Non una di meno Lamezia, la rete locale delle donne unite contro la violenza maschile sulle donne, e la violenza di genere e dei generi, chiede formalmente a tutti i giornalisti del territorio una maggiore attenzione alle parole che vengono utilizzate sui media per descrivere fatti di cronaca, che riguardano femminicidi o violenze di ogni tipo nei confronti delle donne.
Nei giorni scorsi, purtroppo, abbiamo assistito all’omicidio di Angelo Pino, per mano dell’ex marito della donna con cui si frequentava.
Al terribile avvenimento è susseguita una narrazione altrettanto terribile. Se è vero che le parole possiedono un significato, tutti abbiamo il dovere di utilizzarle in maniera adeguata.
Questo dovere, che per noi diventa esclusivamente questione morale, per chi invece è chiamato a scrivere e a raccontare la realtà, dovrebbe essere l’imperativo categorico al quale nessuno, nè per superficialità, nè per immaturità, potrebbe e dovrebbe sottrarsi.
Se si ricercano i dati, scopriamo che ogni anno, sono almeno cento le donne che vengono uccise. E tra queste, almeno l’ottanta percento, viene uccisa da qualcuno che conosceva.
Una guerra incessante fatta di silenzi, di offese, di pedinamenti, di umiliazioni, di aggressioni, pestaggi, tutto fino al tragico epilogo.
Cosa porta un uomo ad uccidere una donna? Sono tanti i motivi – tutti rintracciabili e leggibili all’interno di logiche sessiste e patriarcali – e nessuno di questi può essere ricondotto a giustificazioni.
Ma la domanda è un’altra: come si può, oggi, parlare ancora di amore malato? Come si può parlare di forte gelosia? Come si può restituire una dignità ad un gesto tanto violento e ingiustificato? “Accecato dalla forte gelosia” o ancora e ancora peggio “Un rapporto turbolento soprattutto negli ultimi mesi, tanto da spingere Guadagnolo a seguire e pedinare la donna.” Sono alcune delle frasi utilizzate dai giornalisti per descrivere l’accaduto.
Sono parole gravi, come grave è la lettura che a questi avvenimenti ne consegue. È lei che con i suoi atteggiamenti lo ha esasperato, è lui che l’amava troppo e lei non ricambiava. Lei che voleva una vita senza di lui e lui, troppo innamorato, non poteva farsene una ragione. Lei che si vestiva in modo provocante e lui che era geloso degli sguardi degli altri. Scattano le giustificazioni, si analizzano elementi privati ed intimi e si mettono in pubblica piazza per fornire non solo un movente ma molto spesso anche un alibi. Una colpa a metà, perché in fondo l’ha fatto per amore.
Molto ancora dovrà lavorare questa società, nelle scuole, in famiglia, nei luoghi di lavoro, per impedire che questi avvenimenti accadano. Ma per riuscirci, prima sarà necessario insegnare a tutti il rispetto di genere e abbandonare i retaggi sessisti che hanno influenzato non solo gli uomini ma purtroppo anche tantissime donne.

Non una di meno Lamezia