guerra ai poveri azionata dal ministro Minniti va fermata, ribaltata e sconfitta. Temiamo che ancora una volta, di fronte ad una pur timida insorgenza sociale sia la scure aggressiva l’unica risposta della controparte, come accadde con l’infame articolo 5 del ministro Lupi, una vera e propria dichiarazione di guerra ai movimenti per il diritto all’abitare in concerto con le misure giudiziarie contro l’attivismo sociale messe in campo da diverse procure. Anche questa volta misureremo il governo e ci dovremo fare i conti.
Proseguire senza la consapevolezza di un percorso complesso davanti a noi sarebbe la cosa più sciocca che possiamo fare. Pensare che il debole vento favorevole azionato con il corteo di sabato 16 dicembre da solo sia in grado di gonfiare le vele, sarebbe altrettanto suicida. Ritenere però che la forza sta nei differenti volti delle lotte non è sbagliato. Ma non può essere agito solo sul piano della declamazione di maniera, di un immaginario affascinante ma non concretamente praticabile. Deve essere modello instancabile del lavoro nei territori e “unire le lotte” deve trasformarsi da slogan consunto e maltrattato, in azione sociale politicamente meticcia.
Non crediamo utile la concorrenza come stimolo tra diversi, pensiamo invece necessario un confronto dentro le pratiche e l’agire sociale quotidiano, così da sviluppare energia in una quantità necessaria per innescare processi a catena di deflagrazione sociale contro la cancellazione dei diritti e l’innalzamento di barriere, confini, zone rosse. Senza perdere la capacità vertenziale di ogni singola lotta e la materialità dei risultati che vanno raggiunti.
Dobbiamo capire inoltre come i “diritti senza confini” si conquistano sulla spinta di un movimento che passo dopo passo comprende la sua forza e la muove verso un orizzonte che passi dalla resistenza all’offensiva. Questo vale per le lotte dell’abitare, dove la riappropriazione come pratica sta subendo una legislazione autoritaria funzionale ad una gestione duramente intelligente degli sgomberi e delle nuove occupazioni, come vale per il comparto della logistica, per i braccianti, per chi vive negli Sprar o nei Cas, per chi lavora in nero e cammina in clandestinità, per chi subisce il ricatto del lavoro precario e della disoccupazione. Questi mondi sono talmente connessi che un semplice corto circuito tra loro può innescare un movimento tellurico notevole, e questo può avvenire sia in termini positivi che negativi. Perché la guerra tra poveri è lì che agita i propri artigli velenosi. Gli ultimi contro i penultimi, gli italiani contro i migranti, i giovani contro gli anziani, gli uomini contro le donne.
Questo enorme disagio sociale in qualche modo sabato si è visto. La piccolissima punta di iceberg che non può sovvertire la realtà e nessun apprendista stregone può accreditarsi come guida di questo popolo, ma che ha dentro di se il portato di una mina vagante, più o meno organizzata, che si sta cominciando a muovere, anche in forma disordinata come è avvenuto durante il corteo, ma con la determinazione di chi con dignità da vendere ha alzato la testa e sta guardando negli occhi i propri schiavisti.
Allora se davvero pensiamo “a ognuno il suo” questo è il momento di fare la differenza. Sabato non ci siamo sommati ma ci siamo mischiati, vogliamo continuare a farlo per marciare decisi e con una testa meticcia verso la rottura dei confini nazionali, dei recinti etnici e della schiavitù del lavoro.
Movimento per il diritto all’abitare



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