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Per questioni logistiche l’Assemblea Meridionale è stata spostata dal Museo del presente all’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA | Aula Studio Liberata F4 – Cubo 18C – piano terra | Arcavacata di Rende (CS).

A DIFESA DEL NOSTRO SUD
ASSEMBLEA MERIDIONALE
Comitati, associazioni e realtà sociali contro le devastazioni ambientali, le grandi opere inutili e dannose, il cambiamento climatico, per la salute e la giustizia ambientale.

I nostri territori e le loro comunità stanno pagando un prezzo elevato in termini di malattie, inquinamento e devastazioni ambientali, nonostante essi non abbiano mai conosciuto uno sviluppo industriale tale da giustificare questo genere di problematiche. Solo tumori, falde e terreni contaminati senza neanche la triste illusione di un ritorno socioeconomico, tale da poter giustificare o compensare questo stato di cose.
I dati Istat riguardanti i livelli occupazionali e le migrazioni per lavoro e salute parlano chiaro: intere popolazioni costrette a migrare a causa della disoccupazione e per potersi curare. Non è un caso che le regioni meridionali risultino tra le aree più povere e depresse d’Europa e con livelli di accesso alle cure e alla sanità tra le peggiori dell’Unione.
Appare inutile, inoltre, chiedersi dove le peggiori condizioni socio-economiche si sovrappongano alle peggiori condizioni ambientali. L’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente ha evidenziato come le aree dell’Europa meridionale e il Mediterraneo − riconosciuto come un hot spot di cambiamento climatico − appaiono maggiormente esposte alle temperature estreme e all’inquinamento da ozono. I bassi redditi possono influenzare la capacità delle persone di mantenere la propria casa adeguatamente fresca o riscaldata, mentre l’invecchiamento della popolazione la rende sempre più sensibile alle alte temperature. Per questo motivo, in molte regioni un’alta vulnerabilità sociale delle popolazioni si va a sovrapporre agli alti livelli di rischio ambientale, con conseguenti effetti negativi sulla salute.
Nessuno “sviluppo” dunque, nessun posto di lavoro reale, ma soltanto false promesse; povertà, miseria e marginalità sociale oggi la fanno da padrone nel Mezzogiorno. È innegabile, allora, che i rapporti di produzione presentano nel Mezzogiorno le caratteristiche proprie delle aree coloniali anche se la sostanza di tale carattere tende a essere occultata dall’esistenza di una media e piccola borghesia impiegatizia e professionistica che rimane a galla proprio grazie all’indotto coloniale. La cosiddetta piena occupazione (e il relativo ricatto occupazionale), infatti, è una di queste caratteristiche proprie.
Negli anni, siamo diventati la pattumiera d’Europa, ricevendo rifiuti dal Nord Italia e dal Centro Europa in maniera illegale e pagando per conferire altrove i rifiuti urbani ingestibili. I territori del Sud sono anche zone vergini da sfruttare e conquistare: estrazione di petrolio e gas, costruzioni di centrali termiche e inceneritori, servitù militari, sfruttamento delle risorse idriche, ecc. È attraverso queste “grandi opere” che ci hanno prospettato ricchezza e benessere.
Le grandi opere − e in passato i cosiddetti interventi straordinari per il Sud − vengono imposte come esempio di modernizzazione e di sviluppo per i nostri territori e come fonte di reddito per le nostre comunità, nascondendo il reale impatto sulle nostre vite: opere che prevedono costi faraonici, necessari a garantire grossi profitti che − è inutile sottolinearlo – vengono puntualmente dirottati verso altre latitudini e che non lasciano nulla in termini di ricchezza sul territorio: soltanto malattie, morti, saccheggi, devastazioni territoriali e mistificazioni identitarie.
Dal secondo dopoguerra in poi tutti gli interventi industriali straordinari hanno avuto come orizzonte (condiviso anche dalle forze progressiste e sindacali di allora) lo sviluppo industriale e la piena occupazione, sulla falsariga del modello fordista e lavorista del triangolo industriale italiano.
Su queste (false) promesse di sviluppo e benessere diffuso sono state costruite grandi fortune elettorali con effetti devastanti per le comunità meridionali: povertà, miseria, marginalità sociale, devastazioni ambientali con le relative e pesantissime ripercussioni sulla salute della popolazione, sono state il frutto avvelenato della logica predatoria e coloniale dei gruppi industriali del Nord.
La proposta avanzata dall’attuale Governo (ma in linea con quanto proposto dal precedente) sul regionalismo differenziato si inserisce a pieno titolo dentro questa pratica predatoria. L’accordo con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna acuirà ancor di più il divario tra Nord e Sud, già pesantemente aggravato dalla modifica del titolo V della Costituzione e dall’introduzione del federalismo fiscale, e metterà ulteriormente a rischio i già precari servizi pubblici nell’intero Meridione.
Pensiamo a servizi fondamentali come l’istruzione e la sanità. Sempre meno fondi sono disponibili per le ristrutturazioni o la costruzione di edifici pubblici da adibire a scuole e ospedali. Il meccanismo del blocco del turn over ha ridotto ai minimi termini il personale. Il modello fiscale fa sì che la maggior parte delle risorse confluiscano laddove esistono già servizi efficienti, creando una forbice qualitativa delle prestazioni sempre più evidente. Da questo scaturiscono i viaggi della speranza che portano i giovani a laurearsi in altri Atenei considerati più prestigiosi offrendo maggiori possibilità per una carriera successiva (l’unica offerta alle nostre latitudini è quella dei call center o della precarietà assoluta) o quella dei nostri malati verso strutture del Nord che possiedono sedi e strumentazioni certamente più efficaci e moderne.
Questi rapporti coloniali, inoltre, diventano ancora più evidenti se spostiamo la nostra attenzione sulle servitù militari: il grosso delle basi Usa/Nato si trova nel Sud dell’Italia, con la Sardegna che da sola conta il 60% delle istallazioni militari presenti sul territorio nazionale: laggiù oltre 30 mila ettari risultano vincolati militarmente e sono, di fatto, sottratti alle comunità locali.
Tutto ciò ha permanentemente e drammaticamente posto al centro dell’esistenza di ogni singolo individuo la necessità esistenziale di scegliere tra l’avere uno straccio di reddito da lavoro e la possibilità di tutelare la propria salute e il proprio territorio. Le drammatiche vicende legate ai cosiddetti poli industriali del Mezzogiorno stanno lì a dimostrarci come la tutela della salute e la difesa del territorio sono incompatibili con l’avidità di profitto espressa dal capitale.
Il sistema ha irrimediabilmente distrutto anche quei settori capaci di generare reddito e tutela ambientale. Il ruolo del contadino, custode delle terre, è stato sostituito da quello dell’imprenditore agricolo. Il mondo rurale resiliente è destinato alla scomparsa e così moltissimi paesini montani; mentre i territori pianeggianti sono costretti a sottomettersi all’industrializzazione che passa dall’adozione di modelli agronomici intensivi ad alto tasso di meccanizzazione e che prevedono l’utilizzo di agenti chimici distruttivi per la salute dei lavoratori della terra e dell’ambiente. Tutto ciò, nel tentativo di mantenere gli alimenti prodotti entro i prezzi ridicoli stabiliti altrove, dalla borsa e dalla finanza, senza tenere conto dei reali costi di produzione. Così, risulta amplificato drammaticamente il fenomeno dello sfruttamento ambientale e del lavoro migrante caratterizzato da salari ridicoli e dalla nascita di enormi baraccopoli stagionali ai margini dei territori produttivi vocati alla monocultura (pomodori, agrumi, allevamenti intensivi) che ha sostanzialmente distrutto la biodiversità locale.
Ai meccanismi coloniali interni, però, si aggiungono i perversi dispositivi globali generati dalla finanziarizzazione di un mercato già di per sé predatorio, che induce crisi strutturali permanenti, i cui effetti si riverberano sulle nostre città e sulle nostre vite.
Assistiamo alla continua crescita di consumo di suolo e alla cementificazione delle città nonostante le nostre regioni vivano un costante deperimento della struttura demografica e del tessuto sociale.
Il Nord e il Sud del Paese sono investiti da una profonda rivoluzione demografica che, oltre al complessivo declino, sta ridisegnando la struttura della popolazione, con una evidente perdita di peso e di ruolo del Mezzogiorno e delle giovani generazioni. Le contrazioni demografiche più rilevanti infatti si registrano proprio nelle regioni meridionali: una diminuzione al Sud di 145 mila abitanti solo nel biennio 2016-2017 è un dato che parla da solo. È come se sparisse da un anno all’altro una città di medie dimensioni.

COSA POSSIAMO FARE?
Di fronte a questo panorama, la classica dimensione rivendicativa è del tutto insufficiente a individuare soluzioni che possano segnare un cambio di paradigma. Non possiamo continuare a concepire ogni attività economica come avulsa dall’ambiente biofisico che la sostiene: per quanto l’economia neoclassica della produzione di merci e di reddito (da spendere in merci) ci abbia inculcato l’ingannevole idea che questo nostro mondo abbia risorse infinite e che infinita sia la nostra possibilità di crescita, la natura ci ha presentato il conto e non possiamo più eludere la verità.
Pertanto, i comportamenti individuali − per quanto virtuosi − non possono rappresentare la sola soluzione ai cambiamenti climatici di portata globale, come non possono essere gli unici garanti contro la distruzione dei nostri territori. Ad essere responsabili della catastrofe climatica cui andiamo incontro, come dell’economia cannibale che sottende la devastazione ambientale a ogni latitudine, sono persone che hanno volti noti, criminali dall’aspetto per bene che – occupando abusivamente i posti chiave e servendosi di mafie e servizi deviati − hanno direzionato le scelte economiche e votato l’intero pianeta all’autodistruzione.
Dalle grandi opere all’assurdità di dover scegliere tra salute e lavoro, dalle economie sommerse allo smaltimento lecito e illecito dei rifiuti, dalla progressiva erosione dei diritti di base a forme sempre nuove di schiavitù, in un’interminabile teoria di delitti di Stato e d’Impresa, i cittadini subiscono le decisioni scellerate di un pugno di uomini. E, talvolta, vi si ribellano.
Partiamo allora da qui.
La convinzione che spinge le diverse realtà meridionali ad autoconvocarsi e mobilitarsi è che non esiste nessun tipo di avanzamento delle lotte contro la crisi, l’austerità e la devastazione territoriale senza la creazione di un rapporto di forza reale, fatto di corpi in carne e ossa, di individui che divengono forza sociale impattante, strutturandosi nei processi di autorganizzazione.
Vogliamo provare a (ri)dare centralità alle forme della partecipazione diretta e attiva, all’autogoverno dei territori come unico antidoto alle pratiche capestro che hanno caratterizzato per decenni le politiche regionali e nazionali; rivendicare, qui e ora, la necessità che a decidere sulla vita e sul futuro debbano essere le comunità locali e non una ristretta élite politica succube della tecnocrazia.
Vogliamo promuovere processi che vedano protagonisti gli abitanti dei territori, i comitati popolari, le organizzazioni sociali e le comunità locali nella costruzione di percorsi partecipati in difesa del territorio e della salute, per la riappropriazione sociale dei beni comuni, per una nuova economia sociale territorializzata che metta al centro dell’agire l’autogestione, l’autogoverno e forme sperimentali di coinvolgimento diretto, allontanando dal proprio agire quotidiano il meccanismo, spesso autoassolutorio, della delega.
Tutto ciò crediamo sia la base per la costruzione di alleanze fra le soggettività politiche legate al lavoro salariato e allo studio, e quelle nuove − precari, migranti, femministe, Lgbtia Queer, occupanti di spazi, comunità zingare in lotta − per ridisegnare assieme un cambiamento di grande portata, un’economia socialmente ed ecologicamente orientata, partendo dalla condivisione collettiva di cosa, come, dove e per chi produrre; per far sì che ci si riappropri della ricchezza sociale prodotta, per garantire equa redistribuzione e investimenti socialmente utili; per fare in modo, infine, che la partecipazione sociale diretta sia l’humus per una nuova società.
Estendiamo quindi l’invito alla nostra discussione collettiva del 9 giugno a tutte le realtà sociali, ai comitati, alle associazioni, alle singolarità e soprattutto alle nuove generazioni del Fridays for Future impegnate nella dura lotta contro il cambiamento climatico affinché collettivamente si possa assumere il compito di creare le condizioni necessarie per un sostanziale processo di cambiamento.

Coordinamento dei Comitati del Sud
29/05/2019

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