Protezione umanitaria per due richiedenti asilo provenienti dal Mali

Segnaliamo due recentissimi decreti di accoglimento della protezione umanitaria con conseguente rilascio del permesso di soggiorno per casi speciali, emessi dal Tribunale di Catanzaro per due richiedenti asilo provenienti dal Mali.

In entrambi i casi la domanda di protezione internazionale è stata inoltrata precedentemente all’entrata in vigore del “decreto sicurezza”, pertanto è stata ritenuta pienamente applicabile la disciplina relativa alla protezione per motivi umanitari.
In particolare, nel primo caso, il richiedente aveva proposto istanza reiterata di protezione internazionale, ma la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Crotone aveva rigettato la domanda, nonostante il suo percorso integrativo caratterizzato da attività lavorativa, corsi di aggiornamento e stabilità abitativa.
Il Tribunale, pur non ritenendo sussistenti elementi validi al riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, afferma che “i seri motivi di carattere umanitario sono da ravvisarsi nella situazione di sicurezza particolarmente instabile e volatile che sta interessando zone sempre più ampie del Mali… Infatti, fonti autorevoli hanno registrato una più recente evoluzione della situazione riguardante la sicurezza delle zone centrali e meridionali del Paese che rendono necessaria una riconsiderazione della situazione alla luce della complessità e volatilità dei recenti sviluppi. Il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ha infine evidenziato come i conflitti in corso nel resto del paese hanno acceso un campanello d’allarme in zone meno interessate direttamente da scontri armati ma in cui la situazione riguardante il rispetto dei diritti umani resta preoccupante. Alla luce di tali considerazioni sul deterioramento della situazione umanitaria e di sicurezza, la stessa UNHCR ha suggerito agli Stati di non procedere con i rimpatri di cittadini Maliani che provengano dalle zone in cui la situazione è volatile ed ancora in continua evoluzione, come Koulikoro, Segou e Sikasso, ma specifica che le zone di Bamako e Kayes risultano al momento meno interessate dai conflitti in corso. D’altro canto, l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) ha più recentemente affermato che la situazione della sicurezza si sta gradualmente aggravando nelle regioni centro-meridionali di Segou, Kayes e Koulikoro, a riprova del fatto che l’implementazione degli accordi di pace tramite la missione MINUSMA risulta ancora totalmente inadeguata e fallimentare nel processo di stabilizzazione del paese. Sembra dunque ravvisabile una situazione d’instabilità complessiva tale per cui si possa attualmente ritenere che sussistano gravi fattori locali ostativi ad un rimpatrio in dignità e sicurezza nel paese di origine, tanto più in un caso di specie in cui il ricorrente ha dimostrato, attraverso la documentazione prodotta di cui si è fatto sopra riferimento, un adeguato grado di integrazione sociale“.
Nel secondo caso, invece, si tratta di un ricorso riassunto dianzi al Tribunale di Catanzaro in seguito alla declaratoria di incompetenza emessa dal Tribunale di Reggio Calabria.
Il ricorrente aveva fondato la propria domanda di protezione internazionale su una serie di maltrattamenti e violenze subite in famiglia.
Secondo il Tribunale “la vulnerabilità del ricorrente viene ricondotta alla situazione del paese di origine unita alla sua condizione personale ed ai trascorsi nei paesi di transito.
Ritiene il collegio che la protezione possa essere concessa in ragione della grave situazione di insicurezza esistente al momento in tutto il Mali. Infatti, il 2019 è stato un anno particolarmente difficile per il Mali, avendo testimoniato una nuova e preoccupante escalation di violenza tra attacchi terroristici e sempre crescenti episodi di violenza tra le comunità che ha fatto registrare il numero maggiore di vittime civili dall’inizio del conflitto, nel 2012. Centinaia di civili sono rimasti uccisi, principalmente perché percepiti come vicini a gruppi di islamisti, in un numero imprecisato di incidenti e scontri causati da “gruppi di auto-difesa etnica”. Si tratta principalmente di comunità agricole di Bambara, Dogon e Tellem che, di fronte all’inadeguatezza della protezione da parte delle forze di sicurezza statali, si sono auto-organizzati per difendere le proprie comunità. Si stima che nel 2019 almeno 400 civili, principalmente di etnia Peuhl o Fulani, sono stati uccisi in incidenti di violenza tra comunità nel centro e nel nord del Mali. Gli attacchi islamisti hanno avuto come obiettivi le forze di sicurezza maliane, i peacekeepers, le forze internazionali nonché i civili in numero sempre maggiore. L’OCHA ha stimato un totale di oltre 1.600 vittime civili nel solo 2019.
Più di 85.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie case solo nel 2019, le agenzie umanitarie presenti sul territorio sono state attaccate, minacciando la loro capacità di portare aiuti umanitari. Nel 2019, le organizzazioni umanitarie sono state vittime di 110 incidenti di sicurezza.
Tale situazione d’instabilità nelle zone di conflitto ha provocato quella che da più fonti autorevoli è stata descritta come una crisi umanitaria senza precedenti in tutto il Paese che interessa un numero stimato dalle Nazioni Unite in 4.3 milioni di persone (più il 20% della popolazione), anche nelle zone non direttamente o solo parzialmente colpite dagli scontri, come la regione di Kayes e la stessa Bamako. Il numero di persone coinvolte è destinato, secondo le proiezioni dell’OCHA, a crescere nel corso del 2020. L’UNHCR stima al momento un totale di 207.751 sfollati interni“.
Dopo aver analizzato anche l’aggravamento della situazione relativa alla sicurezza alimentare e le varie proteste che hanno attraversato il paese per tutto il 2019, il Tribunale conclude affermando che “in effetti, sembra che l’implementazione dell’Accordo sia al più basso livello registrato negli ultimi anni e che i risultati concreti per la popolazione civile, in termini di progressi in ambito socio-politico, di sicurezza, economico e di stato di diritto, siano in una situazione di stallo se non addirittura di regresso”.