Lo Sportello dei Diritti “Soumaila Sacko”, nato dalla collaborazione tra Usb e c.s.c. Nuvola Rossa e attivo presso il Municipio di San Ferdinando, sospende per il periodo estivo la sua attività di front-office, che riprenderà dal 27 agosto. Questa pausa estiva è occasione per fare un punto della situazione relativa alle condizioni di vita dei lavoratori migranti presenti nel territorio della Piana di Gioia Tauro.
Dopo lo sgombero propagandistico del marzo scorso, l’area che ospitava la vecchia baraccopoli continua ad essere una discarica per le macerie lasciate dalle ruspe. Dopo le tante chiacchiere fatte, ancora nulla si sa rispetto alla bonifica dell’area, il cui compito è stato appioppato al Comune di San Ferdinando che però non ha risorse sufficienti per tale operazione. Questa è l’ennesima dimostrazione che l’unico interesse di Salvini è quello di fare propaganda politica abbandonando i territori al loro destino dopo che l’effetto selfie svanisce.
La tendopoli ministeriale al momento è l’unico luogo deputato ad ospitare i braccianti. Nonostante le presenze siano ridotte in attesa della nuova stagione agrumicola, le tende sono insufficienti e soprattutto inadatte per garantire condizioni di vita dignitose.
Lo abbiamo detto allora e lo denunciamo ancora oggi: ogni soluzione che riproponga asfitticamente un modello concentrazionario di organizzazione della presenza dei lavoratori stranieri si rivela fallimentare. Oltre a limitare l’autonomia dei soggetti che vi vivono, punto sul quale sono all’ordine del giorno i conflitti tra la popolazione ospitata e le realtà cooperative incaricate di gestirla, la tendopoli presenta delle irrisolvibili problematiche di carattere igienico-sanitario: dalla disponibilità di acqua al numero dei bagni chiamati a soddisfare le esigenze di tante persone.
Perché dei lavoratori (perché in massima parte si tratta esattamente di lavoratori) devono essere costretti a vivere in condizioni di non-persone? Per restituire loro dignità l’inserimento abitativo diffuso rappresenta l’unica via praticabile, ragionevole, giusta. Se la logica del ghetto riproduce fedelmente lo statuto assegnato ai migranti nel nostro Paese – ovvero una condizione di marginalità e precarietà prodotte dal sistema giuridico e politico italiano – mettere questi lavoratori in condizione di poter affittare una casa costituisce il solo modo per restituire loro piena cittadinanza e diritti.
L’interazione continua con la popolazione lavoratrice e straniera della piana di Gioia Tauro nell’ambito dello Sportello per i diritti “Soumaila Sacko” ha evidenziato ancor di più come, nella stragrande maggioranza dei casi, i braccianti siano i primi a voler affittare una casa. Contrariamente alle percezioni di senso comune, possiedono i soldi necessari a un affitto dignitoso, ma devono scontrarsi con il sospetto quotidiano della gente e con ostacoli giuridico-burocratici spesso insormontabili.
Da questo punto di vista speriamo che i finora non soddisfacenti passaggi realizzati dalla Regione Calabria, in merito all’istituzione di un fondo di garanzia che possa tutelare i proprietari che intendono affittare le loro case, portino ai risultati sperati.
I migranti (siano essi braccianti, generici lavoratori o meno) non sono portatori di una ‘naturale’ propensione all’illegalità e alla marginalità. Questa condizione è invece scientificamente prodotta dall’apparato normativo di leggi, regolamenti e circolari che negli ultimi anni hanno avuto come obiettivo quello di privarli di ogni sicurezza sociale.
Tantissimi lavoratori nei quali ci siamo imbattuti erano beneficiari di protezione umanitaria. Oggi sono costretti a convertire il loro permesso in tempi celeri, dato che la protezione umanitaria è stata ‘cancellata’ dalla legge Salvini. L’unica strada possibile per loro è la conversione del documento in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Per richiedere la conversione, tuttavia, devono mostrare di avere un lavoro, regolarmente contrattualizzato e retribuito. Il che, come è facile intuire, capita raramente sul nostro territorio, nonostante che negli ultimi anni il numero delle denunce prodotte da migranti consapevoli dei propri diritti sia esponenzialmente cresciuto.
L’assenza di un lavoro ‘regolare’ e le restrizioni per l’ottenimento del documento innescano un circolo vizioso che produce precarietà e sfruttamento, dato che un soggetto fragile è un soggetto più ricattabile. Ma non è finita qui. L’impossibilità per i richiedenti asilo di ottenere l’iscrizione anagrafica – la ratifica formale del riconoscimento sociale e politico – e dunque la carta d’identità procura non pochi affanni nelle relazioni lavorative, dato che aprire un conto in banca – per essere pagati – ed essere registrati dal datore di lavoro diventa impossibile senza i documenti. Sfruttatori e caporali ringraziano, anche se l’interazione con gli uffici del comune di San Ferdinando ci ha permesso in questi mesi di sbloccare alcune situazioni incresciose, frutto di arbitrarie interpretazioni di leggi e circolari a loro volta volutamente oscure e mirate a paralizzare l’erogazione di servizi e documenti (che, ricordiamolo, non sono concessioni o regali ma diritti sacrosanti).
La situazione derivante dal decreto Salvini ha generato tanto sconforto in persone che vedono crescere sempre più gli ostacoli giornalieri frapposti sul loro percorso di vita già di per sé irto di difficoltà.
Che fare?
In questo momento la situazione è più o meno ‘tranquilla’ perché molti braccianti sono impegnati in altre regioni nel loro lavoro stagionale. Ma con la ripresa della stagione agrumicola la situazione potrebbe diventare esplosiva se non verranno adottate misure idonee a far vivere i lavoratori in condizioni dignitose. Lo ripetiamo da anni: l’unica strada percorribile è l’inserimento abitativo e l’abbandono della logica del ghetto. Aver chiuso in pompa magna la baraccopoli senza aver trovato una soluzione dignitosa alternativa ha solo moltiplicato gli insediamenti informali nelle città della piana e nelle campagne: si pensi al campo container a Rosarno o alla Contrada Russo di Taurianova, dove convergono sempre più massicce quote di disperati. I dati ISTAT ci rammentano che il vuoto abitato – ovvero la presenza di patrimonio edilizio pubblico e privato non utilizzato – sulla Piana raggiunge livelli assai elevati (circa 35 mila appartamenti inutilizzati). I braccianti non vogliono nulla in regalo, vogliono affittare le case proprio come noi: la politica regionale deve mettere in campo misure adeguate per favorire questi processi, e deve farlo nel minor tempo possibile.
In un momento in cui il settore agricolo vive un momento di forte crescita, gli unici a vedere peggiorate le proprie condizioni sono i braccianti, che tengono in piedi l’economia di un territorio continuamente irretito dal miraggio di uno sviluppo sempre promesso e mai arrivato.
Sportello dei Diritti Soumaila Sacko