USB e COBAS: sospendere la produzione nelle aziende che non producono beni essenziali. Garantire a tutti i lavoratori, pieno salario, lavoro e salute

In questi giorni sono molti gli appelli a restare in casa, a mantenere una distanza di sicurezza, a lavare frequentemente le mani, a cambiare le nostre abitudini. Tutte misure necessarie per limitare i contatti interpersonali e poter frenare e contenere il contagio del virus. Il dilagare del numero dei contagiati, che ha superato in quindici giorni i dieci mila casi, ha di fatto inasprito le misure governative estendendo a tutta Italia le restrizioni della zona rossa, che fino a giorno 8 marzo riguardavano solamente la Lombardia e alcune provincie del Nord.
Tanti sono però i lavoratori che non sono stati interessati dal decreto del Presidente del Consiglio e che, in pieno clima di emergenza sanitaria sono tenuti a lavorare col rischio di compromettere la propria salute e quella dei propri cari. E non si tratta dei soli lavoratori operanti nei servizi essenziali (come la sanità, la produzione dei beni primari) che per forza di cose non possono sospendere la produzione, e ai quali va tutta la nostra stima ed il nostro riconoscimento, ma di lavoratori in servizio in quelle grandi concentrazioni produttive che lo stesso DPCM dice di voler evitare proprio per prevenire la diffusione virale.
Confindustria oggi si autocelebra per aver “migliorato” le misure del DPCM. In che cosa consisterebbe questo sbandierato miglioramento? Nell’aver impedito che chiudessero le fabbriche, le industrie, i magazzini, i call center, i centri commerciali e altri settori produttivi. Anche in questo frangente emerge il grado di subalternità della politica agli interessi dei padroni, esclusivamente votati al profitto, del tutto antitetici rispetto al benessere sanitario della popolazione.
Un governo non piegato ai diktat di Confindustria avrebbe imposto la sospensione temporanea di tutti questi settori produttivi non essenziali, riconoscendo un reddito ai lavoratori in questa fase di emergenza, garantendo il posto di lavoro ai lavoratori delle aziende in quarantena, così come in ogni occasione emergenziale garantisce i padroni ed i loro interessi.
Se il monito principale contenuto nel DPCM è evitare gli assembramenti, tanto che negli ultimi giorni sono svariati gli episodi di gente al bar, per strada, in piazza fermata e multata dalla polizia e minacciata di sanzioni ancor più dure, è del tutto evidente che le fabbriche, le industrie, i magazzini della logistica, i call center, sono grandi concentrazioni produttive dove il rischio di infezione e contagio è altissimo.
E non è un caso che il maggior numero dei contagiati risieda proprio nelle regioni del Nord, dove più alto è il numero di operai impiegati nelle fabbriche e nei magazzini di stoccaggio. Luoghi dove peraltro non sono minimamente rispettate le più elementari disposizioni igienico sanitarie.
Anche sul nostro territorio, diverse sono le segnalazioni che ci provengono dai lavoratori in servizio presso ditte di pulizia, cooperative deputate alla gestione del verde, aziende di raccolta e smaltimento di rifiuti, call center, commercio (negozi, centri commerciali), uffici pubblici, ospedali e centri sanitari convenzionati con SSN che denunciano la totale assenza di garanzie igienico sanitarie.
Nella maggior parte delle aziende, i dipendenti spesso non sanno chi sia il proprio rappresentante deputato alla sicurezza su lavoro (RLS) o chi sia il rappresentante aziendale preposto (RSPP) questo perché i padroni sottovalutano l’importanza di questi momenti e pensano siano solo seccature di carattere burocratico che distolgono all’aziende tempo e denaro, disincentivando l’interesse e la formazione dei lavoratori su queste tematiche. In più non sono state aggiornati le valutazioni dei rischi alla luce della nuova minaccia biologica.
Non sono stati per tempo effettuati corsi di informazione-formazione-addestramento dei lavoratori, sulla base dei rischi specifici di contagio connessi con la propria mansione e sul corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuale.
Non sono stati effettuati degli screening tra i lavoratori per verificare, sulla base delle loro condizioni di salute, chi sono i soggetti maggiormente esposti ai rischi connessi con il contagio da coronavirus e, di conseguenza chi necessita di specifiche misure di prevenzione e protezione (donne in stato di gravidanza, lavoratori oltre i 60 anni, lavoratori con nota immunodeficienza ecc). Tutto ciò perché anche in una conclamata fase di crisi sanitaria, la priorità dei datori di lavoro è massimizzare i propri profitti a discapito della salute dei propri dipendenti.
In tantissimi luoghi di lavoro sono assenti anche i più elementari dispositivi di sicurezza, prevenzione-protezione (come mascherine, guanti, gel igienizzante per le mani, occhiali di protezione adeguati per prevenire l’eventuale esposizione a materiale biologico infetto), compromettendo fortemente la sicurezza dei lavoratori.
Come Unione Sindacale di Base e Confederazione Cobas monitoreremo e vigileremo affinché nelle aziende, pubbliche e private, vengano rispettate e attuate le misure di prevenzione e protezione indicate dal DPCM denunciando agli Organi di vigilanza ed alle autorità competenti in materia eventuali inadempienze che possano compromettere la salute dei lavoratori.
Se l’invito è quello di cambiare le nostre abitudini, allora che anche i padroni stessi inizino a cambiarle e a comprendere che le nostre vite valgono più dei loro profitti.

USB – Unione Sindacale di Base Cosenza
COBAS – Confederazione dei Comitati di Base Cosenza