Aggiornamenti sulle proteste in Mali

Da diversi giorni il Mali è attraversato da importanti manifestazioni che in alcuni casi sono sfociate in scontri durissimi.
Nella capitale Bamako, nella giornata di domenica 10 luglio, si è svolta una manifestazione alla quale hanno partecipato migliaia di persone.
Nel corso del corteo sono stati attaccati diversi edifici pubblici, mentre in diversi punti della città sono state erette barricate e incendiati pneumatici.
La protesta è stata duramente repressa dalle forze di polizia che hanno aperto il fuoco sui manifestanti: si contano 11 morti, oltre 100 feriti e numerosi arresti.
Per comprendere la situazione abbiamo contattato due migranti provenienti dal Mali che vivono sul nostro territorio.
Filifing ci ha infatti spiegato che nel paese dal 2012 è in corso una guerra che ha provocato migliaia di morti, con diversi attacchi terroristici contro i militari maliani e contro la popolazione.
La guerra, la povertà e tanti altri problemi irrisolti hanno portato la popolazione a protestare legittimamente contro il presidente, accusato anche di corruzione.
Hamady si trova invece provvisoriamente in Mali e lunedì scorso ha assistito alle proteste nella capitale Bamako.
Pur condividendo le ragioni delle proteste, ci spiega la complessità della situazione generale e politica del paese, evidenziando che alcuni dei gruppi politici oggi in piazza fino a poco tempo fa sostenevano l‘attuale presidente Keita, mentre mostra forti preoccupazioni per il clima di violenza diffusa e per la possibile ripresa degli attacchi terroristici.
La mobilitazione è stata lanciata dal Movimento 5 giugno – dalla data della prima manifestazione avvenuta lo scorso 5 giugno – composto da membri della società civile, partiti dell’opposizione e religiosi – come il Coordinamento CMAS, con a guida l’imam Mahmoud Dicko – per chiedere le dimissioni del presidente in carica Ibrahim Boubacar Keïta, accusato di corruzione, lo scioglimento del parlamento e la sostituzione dei membri della Corte Costituzionale ritenuti collusi con il potere.
L’instabilità politica, i problemi legati alla sicurezza e al terrorismo, la presenza di truppe straniere e le interferenze internazionali sul governo, la corruzione e le gravi carenze nei servizi pubblici essenziale come sanità e istruzione, hanno di fatto esteso la protesta a diversi strati della popolazione.
Il rischio, in un paese in guerra permanente dal 2012 e che deve fare i conti con conflitti tribali, gruppi jihadisti e ribelli, è quello di una nuova fase della guerra civile. In questo caso a pagarne le conseguenze sarà, come sempre, la popolazione.
Intanto la continua mobilitazione ha portato già ad alcuni risultati: la liberazione di tutte le persone arrestate durante le proteste e la caduta di alcuni membri del governo e della Corte Costituzionale.
Starà nella determinazione e nella forza della piazza riuscire a raccogliere la rabbia diffusa, estirpando sul nascere qualsiasi tentativo di strumentalizzazione e infiltrazione jihadista.

Lamezia Terme – Bamako, 16.07.2020