Pubblichiamo il contributo di Non una di meno Lamezia per l’iniziativa “Lamezia per il Rojava”.

Secondo Abdullah Ocalan la prima colonia dell’uomo fu la donna. Piegata, manipolata e sfruttata essa è diventata succube delle angherie di un compagno che dice di amarla ma che invece di comportarsi da amante si comporta da stupratore. Questo è stato solo il primo degli abusi perpetrati dal maschio nei confronti della società, infatti, dopo quel fatidico evento egli si è imposto come patriarca, padrone e tiranno della donna, della prole, della casa, della natura e della società con un approccio violento ed assolutista che sembra aver portato più distruzione che profitto.
“Uccidere il maschio” è diventato un concetto chiave nella visione dell’autore e fondamentale per ripristinare il naturale andamento delle cose. Non significa letteralmente uccidere i maschi, nessuno vuole macchiarsi di “maschicidio” , significa distruggere un concetto che nel corso dei secoli si è imbottito di significati reconditi, ossia uccidere il dispotismo, il fascismo, la violenza, il razzismo, la paura del diverso. Uccidere il maschio significa recuperare una libertà che ha ormai perso di significato.
Se è il pensiero comune quello che relega la donna in una condizione subordinante, se è lui che la identifica solo come oggetto di piacere, o mezzo di riproduzione, se le attribuisce come caratteristiche immancabili la debolezza e l’emotività, sappiate che è lo stesso pensiero comune che identifica il maschio come tiranno, come stupratore, come incapace di controllo e bramoso di potere. Il gioco di ruoli che la società ci impone è una catena che ci trasciniamo ai piedi e che limita ambo i sessi.
Fino a quando possiamo tirare la catena? Come si spezza il metallo con le sole mani?
Sarebbe bello che ci liberassero dalle nostre prigioni durante i giorni di sole ed invece è nel bel mezzo tempesta che siamo costrette ad evadere. Così fu durante un momento di estremo bisogno che le donne siriane furono costrette a superare gli schemi, ad a armarsi e combattere “come uomini” e al loro fianco.
Molti di noi, si spera, non conosceranno mai quello che significa veder la propria casa bruciare, la propria terra martoriata dalle bombe, i propri amici e familiari deturpati da armi chimiche o uccisi o feriti. Nemmeno noi lo sappiamo, nemmeno noi possiamo immaginare l’urgenza di fare qualcosa, qualsiasi cosa pur di salvare la situazione.
Ocalan sostiene che la libertà di un popolo si misura sulla base della libertà delle loro donne.
Era una donna libera Hevrin Khalaf, attivista e segretaria generale del Partito del Futuro siriano, trucidata a 35 anni insieme al suo autista da milizie filoturche.
Era una donna libera Sehid zin Amara, nome di battaglia Zain Kobani, uccisa nei giorni scorsi dai turchi dopo l’inizio dell’invasione del Rojava.
E’ una donna libera Leyla Guven, da 358 giorni in sciopero della fame per la liberazione di Abdullah Ocalan; e liberi erano tante e tanti ed altri, imprigionati, uccisi e torturati.
In Europa tra i giovani e le giovani è diventata sempre più comune la pratica dell’astensione dal giudizio, del disinteressamento da qualsiasi problema che non ci riguardi personalmente. Ma i Curdi e le Curde nel nord-est della Siria non stanno lottando solo per loro stessi, neanche questa volta, non combattono solo per le loro terre occupate ingiustamente, né solo per i loro concittadini e per le loro famiglie, ma per la difesa di un’idea pura ed incontestabile di parità ed eguaglianza, laicismo, rispetto per l’ambiente, riassunta nella loro forma di governo: una confederazione democratica. Quella in atto non è solo una guerra etnica, né solo opportunistica, no, in questi giorni si sta assistendo allo scontro tra libertà e tirannia, tra democrazia e fascismo, tra coraggio e presunzione, tra femminismo e mascolinità. Noi abbiamo il dovere di condannare questa guerra, non solo per l’evidente ingiustizia in atto ma anche perché se perderà il Kurdistan avremmo perso tutti.
Davanti a crimini tanto gravi spesso ci sentiamo inermi, troppo piccoli per fare qualcosa.
Ed è così: sì, siamo deboli, infimi ma non meschini, non codardi. Abbiamo una sola arma contro le ingiustizie, una fiammella che si accende flebile in ognuno di noi e divampa come un incendio quando si unisce alle altre: l’indignazione. Perduta quella diventeremo complici di queste atrocità e quando inizieremo a giustificarle, è quello il punto di non ritorno, quello il momento in cui ne diverremmo egualmente colpevoli.