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Portale di informazione dal basso su Lamezia ed il Lametino

Archivio CIE/CPT

Rassegna stampa sul CIE (EX CPT) di Lamezia Terme

Cpt di Lamezia, tentata fuga dalla disperazione
di Giuliano Rosciarelli
Era già successo. E succederà ancora. Al centro di permanenza territoriale (Cpt) “Malgrado tutto”, a Pian del Luca (Lamezia Terme), hanno tentato ancora una volta la fuga. Quaranta persone, secondo la questura di Nicastro, 10 per i responsabili del centro. Venerdì notte, approfittando del buio, hanno provato ad uscire dalla struttura a forma di ferro di cavallo che rinchiude attualmente 75 persone quasi tutte di nazionalità marocchina e algerina. Ma la loro corsa è durata solo quindici metri. Scavalcata la prima recinzione (delle due che circondano le mura del centro), i profughi sono stati subito intercettati dalle forze dell’ordine. Lacrimogeni e manganellate hanno preceduto le pratiche di reinserimento e identificazione. Otto, le persone denunciate. «Nessun ferito nessuna colluttazione» ha detto a Liberazione il presidente della cooperativa “Malgrado tutto”, (che gestisce il centro), Raffaello Conti. Dichiarazioni che smentiscono quelle della polizia che parlano invece di lancio di sassi e bottiglie contro le forze dell’ordine, per uno scontro durato più di due ore: «Delle volte qualcuno ci tiene a montare le notizie, fare clamore per far vedere che lavorano E anche a Ferragosto» sbotta Conti. E magari anche per giustificare l’eccessiva violenza usata nell’intervento, aggiungiamo noi.
Del resto anche il signor Conti non può permettersi di veder macchiata la sua immagine e quella di una attività che equivale a un giro di affari di circa 1.262.250 euro annui. Il centro nasce una decina di anni fa per accogliere i profughi kossovari. Fiutato l’affare (90 euro la tariffa che lo stato paga per ogni detenuto), la cooperativa decide di convertire la struttura da centro di accoglienza a centro di permanenza per stranieri in attesa di rimpatrio. Ex detenuti, pregiudicati, malati, tossicodipendenti, tutti migranti, sono ora le persone che vengono rinchiuse in quella che ormai è divenuta una vera e propria galera etnica, senza che il pur minimo diritto venga loro garantito. Disperati che hanno già pagato il conto alla società con la pena scontata nelle italiche galere, e che ora vengono nuovamente rinchiusi (altri sessanta giorni) in attesa di essere rimpatriati. Profughi all’estremo delle forze fisiche e psichiche (nove detenuti vengono sedati con psicofarmaci perché ritenuti pericolosi) che sono usciti e subito rientrati da una condizione di illegalità che non dà tregua né speranza.

Fonte: Liberazione del 17 agosto 2003

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L’isterismo sicuritario tradotto nei CPT

Visita al CPT di Lamezia Terme

“Nella struttura non c’erano sedie, tavoli, niente che potesse far pensare ad un servizio di mensa perchè, come ci hanno raccontato le persone trattenute, mangiano sui letti. Nessuna forma di comunicazione con l’esterno: c’era una sola cabina telefonica in una struttura che può detenere fino a 110 migranti, ma ci hanno riferito che non ricevono schede telefoniche…”
Il 26 settembre una delegazione organizzata dal Tavolo migranti e dal PRC, è entrata insieme a Russo Spena ed alle realtà locali, nel Cpt di Lamezia Terme, eufemisticamente denominato, da una serie di cartelli recenti lungo il percorso, “centro di accoglienza”. La delegazione si è trovata di fronte ad una situazione che va ben oltre l’immaginazione, che rende concreta quello che da tempo viene chiamato “stato di eccezione come forma legale di ciò che non può avere forma legale”. In una struttura in evidente corso di “ammodernamento”, con una grata di metallo alta diversi metri supportata da una seconda grata di metallo, abbiamo trovato rinchiusi una settantina di migranti in condizioni disumane che ci hanno ricordato le primi immagini diffuse dei manicomi. Le stanze non avevano porte, non c’erano vetri alle finestre, nessuna forma di riscaldamento in una struttura funzionante sempre, materassi buttati per terra, pochi servizi igienici in una condizione igienico-sanitaria assolutamente precaria, invece che rubinetti c’erano pompe di gomma da cui arriva solo acqua fredda, nessun ricambio di biancheria, letti persino nel cortile esterno. Nella struttura non c’erano sedie, tavoli, niente che potesse far pensare ad un servizio di mensa perchè, come ci hanno raccontato le persone trattenute, mangiano sui letti. Nessuna forma di comunicazione con l’esterno: c’era una sola cabina telefonica in una struttura che può detenere fino a 110 migranti, ma ci hanno riferito che non ricevono schede telefoniche. L’uso limitato e discrezionale, nonostante sia un diritto fondamentale, di poter esercitare il diritto di difesa è affidato alla presenza di un avvocato ovviamente in convenzione con la gestione del lager. E così abbiamo incontrato persone di diversa nazionalità: alcuni entrati in Italia per turismo che, dopo pochissimi giorni di permanenza in Italia, le forze dell’ordine durante un’incursione notturna avevano trasferito nel Cpt senza che gli fosse spiegato in una lingua a loro comprensibile cosa gli stesse accadendo; persone in procinto di rientrare nel proprio paese in possesso persino di un biglietto aereo, trattenute senza alcuna informazione; persino chi sposato con una donna italiana ed un figlio senza possibilità di comunicare con la propria famiglia; tantissime persone con in mano le pratiche di regolarizzazione; un richiedente asilo, vittima di tortura nel proprio paese, che ha ingoiato due lamette ed al quale è stato rifiutata la visita di un medico con le parole “muori come un cane”. Abbiamo incontrato tantissimi migranti in “regime di doppia pena”, considerato che hanno già scontato una pena in carcere; tossicodipendenti in cura a cui viene negata la somministrazione di farmaci e che pertanto ci chiedevano più dosi di valium; ragazzi in stato depressivo tale da non riuscire da venti giorni ad alzarsi dal proprio letto e neanche a mangiare; persone in uno stato evidente di confusione psichica che qualunque medico ne accerterebbe immediatamente l’incompatibilità con lo stato di detenzione. La Bossi-Fini, come la prosecuzione estremizzata ma assolutamente coerente della Turco-Napolitano del 1998, chiude ulteriormente le frontiere ed apre a logiche di isterismo securitario, inasprendo quelle politiche repressive nei confronti dei migranti, paradigma delle quali sono i Cpt e le altre strutture chiuse i cui vari eufemismi non servono a mascherarne la effettiva destinazione. Questi mostri dello stato penale globale non sono “emendabili”, perché oltre ad ogni valutazione puramente giuridica, rendono “legge dello stato” l’intolleranza, il disconoscimento e la violazione dei diritti fondamentali della persona e di cittadinanza, in nome del controllo sociale e della militarizzazione degli spazi di espressione. Le politiche rivolte ai migranti sono il laboratorio politico di sperimentazione dello stato di eccezione permanente e della sospensione del diritto, a partire da Schengen e Dublino. La denuncia ancora più grave che la delegazione entrata a Lamezia Terme sottopone agli occhi di tutti, è che la gestione di questo posto è affidata alla cooperativa sociale “Malgrado tutto”: questo privato sociale, così come certa chiesa, invece di premere ai confini del diritto per abbatterli, per allargare e moltiplicare diritti e spazi di esistenza, ha assunto in pieno quel mandato infamante di “normalizzazione”, divenendo puro business umanitario funzionale alle pratiche di controllo e di esclusione sociale. La retta giornaliera che la cooperativa percepisce per ogni migrante detenuto è di circa 45 euro. Ma nonostante tutte le denunce, nuovi luoghi di reclusione come questo si stanno costruendo in ogni regione, in Puglia come in Liguria, come in Campania. Il senso dei monitoraggi, delle nostre proteste, delle nostre denunce mira a costruire un grido assordante per una dichiarazione di incompatibilità radicale con questi luoghi anche se fossero alberghi di lusso: per svergognarli, toglierli aria e finanziamenti, per stringerli d’assedio, per liberarli. Se questa è, come riteniamo, una delle maglie del reticolato globale, nessuna denuncia resterà muta e, per dirla con A.Roy, “nessun obiettivo è modesto, nessuna vittoria insignificante”.

Erminia Rizzi Forum dei diritti – Bari

[ lunedì 29 settembre 2003 ]

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CPT di Lamezia Terme: una testimonianza
Intervista a Erminia Rizzi del Forum dei Diritti, Bari
Il CPT di Lamezia Terme, a metà tra un lager e un manicomio, è stato visitato da una delegazione organizzata dal Tavolo Migranti e da PRC. Da questo posto, che la segnalazione stradale indica come Centro di Accoglienza, quaranta persone hanno tentato la fuga lo scorso agosto. Erminia Rizzi, che ha partecipato al sopralluogo, racconta a Melting Pot quello che ha potuto osservare.
Domanda: Come si presenta a prima vista la struttura del CPT? Potresti descriverci il luogo fisico?
Risposta: Il posto, non molto grande, si presenta come una struttura in muratura con evidenti lavori in corso. Questo fa pensare ad ammodernamenti per rendere la struttura ulteriormente invalicabile. Ci sono poi varie recinzioni. Una prima recinzione e poi, in prossimità della struttura, due alte grate di metallo a distanza di circa dieci metri l’una dall’altra.
Per quanto riguarda l’interno, bisogna tener conto della frequenza degli atti di auto-lesionismo che i trattenuti compiono sempre più spesso come forma di protesta. L’interno è quindi completamente spoglio: non ci sono porte, vetri, finestre, sedie e tavoli. Non c’è riscaldamento. La maggior parte dei materassi è sul pavimento. L’impressione che ho avuto è quella delle immagini del manicomio di Aversa, anche perché abbiamo visto persone con problemi psichici molto gravi.
D: Che tipo di vicende personali vi hanno raccontato le persone che vi sono rinchiuse?
R: C’era un gruppo di cittadini della Bulgaria entrato in Italia per motivi turistici. Il loro soggiorno in Italia è durato pochi giorni perché le forze dell’ordine hanno fatto un’incursione notturna nel posto in cui alloggiavano e sono stati immediatamente portati in questo CPT. L’espulsione è stata loro notificata in italiano, una lingua che non comprendono. Abbiamo inoltre visto che la maggior parte dei trattenuti era in possesso dei fogli di regolarizzazione. Il loro trattenimento in CPT è ancora più illegale di quanto già non lo sia, dal momento che la ricevuta della domanda di regolarizzazione vale come un permesso di soggiorno. Abbiamo anche incontrato molte persone uscite dal carcere, cosa che dimostra che ogni CPT si sta configurando con una propria specificità e che molto probabilmente quello di Lamezia Terme avrà come trattenuti le persone che sono appena uscite dal carcere e in attesa di rimpatrio. Abbiamo visto molti tossicodipendenti in crisi di astinenza, a cui venivano rifiutate le cure e che ci chiedevano “più” valium. L’espressione usata nella loro richiesta ci fa presupporre un abuso della somministrazione degli psicofarmaci in modo da tenere i trattenuti più calmi. Inoltre abbiamo incontrato persone che stavano per tornare nel proprio paese e che avevano già il biglietto aereo per il ritorno, che hanno chiamato il Consolato ma che sono ancora rinchiuse nel CPT. Per quanto sia difficile fare una graduatoria di questi non luoghi, questo è il peggiore che ho visto: peggio di Ponte Galeria e peggio del Serraino Vulpitta. Non solo per le condizioni della struttura, ma per l’intera situazione che abbiamo potuto vedere. Ancora più grave è il fatto che questo posto sia gestito da una cooperativa sociale, la Malgrado Tutto. Questa era una cooperativa affiliata all’ARCI che gestiva il posto quando era precedentemente adibito a struttura di recupero per tossicodipendenti. Intendiamo domandare un chiarimento su quali siano i rapporti tra questa cooperativa e l’ARCI.
D: Risulta piuttosto chiaro che non viene data assistenza sanitaria o legale.
R: L’unica possibilità di esercizio del diritto alla difesa è affidata ad un avvocato in convenzione con il posto. Da quanto abbiamo visto, per molti trattenuti l’espulsione poteva essere annullata o almeno poteva essere dichiarata l’incompatibilità di qualsiasi forma di detenzione. Questo non è avvenuto, abbiamo persino incontrato richiedenti asilo. Ci hanno inoltre raccontato che questo assistente legale chiede un contributo economico anche da parte delle persone trattenute, esattamente 500 euro di contributo.
D: Con il tuo racconto sorge spontanea una domanda: come è possibile che esistano posti dove viene sperimentata una sistematica sospensione dello stato di diritto? Cosa si può leggere dietro l’invisibilità di questi lager?
R: Si sta innanzitutto continuando ad affrontare la questione immigrazione come un problema di ordine pubblico. C’è senz’altro una sperimentazione della “cipitizzazione” del sociale, ovvero tutto quanto è oggi sperimentato sulla pelle dei migranti sarà esteso ad altre componenti sociali. Quando parliamo di stato penale globale intendiamo questo. Per ora i luoghi definiti di eccezione, come i centri di permanenza, sono destinati a migranti, prostitute, ai cosiddetti matti e ai tossicodipendenti, ma saranno a mio avviso estesi e riguarderanno tutti.
Infine una valutazione personale sul monitoraggio di quello che avviene nei CPT. Il senso di qualsiasi delegazione che entra in questi posti per monitorare deve essere solo la denuncia e il fatto di rendere leggibili tutte le forme di protesta e di lotta che vengono attuate contro l’esistenza di questi lager. Un monitoraggio fino a sé stesso non risulta più interessante perché è da tempo che vengono osservate le sospensioni dei diritti in questi posti.
http://www.meltingpot.org/articolo1134.html
[ giovedì 9 ottobre 2003 ]

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Apriamo le porte dei CPT! Riconvertiamo il CPT di Lamezia

Le ennesime morti in mare degli ultimi tempi, le donne e gli uomini annegati nel tentativo di raggiungere le coste italiane alla ricerca di una vita migliore e più degna, la discussione scaturita dalle dichiarazioni di Fini sul voto agli immigrati e dalle intenzioni di Pisanu di promuovere una sorta di consulta musulmana, impongono una riflessione più ampia sugli effetti che le ultime leggi sull’immigrazione hanno prodotto a livello sociale e umano ed una nuova e più chiara valutazione sui CPT, vere e proprie carceri per donne ed uomini che nessun tribunale ha condannato. Le condizioni dei migranti, nel nostro Sud, assumono, inoltre, connotati ancor più gravi: i CPT stanno scoppiando!
Non riuscendo a gestire il sempre maggior numero di presenze, le misere condizioni di vita cui sono costretti gli “ospiti” rasentano la schiavitù, ne abbiamo avuto ulteriore testimonianza durante la visita fatta al CPT di Lamezia lo scorso 31 ottobre. Una struttura, questa, nata alla luce delle opportunità offerte dalla legge Basaglia, la famosa legge 180 che apriva i manicomi, ma trasformatasi in un luogo promiscuo, una sorta di limbo degli esclusi, in cui malati mentali, tossicodipendenti e migranti condividono spazi tra loro contigui, intersecando storie e disagi in un luogo che sempre più assume i connotati di un vero e proprio lager. L’esperienza di Badolato, in termini di ospitalità, in coincidenza dell’arrivo dell’Ararat con 835 kurdi, lasciava immaginare un’attenzione ed una disponibilità diverse nei confronti della dignità di tutti quegli esseri umani scappati dalla guerra, dalla repressione, dalla fame e dalla disperazione.
La Turco-Napolitano e la Bossi-Fini, il fallimento del PNA (un programma nazionale che poneva le condizioni per una diversa accoglienza dei migranti), le restrizioni apportate ai criteri per il riconoscimento dello status di rifugiato politico, il razzismo dilagante in molte realtà italiane favorito anche dai media, hanno messo a nudo il vero dramma dell’emigrazione, che solo una politica asfittica può ridurre ad un problema, tra l’altro ingestibile, di mero ordine pubblico. Altro significato ha per noi il termine accoglienza: un percorso di interazione nel quale i migranti sono soggetti attivi e protagonisti dei processi di trasformazione sociale e culturale del territorio in cui vivono. Un’esperienza in tal senso è la Casa del Migrante di Castiglione Cosentino, progetto di seconda accoglienza portato avanti dall’associazione “La Kasbah”, che coinvolge in prima persona gli stessi migranti nella gestione della struttura senza sbarre e cancelli. Un mondo globalizzato non può garantire esclusivamente la libera circolazione delle merci e impedire la libertà di movimento degli esseri umani… bensì dovrebbe assumere nelle sue istanze politiche la capacità di governare secondo “logiche nuove” i problemi politici dell’oggi: la guerra, l’emigrazione, l’uso delle risorse, la gestione dei servizi e i diritti. I CPT rappresentano la concretizzazione di questo modo inadeguato di affrontare i problemi, in quanto simboli di una logica di negazione di ogni diritto elementare e come tali vanno aboliti nella loro attuale forma e riconvertiti in strutture di vera accoglienza, con al centro la dignità dell’uomo e che sia capace di affrontare le problematiche che stanno dietro il dramma di ogni singolo soggetto.
Per tutto ciò, diverse realtà del movimento in Calabria stanno organizzando un presidio di solidarietà ai reclusi del CPT di Lamezia Terme per richiederne l’immediata chiusura come “lager per immigrati” ed una sua immediata riconversione. L’appuntamento per tutti è per sabato 15 novembre 2003 alle ore 14 nel piazzale antistante la sede della cooperativa “Malgrado Tutto”, gestore del centro lametino. Ad un anno dagli arresti (15 novembre 2002), alcune realtà del movimento intendono affermare la volontà di proseguire nella ricerca di un mondo migliore.
Un mondo senza frontiere al fianco dei fratelli migranti
Contro ogni logica di repressione
CSOA “Angelina Cartella” – Associazione Culturale Multietnica “La Kasbah” Libera Associazione di Idee – Comunità Kurda Calabrese – Radio “Ciroma” Piana Social Forum – Tirreno Social Forum

[ martedì 4 novembre 2003 ]

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Lamezia Terme – Va superata l’attuale logica dei centri di accoglienza

da Il Giornale di Calabria del 10 novembre 2003

LAMEZIA TERME. La Cooperativa Malgrado Tutto e Legacoop Calabria, in una nota, auspicano che, “in rapporto alla gestione dell’immigrazione, si possa rapidamente andare al superamento di strutture concepite con la logica pseudocarceraria e che gli organi competenti, tengano conto delle proposte del superamento delle attuali strutture, riportando la funzione del centro alle sue origini di solidarietà ed accoglienza”. La cooperativa ha operato “secondo la tradizionale e consolidata esperienza di solidarietà che ne contraddistingue l’opera ormai da anni con riconoscimenti importanti anche di enti morali. Tutto ciò si è potuto fare anche perchè la normativa inizialmente si confaceva allo spirito di solidarietà; per cui l’accoglienza è stata finalizzata a garantire livelli di civiltà adeguati alla gestione di uomini e donne indifesi. Proprio per questa pratica positiva le strutture della cooperativa sono state oggetto di visite ed apprezzamenti di rappresentanti istituzionali e sociali. Le norme approvate durante la passata e la presente legislatura hanno imposto un inasprimento della vigilanza e del controllo a cui le strutture di accoglienza sono state adeguate, strutture, è bene ricordarlo, alle dipendenze della prefettura e del Ministero degli Interni. Tutto ciò ha oggettivamente comportato un evidente riorientamento delle funzioni da centri prettamente di accoglienza a strutture pseudocarcerarie”. Da qui l’auspicio di cambiamento da parte della cooperativa lametina.

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CPT Lamezia Terme – A breve un esposto alla Procura

Intervista a Adriano D’Amico, avvocato dell’Osservatorio regionale sui CPT calabresi

Domanda: Voi come Osservatorio state per presentare un esposto alla Procura della Repubblica sul CPT di Lamezia Terme…
Risposta: In effetti noi abbiamo fatto questo lavoro: abbiamo raccolto una serie di articoli che da qualche mese compaiono sui giornali locali, abbiamo fatto un resoconto di questi articoli prendendo le dichiarazioni incredibili che hanno fatto vari parlamentari e altre persone che a vario titolo sono entrati nel CPT. Le persone che sono entrate denunciano una serie di cose abbastanza gravi, che violano la legge che istituisce i CPT. Noi siamo per la chiusura del CPT e di tutti i centri. Ma la legge che li istituisce prevede alcune cose che in questo momento vengono assolutamente violate: non è possibile che in un CPT ad esempio non ci sia l’acqua calda, non ci siano i servizi igienici, non ci sia un medico a disposizione delle persone che stanno all’interno, non ci sia la possibilità di rivolgersi liberamente ad un avvocato. Per esempio nel CPT di Lamezia Terme la Cooperativa Malgrado Tutto ha una specie di sovvenzione con un avvocato della loro cooperativa che poi va a gestire tutte le cause con i risultati che vi potete immaginare. Stiamo cercando di mettere in luce tutti questi aspetti e racchiuderli in questo esposto che abbiamo già scritto e dobbiamo presentare al vaglio di tutti i compagni che stanno lavorando con noi a questo esposto da presentare alla Procura della Repubblica. Su questo volevo dire che ci sono dei precedenti che ci fanno pensare che possa andare a buon fine. A Lecce i titolari della cooperativa che gestiva il CPT sono stati tutti quanti rinviati a giudizio perché sono emerse nei loro confronti delle questioni abbastanza serie proprio sulla base di un esposto che altri compagni hanno presentato alla Procura della Repubblica.
D: Tra l’altro il CPT di Lamezia Terme è stato indicato, nel recente rapporto dei Medici Senza Frontiere, come uno tra i CPT peggiori d’Italia…
R: Sicuramente. E poi c’è anche un’altra cosa. Ci chiedevamo come sia possibile che alcuni di quelli che fanno parte della cooperativa, ad esempio il famigerato Raffaello Conte, abbiano avuto in passato precedenti penali specifici, siano stati coinvolti in vicende giudiziarie specifiche per la questione della gestione di denaro pubblico che doveva essere tenuto a fini umanitari. Mi sto riferendo alla questione della gestione di fondi che c’è stata e che è stata contestata a Raffaelo Conte per la missione arcobaleno. Noi ci siamo anche chiesti questo, come è possibile che la Cooperativa Malgrado Tutto sia gestita da persone che comunque, da questo punto di vista, non sono completamente puliti anche se esiste la presunzione di innocenza fino a sentenza passata in giudicato. Ma su questa cooperativa c’è sicuramente qualche velo che deve essere tolto. Questo è un altro aspetto che stiamo curando come osservatorio.

[ lunedì 2 febbraio 2004 ]

http://www.meltingpot.org/articolo1928.html

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CPT di Lamezia Terme – Una testimonianza da dentro il centro
A cura di Elisabetta Torre e Daniela Ielasi
Dopo il tentativo di rivolta nel CPT di Lamezia Terme dei giorni scorsi, vi proponiamo un’intervista a Lasad da dentro il centro, che ci racconta l’episodio (l’ennesimo) e le condizioni di vita all’interno del CPT.
Lasad da circa un mese è rinchiuso ingiustamente nel CPT di Lamezia Terme che è uno dei CPT monitorato da Medici Senza Frontiere nel quale si denunciano le peggiori condizioni di vita.
Risposta: Io mi trovo qua in Italia dal 90’. Sono passati quasi 14 anni. Ho fatto la domanda di permesso di soggiorno e aspetto da più di un anno.
Alla fine mi hanno chiamato, sono venuti a casa mia i poliziotti, era venerdì 8 febbraio. Io sono stavo facendo la spesa. A casa hanno trovato mia moglie gli ha chiesto se vivevo là e dove mi trovavo. Lei ha risposto che ero andato a fare la spesa. Mi ha chiamato mia moglie e sentivo la voce di un uomo. Mia moglie mi ha detto lascia stare è la polizia. Sono tornato velocemente a casa per vedere cosa c’era e mia moglie mi ha detto che era venuta la polizia e ha chiesto come mai non andavo a ritirare il permesso di soggiorno. Ero contento…finalmente!
Lunedì mattina verso le 8 sono partito per andare all’Ufficio Stranieri di Acerra. Mi hanno preso, mi hanno fatto le foto e mi hanno portato nell’altro Ufficio Stranieri di Napoli e mi hanno portato qua. Mi hanno fatto una trappola. Per il momento mi trovo qua nel centro Malgrado Tutto di Lamezia Terme e la cosa qui è troppo dura veramente. Io sono una persona che lavora in regola, ho tutte le buste paga fino all’ultima che ho avuto prima di venire qui quella di dicembre 2003. Sto aspettando con la speranza che qualcuno mi aiuti.
D: Cosa è successo qualche giorno fa all’interno del CPT di Lamezia Terme?
R: Un ragazzo marocchino che sinceramente ha sbagliato lui. Forse perché prendeva in terapia sbagliata.
D: Prendeva terapia cosa vuol dire?
R: Non so. Per dormire prendeva terapia, perché era tossicodipendente lui. Comunque parla con gli occhi chiusi. Ha litigato con le guardie e ha bruciato materassi, bidoni di immondizia…
D: Ma è intervenuta la polizia, ci sono stati pestaggi?
R: Venerdì notte a mezzanotte, l’una…comunque lo hanno calmato e l’indomani ha litigato di nuovo con la polizia e lo hanno portato via in carcere. Ieri è tornato, non so come è finita con lui. Non parla mai, è sempre fuori di testa questo ragazzo.
D: Come state vivendo all’interno? Tu mi dicevi che ci sono condizioni di vita difficili…
R: Qua comanda la polizia perché la cosa è privata. La polizia comanda per l’entrata e l’uscita e per il resto comandano tutto quelli che stanno in cucina perché è privato.
D: Stai parlando dei gestori del CPT…tu mi dicevi che all’interno non ci sono medici che assistono i pazienti e che ci sono stati problemi con uno dei reclusi che aveva anche problemi al fegato..
R: Ognuno che va in infermeria riceve la stessa pastiglia, quasi la stessa medicina gli danno. Tutti si lamentano dell’infermeria, sempre la stessa cosa.
D: E del cibo invece?
R: Il cibo non è buono, non sanno cucinare, non sta bene il cibo. E’ quasi sempre la stessa cosa.
D: Lasad, ti è capitato in questi giorni di permanenza al CPT di assistere a pestaggi della polizia?
R: Se la polizia è venuta qua?
D: Se hai assistito, se hai visto la polizia entrare e picchiare qualcuno.
R: I ragazzi qua hanno fatto cambi di cella senza chiedere. Li hanno chiamati e hanno chiesto perché. Perché se c’è una regola bisogna rispettare questa regola. I ragazzi gli hanno risposto male e li hanno picchiati.
D: Da dove vengono questi ragazzi?
R: Dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Algeria, comunque dal Nord d’Africa.
D: Senti quante sono al momento le persone chiuse nel CPT di Lamezia?
R: Quasi 80.
D: Di quale nazionalità?
R: Nigeriani, nord Africa, India, polacchi, Romania, Marocco, Tunisia, Algeria. Queste mi ricordo.
D: Tu mi dicevi che ci sono problemi di tossicodipendenza, alcolisti…
R: C’è gente che era tossicodipendente e che ora prendono terapia. Ci sono alcuni che camminano a forza. Ci sono anziani che hanno più di 50 anni e anche malati. Ci sono ragazzi che li hanno presi e portati qua da Lampedusa. Non hanno fatto niente. Sono venuti clandestini, li hanno presi dalla barca dove li hanno fermati e li hanno portati qua direttamente, senza motivo.
D: Rispetto alle cose che vi danno in infermeria, tu mi dicevi che vi danno queste pillole ma anche sonniferi, calmanti…
R: Si danno calmanti. I tossicodipendenti prendono cose per calmarsi o per dormire…
D: A te non ne hanno mai date invece?
R: No. Loro chiedono, fanno casino e si fanno dare i calmanti. Per l’altra volta il ragazzo…per la terapia, non so per cosa. Comunque parlava e aveva gli occhi chiusi.
D: Noi ti ringraziamo per il tuo contributo. Ci hai aiutato a capire meglio come si vive all’interno. Ci risentiamo nei prossimi giorni.
P.S.: per rendere maggiormente comprensibile il testo la nostra trascrizione non è completamente fedele al parlato.
http://www.meltingpot.org/articolo2050.html
[ sabato 14 febbraio 2004 ]

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Chiudete il carcere etnico di Lamezia Terme
di Alessio Magro
Esposto alla procura sul «peggiore Cpt d’Italia». Associazioni e partiti: si continuano a violare i diritti umani
Il caso del «Malgrado tutto», il centro di permanenza temporanea per stranieri di Lamezia Terme, finisce in procura. Un corposo dossier fatto di testimonianze e racconti che racconta dell’assistenza negata, dei diritti e delle procedure calpestate è stato messo insieme dall’Osservatorio calabrese sui Cpt, per chiedere ufficialmente l’intervento della magistratura. Primo firmatario dell’esposto, che sarà depositato a giorni, è il parlamentare del Prc Giovanni Russo Spena. Un centro da chiudere, secondo il deputato, «perché è il peggiore d’Italia». Ieri a Cosenza, alla Casa delle culture, la presentazione ufficiale dell’iniziativa. Secondo il legale dell’Osservatorio, Adriano D’Amico, si tratta di un atto doveroso. «Non ci spieghiamo come non sia stato ancora aperto un fascicolo», ha dichiarato riferendosi alle tante inchieste stampa sul centro di Pian del Duca, ma soprattutto alle accuse mosse da Medici senza frontiere.L’esposto calabrese prende le mosse proprio dal recente rapporto dell’organizzazione, dal quale emerge l’inadeguatezza strutturale del centro e le violazioni sistematiche dei diritti umani, tanto da spingere Msf a chiedere ufficialmente la chiusura del «Malgrado tutto». Le testimonianze dei parlamentari, dei giornalisti e dei volontari che hanno visitato da settembre ad oggi il Centro di permanenza temporanea e assistenza, si sovrappongono perfettamente.
La situazione socio-sanitaria appare drammatica. Psicofarmaci come panacea, sottolinea Msf, «un metodo ammesso anche dalla prefettura», rincara D’Amico. Per i tossicodipendenti – in media più del 70% dei detenuti – non esisterebbe alcuna terapia per la dissuefazione, «non c’è neanche l’assistente sociale». Non ci sono porte né finestre, sbarre ovunque, la mensa è stata chiusa, «i trattenuti dicono di mangiare sui letti». I circa 80 stranieri richiusi vivono «senza il riscaldamento» e senza acqua calda. Otto water e nove docce a disposizione senza nemmeno la classica «ora d’aria concessa ai carcerati». «Almeno in prigione c’è un regolamento», sottolinea D’Amico. A Lamezia non resta che farsi del male: batterie e lamette ingerite, secondo Msf, sono all’ordine del giorno.
«Già nel 2002, visitando il Cpt di Lamezia, dissi che si trattava del peggiore centro della penisola. E ho una esperienza di vent’anni sulle carceri». Per Russo Spena non ci sono dubbi sulla necessità di chiudere una «galera etnica». Per il Prc, l’opposizione alla detenzione amministrativa è totale: «Porremo la questione Cpt – ha annunciato il deputato – tra le discriminanti del futuro accordo con l’Ulivo».
«Sono scappato dalla guerra diversi anni fa, oggi sarei finito anch’io in carcere». Talip Heval, il migrante che fa da portavoce all’associazione La Kasbah, racconta la sua esperienza. Parla dei suoi fratelli rinchiusi a Lamezia dopo la lunga fuga dall’orrore, poi rispediti in Turchia, verso la «tortura».

Fonte: Il Manifesto del 30 marzo 2004

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COMUNICATO STAMPA

Sabato 12 Novembre : Impedito ai giornalisti l’ingresso nel CPT di Lametia Terme

 Nel corso della manifestazione contro i CPT indetta dal movimento no global calabrese alla presenza del senatore Franco Martone e del consigliere regionale di Rifondazione Comunista  Egidio Masella, alcuni giornalisti calabresi hanno chiesto di entrare in delegazione insieme al senatore Martone. All’inizio la direzione del CPT diretto da Raffaello Conte aveva acconsentito e tre giornalisti erano già entrati nell’area antistante il CPT. Ma quando si è presentato ai cancelli il giornalista Francesco Cirillo inviato del settimanale indipendente Mezzoeuro è scoppiato il parapiglia. Prima gli ispettori della Digos hanno bloccato il giornalista chiedendogli il tesserino, pensando che non l’avesse, poi quando hanno constatato che il tessrerino lo aveva hanno detto che non poteva far parte della delegazione. A questo punto della discussione si è inserito lo stesso Conte il quale con fare minaccioso e frasi minacciose indirizzate a Cirillo diceva chiaramente “che poi io e te ci vedremo da soli, ti vengo a trovare a Diamante”. Cirillo per nulla intimorito chiedeva davanti agli ipettori della Digos chiarimenti su quella frase e Conte rispondeva che non gli erano andati giù gli articoli da lui pubblicati su Mezzoeuro. A questo punto, alle rimostranze di Cirillo, i dirigenti della DIGOS pur di non far entrare Cirillo , facevano uscire tutti i giornalisti, invitando gli stessi giornalisti a “convincere” Cirillo nel rinunciare ad entrare pur di far entrare loro. Quello che è successo al CPT di Lametia è molto grave e dimostra che quando i giornalisti non sono “embedded” cioè supini ai poteri se ne ha paura, in quanto liberi e veritieri.

Dichiarazione di Francesco Cirillo:

” Chiedo alla stampa calabrese, di far sentire la propria voce su questo episodio e di chiedere ufficialmente come Ordine dei Giornalisti calabresi alla Prefettura di Catanzaro un autorizzazione ufficiale perchè i giornalisti delle testate calabresi possano entrare in quel CPT , senza preavviso, per constatare le condizioni di vita degli immigrati lì detenuti. Ritengo che sia grave quanto a me avvenuto e penso che la stampa calabrese, fatta di tanti gionalisti liberi, faccia sentire la propria voce.Per capire la situazione e la volontà da parte dei dirigenti di questo centro, gestito dall’ARCI e dalla lega delle Cooperative, nel cercare di  non volere far uscire la verità da quel centro di detenzione,lo stesso sen.Martone è stato aggredito all’interno del CPT dallo stesso Raffaello Conte con frasi minacciose e oltraggiose e per questo il senatore tramite l’avv.Adriano D’Amico presenterà querela”.

Sciroccorosso.org

29 marzo 2004

Presentato l’esposto  per chiudere il CPT di Lametia Terme

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Al sostituto Procuratore della Repubblica

presso il Tribunale di Lamezia Terme

ESPOSTO

  Il sottoscritto On. Giovanni Russo Spena, nato ad Acerra (Na) il  10.11.1945, avendo potuto verificare direttamente ed essendo venuto a conoscenza di fatti e situazioni contrari alla legge nel corso di numerose visite condotte dentro il Centro di Permanenza Temporanea denominato “Malgrado tutto”, sito in località Pian del Duca – Lamezia Terme, espone quanto segue:  1.      Nel corso della visita, numerosi ospiti del centro presentavano diverse ferite ed ecchimosi sul corpo, frutto di colluttazioni o di autolesioni e automutilazioni. In particolare, uno degli ospiti presentava un braccio gonfio, per effetto di una ustione non curata o mal curata. Un altro ospite presentava un vistoso rigonfiamento all’occhio destro, mentre un altro ancora presentava una vistosa ferita alla gamba destra. Oltre a ciò, gli ospiti presenti nel centro durante la nostra visita, hanno affermato di essere sottoposti a continue terapie psico-farmacologiche, ciò evidentemente con l’intento di sedare preventivamente le loro presunte animosità. Tale situazione, verificata de visu da noi, è ulteriormente suffragata dal rapporto redatto dall’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere, che ha condotto nel periodo Giugno-Ottobre 2003, una serie di visite ai Centri di permanenza temporanea italiani. Nel rapporto, in relazione alle condizioni socio-sanitarie del Centro di permanenza Malgrado Tutto, si legge testualmente: “Vengono effettuati solo interventi di piccola chirurgia (ferite). È difficile credere che questo venga fatto di routine poiché il materiale a disposizione è scarsissimo. Esiste comunque uno sterilizzatore. Lo stock farmaceutico è fornito solo di BZD [psicofarmaci a base di benzodiazepina, ndr] per uso orale e intramuscolare, qualche antibiotico, FANS, antispastici ma tutto in modiche quantità. Il centro non possiede un’ambulanza, se necessario viene chiamato il 118. […] Le patologie più diffuse sono micosi cutanee, odontalgie, pirosi, faringiti. Le autolesioni (tagli, pile o lamette ingerite) sono all’ordine del giorno, almeno 2 o 3 casi ogni giorno. Esistono due registri: uno per consultazioni/prestazioni effettuate, l’altro per le consegne. Il primo è difficile da leggere e interpretare, il secondo lascia a desiderare. […] Non esiste alcuna cartella psicologica. Il medico stesso [il medico della cooperativa che gestisce il centro, ndr] ha messo in evidenza le difficoltà nel gestire i casi di tossicodipendenza, l’incapacità nell’evitare così tanti casi di autolesionismo e gli episodi di maltrattamento e abusi che avvengono all’interno per la forte promiscuità. L’80 % degli ospiti è dipendente da psicofarmaci, dipendenza nata per lo più in carcere. Non vi è comunque alcun tentativo di recupero e disassuefazione da parte degli operatori. Durante le nostre visite, numerosi detenuti erano in uno stato di palese annebbiamento mentale a causa della psicoterapia. Uso e abuso di psicofarmaci viene ammesso dal medico stesso e dal gestore del centro. La psicologa in teoria dovrebbe effettuare un’attività di consulenza psicologica effettuando colloqui ma il realtà il servizio non viene erogato” (Medici Senza Frontiere, Rapporto sui CPTA, pag. 120, allegato a). L’esamina condotta dai medici di MSF, oltre che trovare riscontro nelle dichiarazioni del medico e del gestore del centro raccolte dagli stessi, suffraga sufficientemente l’impressione negativa che noi stessi, relatori del presente esposto-denuncia, abbiamo potuto verificare de visu, con il supporto della professionalità medica e specialistica degli operatori di MSF.          2.      Nel corso della visita, abbiamo potuto verificare che la struttura in cui sorge il CPTA è assolutamente inadeguata e non rispetta il benché minimo standard qualitativo in relazione alle condizioni igienico-sanitarie generali. Ricordiamo che la capienza massima del centro è passata dalle 120 unità del 2000 alle 92 nel Gennaio c.a.. A fronte di questa presenza, solo i bagni al piano terra della struttura sono agibili. Questi constano in non più di otto WC e nove docce. Non esiste servizio di acqua calda, e i WC sono sprovvisti di carta igienica, come abbiamo potuto constatare e come ci è stato confermato dai detenuti. Oltre a ciò, le stanze dell’edificio risultano inadeguate in relazione sia allo spazio abitativo disponibile (in ogni stanza, mediamente non più grande di 20 metri quadri, sono presenti più di sei letti), condizioni di illuminazione e condizione dell’impianto elettrico, e addirittura prive di infissi interni. Ancora una volta, il già citato rapporto di MSF non manca di rilevare le carenze che noi stessi abbiamo potuto verificare. Nel rapporto si legge: “L’area detentiva è costituita da un edificio a due piani a forma di ferro di cavallo. All’interno dell’edificio vi sono le camere con 5/6 posti letto ciascuna. La maggior parte delle camere è dotata di TV, anche se in poche funziona. L’impianto di illuminazione delle camere è inadeguato (fili scoperti, luci a intermittenza). Alcune camere sono apparse in uno stato accettabile, altre sono invece in uno stato di semiabbandono e sovraffollamento: gli operatori accedono il minimo indispensabile all’interno ed hanno invitato i detenuti ad autogestirsi. Molti di loro hanno così sradicato porte ed infissi per apportare migliorie alle proprie stanze. Gli unici bagni agibili sono quelli al piano terra, mentre al primo piano nessun servizio è utilizzabile. In tutto vi sono 8 Wc e 9 docce senza acqua calda né carta igienica […] Secondo le dichiarazioni dell’ente gestore e dei detenuti le pulizie all’interno dell’area di detenzione vengono svolte o dagli stessi stranieri che si ‘autogestiscono’ o dagli operatori della cooperativa”. (Medici Senza Frontiere, Rapporto sui CPTA, pag. 117-119, allegato a). Le stanze inoltre presentano delle vistose serie di sbarre, la cui consistenza va ben al di la di una ipotetica esigenza di sicurezza interna, configurando, dal punto di vista dell’immaginario simbolico che rievocano, una situazione di degrado e di offesa della dignità delle persone che vi sono detenute (si vedano a tal riguardo le immagini in allegato b).  3.      Nel corso della visita abbiamo potuto verificare una grave violazione al diritto alla difesa, laddove ci viene riferito dagli ospiti della struttura, che l’assistenza legale è prestata all’interno del centro quasi esclusivamente dall’avvocato di fiducia dell’ente gestore, il quale assiste i detenuti al momento della convalida del provvedimento di fermo amministrativo. La possibilità di rivolgersi privatamente ad eventuali avvocati di fiducia ovvero di ricorrere al gratuito patrocinio,  risulta impedita dall’assenza di un elenco di patrocinatori legali affisso all’interno del centro e liberamente consultabile dagli ospiti nonchè dalla impossibilità per i detenuti di avere contatti con l’esterno di qualsivoglia natura. L’accesso al centro è di fatti impedito a qualsiasi soggetto che non sia un operatore dell’ente gestore, e in aggiunta a ciò i detenuti nel centro hanno fortemente lamentato l’impossibilità di stabilire contatti telefonici con l’esterno, dal momento che non vengono fornite le schede telefoniche necessarie. Se ciò risultasse vero, ci chiediamo se il diritto alla difesa è oggettivamente garantito secondo le disposizioni generali del nostro ordinamento giuridico e secondo le disposizioni specifiche relative al funzionamento dei Centri di Permanenza Temporanea. Ricordiamo che quest’ultimo è disciplinato dagli articoli 21 e 22 (modalità del trattenimento e funzionamento dei centri) del Regolamento di attuazione del Testo Unico, DPR 394/99, ai sensi dei quali dovrebbe essere assicurata e garantita oltre all’assistenza ed al rispetto della dignità, anche la comunicazione con l’esterno, e dunque la possibilità di nominare avvocati di fiducia ovvero di accedere al patrocinio gratuito.  4.      In relazione alla qualità generale dei servizi prestati dagli operatori del centro, vi è da dire che nessuna delle figure operanti nel centro sembra dotata dei requisiti professionali necessari a svolgere compiutamente la delicata funzione a cui è preposta. Nella maggior parte dei casi si tratta infatti di operatori volontari aderenti alla cooperativa che gestisce il centro, che non hanno seguito percorsi di formazione specifici relativi ai fenomeni dell’immigrazione. In relazione ad esempio al ruolo del mediatore culturale (figura centrale nella costruzione di un rapporto costruttivo e non conflittuale tra gli operatori e gli ospiti del centro), non possiamo non rilevare di nuovo le osservazioni prodotte nel rapporto di Medici Senza Frontiere: “Molti detenuti hanno espresso rimostranze circa il comportamento poco trasparente e parziale del mediatore. Durante la seconda visita è stato possibile parlare con il mediatore. Una volta avvicinatosi con noi ai detenuti per ascoltare le loro richieste è apparso chiaro come la sua figura sia percepita negativamente. Lo stesso mediatore si è rivolto a loro in modo brusco e sprezzante” (Medici Senza Frontiere, Rapporto sui CPTA, pag. 119, allegato a). Oltre a ciò, manca completamente la figura dell’assistente sociale e dello psicologo.
Da quanto emerso nel corso della visita presso il CPTA “Malgrado Tutto” e dalla testimonianza del rapporto di Medici Senza Frontiere, è scaturita una forte preoccupazione per quanto riscontrato e per quanto potrebbe ancora accadere. Sia i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione che quelli previsti dalla normativa vigente in materia di asilo e accoglienza appaiono palesemente violati. Per quanto sopra esposto, chiediamo alla S.V. che siano al più presto attivate le opportune attività investigative atte a fare luce sulla vicenda, in tutela dei legittimi interessi dei cittadini stranieri ora detenuti nel centro e di quelli che verrano, nonché in tutela della corretta applicazione della legge, attese le palesi violazioni della stessa. Possono essere sentiti sui fatti sopra enunciati i Sigg.: Onorevole Graziella Mascia (Presso Camera dei Deputati di Roma); Commodari Giuseppe (Catanzaro); Tavella Rosa (Lamezia Terme); Stefano Galieni (giornale Liberazione Roma); Erminia Rizzi (giornale Liberazione Roma); Corea Emilia (Cosenza); Cerminara Emanuela (Cosenza); Papa Enza (Cosenza); Padre Giorgio Poletti (Missionario Comboniano Castel Volturno).
Chiediamo alla S.V., nel caso di un’archiviazione del presente esposto, che ce ne sia data comunicazione ai sensi delle norme previste dal codice di procedura penale presso il domicilio eletto in S. Demetrio Corone, Via Castigliota, n° 10, c/o Studio legale dell’Avvocato Adriano D’Amico
Si allegano al presente esposto:
1 – Rapporto di Medici Senza Frontiere sui Centri di Permanenza Temporanea (allegato a)
2 – Immagini dell’esterno del Centro di Permanenza Temporanea (allegato b)
3 – Dichiarazioni e notizie di assoluta gravità apparse sulla stampa nel periodo Ottobre 2002 – Febbraio 2004 (allegato c)

Per arrivare al CPT di Lamezia Terme abbiamo attraversato un viale angusto che si diparte dalla provinciale e sale su, verso l’alto, verso l’ignoto. Le nostre bandiere al vento davano speranza e conforto a noi ed ai tanti braccianti che, a destra ed a sinistra della strada, incuranti della nostra visita, continuavano il loro quotidiano lavoro di raccolta delle olive. Mi è sovvenuto il verso del poeta: “… a tutto quel fragore non degnò uno sguardo e a brucar serio e lento seguitò …”.
Non era la prima volta che andavo in un CPT, né, tanto meno, la prima volta che andavo al centro di Lamezia Terme. Lungo la strada un cartello ci avvisa che Malgrado Tutto, si continua a lavorare per rendere più dignitoso “il percorso italiano di tanti esseri umani”. Non è così!
Dopo una breve trattativa, entro nel centro con il Senatore Francesco Martone. I miei compagni conducono in proprio una trattativa per sostare simbolicamente nello spiazzale adiacente il centro, che, stranamente, rispetto all’ultima volta troviamo recintato.
La prima immagine che affiora nella mia mente, è quella remota, ma mai dimenticata, di un campo di concentramento nazista: muri di cinta e reti metalliche altissime circondano la struttura muraria del centro; doppia rete alle finestre che, come la scorsa volta (due anni fa), ancora mancano di vetri; polizia ovunque, donne e uomini con uniformi arancione e stivaloni di gomma neri fino al ginocchio, destano ricordi inquietanti.
I migranti, appena intendono il motivo della nostra presenza, cominciano ad urlare “Libertà, Libertà!”. Mi si rizza il pelo, un brivido mi attraversa la schiena. Un interrogativo mi sovviene immediatamente: perché tanta gente è rinchiusa in questo posto terribile se non ha commesso alcun reato?
Il centro è un girone dantesco. Appena entrati all’interno ci ricontrollano e ci trattengono i documenti. I poliziotti paiono abbastanza tranquilli; il commissario ci snobba un po’, preferisce che parliamo con un sovrintendente, che lui chiama “dottore”.
Francesco Martone chiede di parlare con il responsabile della cooperativa che gestisce il centro. Dopo qualche minuto arriva Raffaello Conte. E’ lui il padrone della Malgrado Tutto. Esordisce come al solito: “Sono un comunista, vengo dal PCI. Adesso sono io che voglio chiudere questo centro, ma la sinistra non vuole”. Acconsente a parlare con noi. Entriamo nella stanza ove si celebrano le udienze di convalida. Raffaello Conte si siede al suo posto, quello del Giudice. E’ lui che comanda questo luogo senza legge. Lo sanno tutti, anche i poliziotti, che gli portano grande rispetto. Francesco si presenta; propone al presidente della cooperativa un questionario. Prima di entrare nel centro, avevo informato Francesco dell’esposto alla Procura della Repubblica di Lamezia Terme a firma di Giovanni Russo Spena, sulla gestione del CPT; di quanto riscontrato dagli inquirenti; delle 23 violazioni amministrative contestate dal Giudice alla cooperativa e della miserabile archiviazione.
Raffaello Conte capisce che non è il solito interrogatorio; che è molto diverso da quello cui quasi tutti i giorni assistono i migranti alla presenza del Giudice di Pace e dell’Avvocato in convenzione con la cooperativa. Incalzano le domande: Raffaello Conte risponde, a tratti si arrampica sugli specchi, come quando non sa dov’è la convenzione con la Prefettura, della quale chiediamo, senza esito, una copia.
Ad un certo punto qualcuno dei suoi uomini lo chiama; intanto le urla degli ospiti del centro sono sempre più assordanti: “stanno rompendo la cucina”, grida uno dei suoi. Raffaello Conte si alza di scatto, pare tutto concordato, non gli sembra vero che c’è un motivo per uscire fuori da quell’impiccio. Si mette a gridare come un ossesso, ad ingiuriare un attonito Francesco Martone: “Parlamentare di merda, Parlamentare di minchia, perché venite qui ad offenderci, a rompere i coglioni, andate fuori di qui, perché non vi occupate della mafia, lasciateci lavorare”. Io e Francesco rimaniamo sbalorditi del suo comportamento. Mi ribello alle ingiurie e chiedo ai poliziotti li presenti di intervenire, gli chiedo i loro nomi, pensando ad una futura querela ed avendo necessità di indicarli a testi; si rifiutano: “siamo qui di passaggio”, mi riferiscono; “li chieda al sovrintendente”, quello che chiamano dottore. Intanto Raffaello Conte continua a sbraitare e ad ingiuriare Martone; poi si avvicina pericolosamente a noi con fare minaccioso: i militi capiscono che oltre alle ingiurie potrebbe succedere di peggio; allora lo prendono di peso e lo portano via. Lui continua ad urlare, scalcia il cancello di chiusura, nessuno protesta, lo conoscono bene il presidente della Malgrado Tutto.
Dopo questo spiacevole episodio, per il quale, poi, il commissario, forse informato dai suoi uomini, chiederà scusa a Martone, inizia la visita al centro.
I poliziotti, nella circostanza, sono subdoli: ci chiedono se vogliamo comunque entrare nel centro, dall’interno si sentono urla; gli riferiamo che non abbiamo nulla da temere. Loro non ci accompagnano.
E’ uno spettacolo penoso quello che ci appare davanti agli occhi; terribile, da brivido. In uno spazio di 10 metri per 5 , ove i migranti giocano a pallone, tutto recintato da reti metalliche alte più di dieci metri, veniamo circondati da decine e decine di persone. Il CPT dovrebbe contenere 71 ospiti, ci hanno detto all’ingresso: in quel momento siamo attorniati da quasi cento persone. Ci pongono i problemi più vari, ci tirano per il bavero. Conosciamo Mohamed El Khafifi, è del popolo Sahrawi, ha fatto domanda d’asilo l’8.11.03, dovrebbe aver avuto l’asilo non appena entrato in Italia per le note vicende del suo popolo, non si capisce perché è ancora li. Incontriamo Alfred Isia, viene dal Ghana e Youda Dasabi, lui viene dalla Costa d’Avorio, anche loro dovrebbero già aver avuto l’asilo, sono li da molto tempo, nessuno gli ha dato ascolto. Incontriamo Himad Shmide, è nato l’11.1.1988, è minorenne! C’è pure Afif Glassi, è nato il 3.03.1988, anche lui è minorenne. C’è anche Mohamed Slimen, è nato il 23.06.1989 è un ragazzino, già a guardarlo. Nessuno di loro potrebbe stare li; è uno scandalo, nessuno riesce a darci spiegazioni. E’ una violazione nella violazione. Non è rispettata neanche la Legge Bossi-Fini. Incontriamo tanta gente che è stata regolarmente identificata, che ci mostra un regolare permesso di soggiorno e continua a rimanere li: Messaudi Zumaier, Boulaya Tamar, Kerkache Dhocine. Ce ne sono tanti altri. Mi colpisce l’incontro con un ragazzo rumeno: è li da più di quaranta giorni; ci riferisce che gli hanno preso il passaporto; era entrato in Italia con un regolare visto per turismo; non capisce perché si trova in quell’inferno. Penso subito all’estate appena decorsa, a quando con Angelo e Giulio siamo andati in Romania: visitammo la Transilvania, splendida; il castello di Dracula a Bran, i monasteri, non ci ha arrestato nessuno. Come faccio a spiegarlo a questo giovane ragazzo biondo, che mi guarda fiducioso ed incredulo!
Entriamo nelle stanze: ci portano subito nel bagno: “venite a vedere”, ci dicono, “in che schifo viviamo”. Il bagno è in condizioni pessime, i cessi sono intasati; non c’è carta igienica; si cammina sul piscio e si respira il puzzo del piscio; non c’è acqua calda, l’acqua gelida sgorga dai lavandini con una pressione tale da fare invidia alla pompa di un autolavaggio, come faranno a lavarsi questi poveri fratelli nostri. Hanno le lenzuola ogni 10 giorni; ogni tanto un sapone per lavare i panni che funge anche da bagno schiuma.
Entriamo nelle stanze. C’è un fetore terribile: nonostante sapessero della nostra visita non sono riusciti ad ovviare, si vede che la situazione è irreversibile. Non ci sono armadietti per riporre la roba di ciascuno; le scarpe dei migranti sono incastrate nelle grate della finestra che funge da scarpiera. Chiediamo se c’è la biblioteca, memori delle ingenti somme che ogni anno la cooperativa riporta in bilancio per l’acquisto di libri e giornali. Ci dicono che è chiusa. I migranti ci dicono pure che non hanno mai visto un giornale o un libro da quanto stanno li dentro. Ci dicono, pure, che in qualcuna di quelle stanze ci tengono rinchiusi tre migranti con problemi psichici, parlano di due persone. Nessuno sa nulla.
La nostra visita sta per terminare. Con le lacrime agli occhi, da italiano, chiedo scusa a tanti ragazzi che indossano magliette e capelli con il tricolore, che sognavano l’Italia che vedevano in TV ed hanno trovato l’inferno.
Un migrante, che nell’aspetto mi ricorda Rjikard, quel noto calciatore del Milan di tanti anni fa, ci dice che non vuole più essere disturbato, che vuole continuare a giocare, a sognare il suo idolo e ci scaglia il pallone contro. Un altro ci riferisce che la nostra visita provocherà loro solo nuovi guai. La sua, purtroppo, è una previsione che puntualmente si avvera.
Oggi, a tre giorni dalla visita, sappiamo dai nostri amici reclusi che i migranti del CPT di Lamezia Terme non ricevono cibo. Sarà colpa delle cucine rotte di cui riferiva l’amico del presidente della cooperativa? Ne acquisteranno delle nuove, tanto paga il Ministero, che per ogni ospite paga 47 euro al giorno. Poi si farà da mangiare.
Usciamo dal centro di Pian del Duca sconfortati, avvelenati ed incazzati: novelli Davide che combattono Golia; figli di Sancho Panza che si batte contro i mulini a vento.
Ci tornano alla mente le parole di Borghezio, di Giovanardi e di suo fratello; ci appaiono le facce di Rutelli, della Turco e del compagno Napolitano. Che bello sarebbe vederli loro rinchiusi li dentro, seduti sul piscio di Raffaello Conte.
La nostra giornata all’inferno finisce in piazza a Lamezia: una città che vive in un paese civile, l’Italia, assopita nell’oblio del suo perbenismo becero, nel suo qualunquismo poco cristiano, di democristiana memoria.
Avremo la forza di far capire all’esterno che siamo i figli di quegli emigranti descritti da Gian Antonio Stella nel suo libro? Avremo la forza di chiudere questi centri e cancellare questa vergogna?

Adriano D’Amico.

(Dipartimento Migranti PRC Cosenza)

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Migrante si getta dal secondo piano: non voleva tornare nel centro di detenzione
Teatro della tragedia l’ospedale di Lamezia Terme, dov’era ricoverato
Il bollettino medico lascia poca speranza: “Coma quasi irreversibile”.
Nessuna possibilità di intervento chirurgico. Si consuma così la vita di Said Zigoui, 45 anni, marocchino catturato e rinchiuso nel Centro di permanenza temporanea “ Malgrado tutto” di Lametia Terme.
Stava male Said, soffriva di forti dolori addominali, tanto che il 7 gennaio, dopo una radiografia, ne avevano disposto il ricovero in ospedale. Le cause? Difficili ora saperle. Probabilmente autolesionismo, il sospetto che abbia ingoiato lamette è forte. Di certo c’è che non voleva resta nel Cpt: si è lanciato dal secondo piano dell’ospedale in cui era ricoverato per non doverci più tornare. Danni celebrali gravi e lesioni interne, diceva il primo referto. E’ servito un elicottero per portarlo a Messina nel reparto di rianimazione del policlinico dove i medici ieri sera erano già pronti al peggio.
Raffaello Conte, responsabile dell’ente gestore, che si proclama uomo di sinistra, parla del “suo” centro come di un paradiso, una comunità in cui reclusi e secondini giocano e si divertono ad ogni ora del giorno.
Il “Malgrado tutto” sorge a pochi chilometri dalla città, in un luogo verde e isolato: sbarre e cancelli d’ordinanza a rinchiudere una settantina di persone in una palazzina a ferro di cavallo. Tre anni fa il deputato del Prc Giovanni russo Spena, dopo l’ennesima visita, aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica per chiederne la chiusura. L’esposto era stato firmato da diversi esponenti della società civile.
Lo scorso anno, Medici Senza Frontiere era giunta, dopo un attento esame, alle stesse identiche conclusioni: il centro, un tempo comunità di recupero per tossicodipendenti, non offriva le garanzie adatte per il rispetto dei più elementari diritti umani. Durante l’estate c’era stata un’altra visita di parlamentari, una visita annunciata. Tutto era tirato a lucido, il gestore si era presentato come un modello di coerenza: “A me questo centro lo ha fatto aprire la sinistra e ora mi chiede di chiuderlo. Lo faccio volentieri a patto che il lavoro degli operatori non venga messo a rischio. E comunque questo è diverso dagli altri centri. Qui potete entrare quando volete, non abbiamo nulla da nascondere”.
E poi un parlare e parlare continuo, sorvolando o non rispondendo sulle carenze, tentando di dare scarso significato al giro di denaro che la gestione di un centro permette e comporta. Un luogo attorno a cui è rimasto un muro di vergognoso silenzio: all’esposto non è mai giunta alcuna risposta. Non risulta avviata alcuna indagine ministeriale. Restano le voci. Quelle di chi dice di aver sentito Raffaello Conte ironizzare: “ Si mangiano le lamette, ma ormai siamo in grado di capire se stanno male o fingono e facciamo ricoverare solo i più gravi”. E poi l’utilizzo di psicofarmaci per calmare i reclusi. La stessa solita solfa “ Sono loro che ce li chiedono”.
D’altronde come restare 60 giorni in un posto del genere, dove la tensione è palpabile e sotterranea, in cuoi si aggirano strani figuri spacciati come imam o come interpreti? Altro che paradiso. Per questo Said non ci voleva tornare.
E mentre il 2005 ci regala la prima vergognosa vicenda legata alle galere etniche, sono ripresi gli sbarchi a Lampedusa. Un barcone di 15 metri con a bordo 220 migranti, di cui 65 minorenni e 2 donne, è stato intercettato a 12 miglia dalla costa col motore in avaria. Le persone a bordo sono state portate nel Cpt lampedusiano in attesa di essere rimpatriate.

Stefano Galieni
Fonte: Liberazione 11 gennaio 2005

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È morto Said, detenuto nel cpt di Lamezia
Il cuore di Said Zigoui ha cessato di battere mercoledì alle 13.45.
Il 9 gennaio si era buttato dal secondo piano dell’ospedale di Lamezia Terme. Sua moglie è arrivata al policlinico di Messina soltanto dopo le quattro. Era arrivata in Sicilia da Quinto Vercellese con il figlioletto. Pensava che suo marito stesse male.
Lo shock di scoprire che era morto è stato tremendo. Anche perché Said aveva spesso telefonato ala moglie dal centro di detenzione di Lamezia, dove si trovava da quando era uscito dal carcere di Frosinone. Qui Said Zigoui, 45 anni, marocchino, aveva scontato 5 anni per reati connessi allo spaccio di stupefacenti. Ma il mese scorso, quella pena, aveva finito di scontarla. Avrebbe dovuto uscire dal carcere, un uomo libero. Invece era stato trasferito nel cpt calabrese. Gli avvocati della moglie hanno chiesto che vengano effettuati gli esami autoptico e tossicologico.
L’autopsia si svolgerà questa mattina.

Fonte: Il Manifesto 14 gennaio 2005

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Manifestazione regionale il 12 novembre al CPT di Lamezia Terme

Appello per l’adesione alla manifestazione regionale contro i CPT del 12/11/05

I migranti sono e saranno sempre più una componente importante della nostra società.
Le politiche che li riguardano rappresentano un nodo centrale per le regole della convivenza, per la qualità della democrazia della nostra società.
L’attuale legge sull’immigrazione (Bossi-Fini) e il potenziamento dei centri di permanenza temporanea istituiti nel ’98 da un governo di centro-sinistra vanno nella direzione opposta.
L’introduzione del reato di clandestinità fa sì che ogni migrante venga considerato alla stregua di un criminale. Su tale logica si basa l’esistenza dei centri di detenzione per donne, uomini, bambini che non hanno commesso alcun reato, privati della libertà personale per sessanta giorni e sessanta notti, costretti a subire soprusi e violenze di ogni genere. Su questi spazi vige da sempre la segretezza assoluta: l’accesso all’interno è riservato ai parlamentari salvo esclusioni, guai a parlare di giornalisti o telecamere, – ufficialmente per “tutelare la privacy dei trattenuti”, in realtà per evitare che giungano notizie scomode e poco rassicuranti.
I cpt sorgono nelle periferie di grandi città, come Torino e Milano, ma alcune volte la scelta contingente è caduta sui luoghi di approdo come Crotone, Bari, Lampedusa.
I cpt sono dei veri e propri business. Le convenzioni firmate tra le Prefetture e i rispettivi gestori dei singoli centri di permanenza temporanea raggiungono costi annui superiori talvolta ai quattro milioni di euro.
La Calabria vanta il ben triste primato dell’esistenza di due centri di permanenza temporanea, a Crotone e Lamezia Terme.
Tali strutture sono state già oggetto di interesse di numerose proteste e proposte da parte di attivisti, nonché di esposti e denunce per gravi episodi di violenza e di non rispetto dei diritti umani fondamentali verificatisi al loro interno; denunce e proposte presentate alle procure e alla pubblica opinione a firma di medici, operatori, deputati e personalità ed Enti anche ecclesiali come le Caritas.
Siamo terra inzuppata in mezzo ai mari, spina dorsale del Mediterraneo, perciò siamo stati attraversati da popoli e civiltà. Ora contro l’umanità del mondo che si sposta a milioni risalendo i paralleli si è cercato di mettere un cancello alla storia e alla geografia.
La Calabria è terra di accoglienza vera, non di repressione e di negazione dei diritti. Per questo riteniamo che sia necessario chiudere tutti i cpt, ovunque essi sorgano, e dare vita a nuove forme di accoglienza che tengano conto della dignità di uomini, donne e bambini la cui unica colpa è di avere immaginato un futuro diverso da quello cui sono condannati dalle politiche imperialiste.
Le esperienze di accoglienza rappresentano l’alternativa all’attuale sistema di repressione e possono offrire un valido contributo alla demolizione di quei muri fatti di ipocrisia, indifferenza, ignoranza, contro i quali i migranti da sempre sono costretti a fermarsi.
Per questi motivi, giorno 12 novembre 2005 una serie di realtà appartenenti all’associazionismo laico e cattolico di tutte le province calabresi intende promuovere nella città di Lamezia Terme una manifestazione regionale contro i centri di permanenza temporanea, contro l’attuale legislazione in materia di immigrazione e per ribadire la necessità di sostenere percorsi di reale accoglienza.

Programma della giornata:
Partenza da Cosenza ore 14:00 con autobus da P.zza Fera.
Ore 15:00 presidio davanti al CPT di Lamezia T. “Malgrado Tutto”.
Ore 17:00 concentramento in C.so G. Nicotera, tratto di strada tra Via Tevere e Via Po (Lamezia T.).
Sensibilizzazione della popolazione tramite proiezione video.
Microfoni aperti, mostra fotografica, volantinaggio, diffusione sonora.
Per adesioni: baobabcs@yahoo.it; ass.lakasbah@libero.it;
Info prenotazione Pulmann (entro e non oltre giovedì): 349/6061797 Michele

Aderiscono:
Coordinamento di Associazioni “Baobab” per i diritti dei migranti Cosenza (Piccola Comunità Filippina, Centro Informazioni Immigrati ONLUS, Piccola Comunità Rumena, La Kasbah, Associazione Alba, comunità Brasiliana, Comunità di S. Egidio, Comunità Suore di Maria Bambina, Movimento Giovanile Missionario, Azione Cattolica Italiana – Diocesi di Cosenza-Bisignano, Consiglio Islamico (ASSALAM-ONLUS) – C.N.C.A. (Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienza) – Libera Lamezia Coordinamento provinciale – Punto Pace di Pax Christi Lamezia – Forum del Reventino – Fish Calabria – ARCI Lamezia – ARCI Regionale – Centro di Democrazia e Diritti – Rua Sao Joao – Associazione IntegrAzioni-Calabria – Amnesty International gruppo 239 Lamezia Terme – IV Circolo Didattico “Enrico Borrello” di Lamezia Terme – Libera Associazione di Idee (Commercio equo e solidale) – DPI (Disabled Peoples’ International) – Italia Onlus – DPI (Disabled Peoples’ International) – Europe – Federazione Provinciale Rifondazione Comunista Cs – Zona Autonoma Filo Rosso Cs – Circolo Universitario “Carlo Giuliani” Rifondazione Comunista Cs – Circolo di Rifondazione Comunista Rende (Cs) – AMR Progetto Comunista Cs – Confederazione Cobas Cosenza – Emergency Cosenza – Collettivo XXVI luglio Cassano – Rete Meridionale del Nuovo Municipio

[ mercoledì 9 novembre 2005 ]

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Sciopero della fame al Cpt di Lamezia Terme
Lamezia Terme – «Chiamiamo dalla “Malgrado Tutto” e siamo un gruppo di extracomunitari che da domani (oggi, ndc) potrebbero iniziare lo sciopero della fame. Non sappiamo ancora perché siamo qui. Abbiamo acquisito la cittadinanza italiana e per questo non siamo più extracomunitari».
Con queste frasi, pronunciate in un italiano piuttosto stentato, ieri pomeriggio un gruppo di extracomunitari ospite del Centro di permanenza temporaneo di Pian del Duca, annuncia che da oggi, molto probabilmente, inizierà lo sciopero della fame. Al telefono ognuno in pochi minuti tenta di raccontare brevemente la sua storia. C’è chi viene da Campobasso e da Roma, ma anche da Soverato, o risiede a Lamezia.
Dicono di essere «cittadini italiani» perché coniugati con italiane e padri di bambini nati in Italia. Preannunciano anche l’invio per fax dei documenti che proverebbero la loro italianità, i loro certificati di matrimonio. Fax che, però, non arrivano. Come non arrivano nemmeno le preannunciate fotocopie di documenti su cui, a detta degli stessi, risulterebbe l’acquisizione della cittadinanza italiana. Sin qui la cronaca.
Ma non si può dimenticare che i Cpt, in questi mesi al centro dell’attenzione del mondo politico, sono nati proprio con lo scopo di controllare l’immigrazione clandestina. Ed è proprio per questo che chi è privo di permesso di soggiorno e, quindi, per lo stato italiano clandestino, viene ospitato in queste strutture giusto il tempo necessario per l’espletamento delle pratiche per il suo rimpatrio in quanto lo si può espellere solo se si conosce il Paese di provenienza. E, per conoscerlo è necessario qualche giorno per garantire il contatto delle autorità diplomatiche e consolari.
In questo lasso di tempo, è necessario che il clandestino non sia detenuto, ma trattenuto in un centro perché non si dilegui. A volte, infatti, c’è chi, proprio per evitare i controlli e proprio perché privo di documenti, può inventarsi questa o quella identità, ed eventualmente commettere reati che potrebbero rimanere impuniti.
Un esempio, in tal senso, lo si è avuto alcuni giorni fa quando un extracomunitario, arrestato dalla polizia ferroviaria ed identificato grazie alle impronte digitali, nel corso della sua permanenza sul territorio italiano, aveva dato ben 17 identità diverse, riuscendo a sfuggire alla cattura in più occasioni sebbene si fosse macchiato di vari reati.

Fonte: Il Quotidiano della Calabria  30 dicembre 2005

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Cpt, rivolte a Crotone e Lamezia Terme.

da carta.org del 26 giugno 2006

Dopo la rivolta dei giorni scorsi nel centro ddi detenzione per migranti di Sant’Anna a Crotone, e la fuga di 30 migranti, anche a Lamezia Terme, nel Cpt gestito dalla cooperativa Malgrado Tutto, ieri si sono registrati episodi di protesta.
Un giovane romeno è riuscito ad arrampicarsi sul tetto della struttura e per oltre un’ ora ha minacciato di gettarsi nel vuoto, reclamando spiegazioni circa i motivi della sua reclusione. Le condizioni di vita all’interno del Centro detenzione, già di per se insostenibili a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche, sono peggiorate ulteriormente con il gran caldo di questi giorni.
Questo episodio va a sommarsi ai numerosi e frequenti altri casi di autolesionismo che accompagnano la vita all’interno dei Cpt di tutta Italia. Solo pochi giorni fa, sempre a Lamezia, un anziano signore marocchino si è inflitto delle ferite per richiamare l’attenzione. La sua storia ha dell’incredibile: in Italia da oltre 20 anni con famiglia e figli, rischia di essere espatriato nel suo paese di origine per aver venduto alcuni Cd contraffatti. Storia inversa, ma altrettanto drammatica quella di albanese di 28 anni che, dopo aver scontato 7 anni di carcere nel nostro paese, vorrebbe tornare in Albania per riunirsi con i propri genitori, ma da oltre due mesi è recluso in un Cpt in attesa che gli venga assegnata una scorta. Dopo la presa di posizione del Cardinale Martini, che ha definito queste strutture come una trasgressione alla Dignità dell’Uomo, domani a Cosenza è previsto un incontro di discussione sulle condizioni dei Cpt in Calabria tra l’Arcivescovo Nunnari ed alcuni giornalisti locali. Le associazioni e i singoli cittadini interessati alla questione si riuniranno domani presso la sede di Radio Ciroma, in piazzetta Toscano, alle 16.30 per discutere dei gravi episodi degli ultimi giorni. Infine è stata rinviata solo di qualche giorno la visita di Francesco Caruso, deputatoi del Prc, che visiterà con una delegazione di parlamentari il Cpt Lamezia Terme.

[ martedì 27 giugno 2006 ]

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A Lamezia Terme, nel cpt «peggiore d’Italia»
di Marco Rovelli, autore di Lager italiani
da Il Manifesto del 9 luglio 2006

Lamezia Terme
Salendo da Lamezia è un cartello a indicare senso e direzione: «Centro di accoglienza. Cooperativa sociale Malgrado Tutto». L’accoglienza è quella del cpt definito nel 2003 da Medici Senza Frontiere «il peggiore d’Italia», gestito da una «cooperativa rossa», il cui presidente Conte ha la tessera Ds nel portafoglio. La detenzione è mascherata tra gli ulivi, un cordone di silenzio teso tra i migranti e il mondo di chi ha la parola. Fuori dal cpt siamo in una sessantina a levare parola contro quella menzogna. Uno striscione, «Cpt: Malgrado Tutto Conte e Giovanardi ci fanno i miliardi», la firma in calce dell’associazione cosentina Kasbah, che lavora con profughi e migranti e il cui obiettivo, qui, è semplice e chiaro: chiudere questa gabbia. «Fateci uscire – gridano da dentro – Non siamo cani». Entro con il neodeputato Francesco Caruso, e raccolgo storie e fatti delle persone che ci fanno calca attorno e vogliono raccontarsi, in cerca di aiuto. Al telefono l’avvocato Alessandra Ballerini mi aiuta a capire dove la rete delle storie presenta buchi da allargare.
Dragan è serbo e vive in Italia da 19 anni. Ha un accento a metà tra il serbo e il napoletano. A Casoria ha moglie e quattro figli minorenni, tutti nati lì. Un mese fa è andato in ospedale per trovare un parente, sono arrivate tre pattuglie e lo hanno preso. Da due anni lavorava come meccanico, però al nero, e quel lavoro non conta, così come non conta il nulla che si è lasciato in Serbia, dove non ha più niente e nessuno e dove lo vogliono rimandare. Dragan non è il solo: sono tanti nella sua situazione, e raccontano. C’è anche chi è stato come rapito durante una trasferta di lavoro in una camera d’albergo con moglie e figli. Un paio vogliono fare una dichiarazione, «filosofeggiare» dice uno, come fosse il solo modo per salvare la propria essenza umana: un distinto signore della Costa d’Avorio mi dice: «Chiedo al governo Prodi di cancellare al più presto quella legge vergognosa che è la Bossi-Fini». Alcuni ragazzi, per salvarsi, salgono sui tetti, e rispondono alla solidarietà dei calabresi al di là della rete. All’una qualcuno intona la preghiera dell’Islam.
Nessuna di queste persone ha ricevuto una pur minima assistenza legale. Siamo noi a dire a un ragazzo nigeriano e a un altro iracheno che possono chiedere l’asilo, nessuno li aveva informati. Alcuni mi dicono che il loro trattenimento è stato convalidato dopo quattro o cinque giorni, quando invece il termine massimo è di quarantott’ore. Ovviamente a nessuno è stata data la copia del decreto di convalida. Del resto quale garanzia di assistenza legale ci può essere in un centro che ha una convenzione con un solo avvocato «di fiducia» (di Conte)? «L’avvocato viene nel centro solo quando c’è da convalidare – dicono – Non parla con noi, e poi non lo vedi più». «Dicono che quando un ragazzo che gli aveva dato trecento euro per un ricorso, non avendo più notizie gli aveva telefonato per protestare, il giorno dopo è stato rimpatriato. Guarda il caso». Ed è la nostra casuale presenza a far liberare Constantin, che era andato alla questura di Catanzaro per prendere il suo permesso di soggiorno per motivi di giustizia e si era ritrovato nel Cpt di Lamezia.
Tutti dicono che qui è normale essere rimpatriati al cinquantottesimo o cinquantanovesimo giorno, e ti viene il sospetto che questa regolarità sia pensata apposta per incamerare il più possibile la retta pagata dallo Stato per ogni trattenuto, come in una forma di assistenzialismo erogato sulla pelle dei migranti. E’ una terra desolata, qui tra gli ulivi, una costruzione di mattoni a ferro di cavallo con camerate spoglie, bagni sporchi e puzzolenti («oggi sono puliti perché sapevano che arrivavate voi»), calura («l’aria condizionata funziona solo quattro ore al giorno»), un’infermeria sguarnita (pochi i medicinali nell’armadietto, del resto i ragazzi mi dicono che di solito ti danno un Nimesulide per tutto, «non ti preoccupare che non stai per morire»), un cortile dove non si può nemmeno giocare, perché per avere la palla, dicono, bisogna pregare il personale. Nessuno riferisce di maltrattamenti, ma i casi del recente passato – quello di Hadmol su tutti, che di qui è uscito in coma ed è rimasto paralizzato – ci fanno stare all’erta.

Vedi il libro di M. Rovelli “Lager italiani”
[ lunedì 10 luglio 2006 ]

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Cittadino bulgaro si impicca nel Cpt di Lamezia Terme

Era in attesa di essere rimpatriato, dopo essere stato sorpreso nel territorio italiano senza permesso di soggiorno

Un cittadino bulgaro, N.A.I., ospite del Centro di permanenza temporanea di Lamezia Terme, e’ stato trovato morto questa mattina dal personale della struttura. L’uomo, che si trovava nel Cpt in attesa di essere rimpatriato, dopo essere stato sorpreso nel territorio italiano senza permesso di soggiorno, si e’ tolto la vita impiccandosi. Sul posto gli uomini della Polizia per i rilievi di legge.

Fonte: Adnkronos

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“Da Cpt a centri d’accoglienza”

Il sindaco di Lamezia Terme, Speranza, ha scritto al ministro dell’Interno Amato

da Il Giornale di Calabria on line del 15 dicembre 2006

Lamezia Terme. Trasformare il Cpt di Lamezia Terme “da centro di reclusione in centro di prima accoglienza, di solidarietà e di integrazione degli immigrati, soprattutto per richiedenti asilo e profughi”.
A chiederlo è il sindaco di Lamezia, Gianni Speranza in una lettera aperta al ministro all’Interno, Giuliano Amato. Il suicidio dell’immigrato bulgaro avvenuto nei giorni scorsi nel Cpt lametino, afferma Speranza, “ripropone la questione di cui più volte quest’Amministrazione si è occupata: quella dell’esistenza e del superamento dei Cpt. Purtroppo non è la prima volta che nel Cpt lametino succedono drammi simili.
La questione dei Cpt è stata un punto importante del programma elettorale, inserito anche negli indirizzi di Governo”. Per il sindaco di Lamezia, i Cpt “sono luoghi di detenzione dove “non si vive”, dove si assiste al dramma di tanti immigrati che cercano disperatamente un futuro nel nostro Paese lasciando a malincuore le loro terre di origine. Ci sono persone che non hanno commesso alcun reato se non quello di trovarsi senza documenti e che vengono chiamati “clandestini”. Là dentro ci sono persone, essere umani, che hanno come unica colpa quello di fuggire da paesi poveri e disperati, fuggire dalle persecuzioni che subiscono nelle loro terre.
Per molti di loro rientrare nel paese d’origine significa morire”.
“Il Cpt – prosegue Speranza – è un centro di detenzione che rappresenta, per alcuni immigrati, una pena che si aggiunge a quella già scontata in carcere, visto che le pratiche per l’espulsione potrebbero già prepararsi prima”. “La reclusione – prosegue il Sindaco – è altrettanto ingiusta nei confronti di chi viene rinchiuso nei Cpt per 60 giorni senza aver commesso alcun reato. Sono molto preoccupato per quanto sta succedendo nel Cpt lametino.
La multiculturalità può e deve rappresentare una ricchezza per l’intera città così come politiche aperte all’accoglienza e non all’emarginazione. Da una parte Lamezia diventerebbe città della solidarietà, dall’altra non si perderebbero posti di lavoro mantenendo una struttura di prima accoglienza. Le chiedo quindi di voler ascoltare la nostra richiesta”.
“Mi appello alla sensibilità di questo Governo – conclude Speranza – perché si possano superare i Cpt e trasformarli in centri di accoglienza anche utilizzando il Piano nazionale profughi”.

[ venerdì 15 dicembre 2006 ]

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Immigrazione: nove egiziani in fuga da Cpt attraverso i tetti

Nove egiziani che si trovavano nel Cpt di Lamezia Terme in attesa di essere espulsi, sono fuggiti la notte scorsa dal centro dopo essersi gettati dal tetto della struttura. Altri tre sono stati subito bloccati perché rimasti contusi nella caduta, avvenuta da un’altezza di circa sette, otto metri.
Durante le fasi della fuga, un immigrato è caduto addosso ad un carabiniere, intervenuto insieme ai commilitoni ed ai poliziotti in servizio di vigilanza, provocandogli una lussazione alla spalla. I tre immigrati hanno riportato contusioni ed escoriazioni e sono stati portati in ospedale per accertamenti.

Fonte: Telereggiocalabria.it

[ martedì 25 settembre 2007 ]

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Lamezia, 20 immigrati fuggiti da CPT
Una ventina di immigrati di diverse nazionalita’ sono fuggiti la notte scorsa dal Cpt di Lamezia Terme. Gli immigrati, una settantina in tutto, hanno divelto un termosifone della struttura e con questo hanno forzato il cancello della struttura. Subito sono intervenuti gli agenti in servizio nella struttura che hanno lanciato anche alcuni lacrimogeni, mentre gli immigrati li bersagliavano con oggetti vari.
Nonostante questo, ed anche a causa del violento temporale che era in corso, una ventina di immigrati sono comunque riusciti ad allontanarsi dal centro. Battute in tutta la zona sono in corso da parte delle forze dell’ordine.

Fonte: Ansa
[ lunedì 14 gennaio 2008 ]

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Lamezia Terme: fuga dal Cie. La polizia spara lacrimogeni

Sei immigrati sono riusciti a scappare nella serata di ieri dal Centro identificazione ed espulsione (Cie) di Lamezia Terme, a Catanzaro, dove erano detenuti perché sprovvisti di documenti di soggiorno. Non si conosce la loro nazionalità, ma pare che fossero tutti originari del Maghreb. I sei sono riusciti a scavalcare l’alta rete di recinzione esterna del centro. Gli agenti in servizio di vigilanza, per evitare che anche altri potessero seguirli, hanno lanciato alcuni lacrimogeni. Sul posto sono poi intervenute diverse pattuglie di polizia e carabinieri che poco dopo hanno bloccato tre dei sei fuggitivi mentre si aggiravano nelle campagne di Lamezia. L’evasione di Lamezia segue quella di Brindisi della scorsa settimana, e quelle di Gradisca e Bari. Segno che la tensione nei Cie continua a essere alta.

fortresseurope.blogspot.it

09.09.2009

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Rivolta nel Cie di Lamezia

Ancora un’evasione da un Centro di identificazione ed espulsione italiano. Ieri sera sei reclusi sono riusciti a scappare dal Cie di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro. Pare si tratti di cinque marocchini e un tunisino. I sei sono riusciti a scavalcare l’alta rete di recinzione esterna del Centro. Gli agenti in servizio di vigilanza, per evitare che anche altri potessero seguirli, hanno lanciato alcuni lacrimogeni. L’evasione è avvenuta nel corso di una rivolta: i sei hanno approfittato per evadere. Sul posto sono poi intervenute diverse pattuglie di polizia e carabinieri che poco dopo hanno bloccato tre dei sei fuggitivi mentre cercavano di allontanarsi nelle campagne del lametino. Degli altri tre, invece, non si hanno notizie. Uno di loro era già riuscito a fuggire dal centro in un’altra occasione.
Risulta che anche ad agosto scorso c’erano state delle rivolte al Cie di Lamezia, in congtemporanea a quelle scoppiate nei centri di Milano e Torino. Il centro di detenzione per migranti di Lamezia Terme ha una storia emblematica. Per di più, quel Centro ha una storia strana, e la cooperativa sociale che lo gestisce ha un nome beffardo: «Malgrado tutto». Nata per creare una comunità di recupero per tossicodipendenti e diventata guardiana di un centro di permanenza temporanea, la storia della cooperativa di Lamezia Terme, città in provincia di Catanzaro la cui amministrazione comunale amministrata a fatica dal sindaco Gianni Speranza [Sinistra e libertà], che è stato eletto nonostante i partiti che lo sostengono non abbiano la maggioranza in consiglio comunale, dopo che l’amministrazione precedente di centrodestra era stata mandata a casa per infilitrazioni mafiose.La storia del Cie di Lamezia è uno spaccato della storia delle «emergenze» nel nostro paese.Tutto inizia nel dicembre del 1997. Sulle coste ioniche calabresi sbarcano centinaia di kurdi in fuga dall’esercito turco, e la risposta della società civile e delle istituzioni locali è semplice è straordinaria. Ai kurdi vengono aperte le porte delle case lasciate vuote dagli emigranti. Il centro storico del paese di Badolato, abbandonato da decenni, si riempie di nuovo. Ma in quei giorni accade anche altro. Raffaello Conte, presidente del centro di recupero per tossicodipendenti «Malgrado tutto», intuisce le nuove possibilità, avvia un rapporto con la Protezione civile e trasforma la «comunità di recupero» in «centro di prima accoglienza». Il passo verso il vero e proprio Centro di detenzione è breve. La convenzione arriva nel 1999. È bastato allungare le sbarre fino a sei metri di altezza e far presidiare il posto dalle forze dell’ordine ventiquattro ore su ventiquattro. Si raddoppia il giro d’affari: con un centro di accoglienza si incassavano meno di 20 euro al giorno a persona «ospitata», per la gestione del Cpt, una retta giornaliera pro capite di 46 euro. L’importo medio annuo che lo stato versava fino a qualche anno fa nelle casse di «Malgrado tutto»è di oltre un milione e 250 mila euro. Poi, sempre nel 1999, un’altra “emergenza umanitaria”, che prenderà il nome di «Missione Arcobaleno», riempie i giornali. Raffaello e i suoi si mobilitano di nuovo per organizzare l’accoglienza dei profughi kosovari nell’ex base Nato di Comiso, in Sicilia. Dopo poco più di un anno, il benefattore fu arrestato per «distrazioni di materiale di vario genere» proprio nei giorni dell’accoglimento dei profughi kosovari, insieme al responsabile dei magazzini e al titolare di una ditta di autotrasporti comisano. Fra i reati ipotizzati: falso, sottrazione di documenti, truffa e ricettazione.Nonostante questo, il Cpt cambia nome in Cie resta aperto fino a oggi e grazie alle norme approvate dalla destra nel pacchetto sicurezza può limitare la libertà dei migranti fino a 18 mesi. La struttura si trova, isolata, su una collina, circondata dagli ulivi. Un complesso a due piani con un cortile interno per le attività ricreative. Al pianterreno si trovano i servizi, al primo piano le stanze e una piccola moschea. L¹intera area è recintata, l’accesso è controllato da un passo carrabile con sbarra e un gabbiotto di controllo. Più giù, una palazzina ospita gli agenti addetti alla sorveglianza. Sei poliziotti e sei carabinieri si alternano in turni di sei ore. La presenza media di «ospiti», migranti senza status giuridico, nemmeno quello di detenuti, è di circa 75 persone.Formalmente, la sorveglianza è solamente esterna, ma la cosa è controversa: le forze dell’ordine non potrebbero entrare all’interno delle gabbie e dentro le stanze degli «ospiti». Tutto lascia pensare che nei momenti di particolare tensione, per altro numerosi viste le condizioni di vita, questo invece avvenga. Basti pensare che nella gran parte delle stanze la porta è sostituita da una coperta, perché le porte vengono periodicamente divelte. Tutte circostanze che erano state già denunciate anche dalla commissione ispettiva sui Cpt istituita da Giuliano Amato nel 2006 e diretta dal segretario Onu Staffen De Mistura.
Giuliano Santoro – clandestino.carta.org
10 settembre 2009

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Grossa perquisizione nelle celle di Lamezia Terme questa mattina, dopo che nella notte gli agenti hanno scoperto l’ennesimo tentativo di evasione di massa. Si parla di un buco nel muro e la polizia sostiene di aver sequestrato sotto ai materassi bastoni e lamette. Sono tutte notizie che vanno verificate, ma sicuramente la situazione a Lamezia è ancora caldissima, dopo la fuga e la rivolta della settimana passata. Lamezia è veramente un buco nero, quasi irraggiungibile, e abbiamo pochi racconti di prima mano da laggiù. Ma vogliamo dirvi di un dialogo di non troppo tempo fa con un recluso che era capitato là dopo un certo periodo in un Centro del Nord. – Com’è Lamezia rispetto a qui? – gli abbiamo chiesto. E lui ha risposto: C’est l’enfer, l’enfer sur la terre!

macerie @ 15 Settembre  2009

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L’estate calda dei Cie

ROMA – È una calda estate quella dei Cie. Un’estate di rivolte, incendi, tentate fughe, scioperi della fame e in alcuni casi pestaggi e arresti. Tutto ha avuto inizio l’otto agosto. Il giorno in cui è entrato in vigore il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, la legge 94/09, che ha portato da due a sei mesi il limite del trattenimento nei Cie ed è stata applicata in modo retroattivo anche a chi era già trattenuto nei centri.

Il giorno stesso in due sezioni del centro di identificazione e espulsione di via Corelli a Milano inizia uno sciopero della fame e della sete. Il giorno dopo a Gorizia metà degli oltre 200 trattenuti riescono a salire sui tetti del Cie inscenando una protesta contro il prolungamento della loro detenzione e provocando ingenti danni alle suppellettili e alla struttura. Una decina di persone tentano la fuga ma sono bloccati dalla polizia. Dal giorno dopo le sezioni del centro rimangono chiuse per isolare i trattenuti. Trenta rivoltosi sono trasferiti a Milano.

Il 13 agosto è la volta di Torino, dove per due giorni consecutivi due sezioni del cie rifiutano il cibo e protestano, fino a arrivare a uno scontro con gli agenti di polizia il 14 agosto. Lo stesso giorno a Milano si verificano degli scontri tra la polizia e i trattenuti che appiccano il fuoco in una sezione del centro. Alla fine vengono arrestate 14 persone (9 uomini e 5 donne nigeriane) e rinviate a giudizio per direttissima con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, incendio, e danneggiamenti.

A Ferragosto, a Torino una ventina dei trattenuti salgono sui tetti per protestare. Il giorno dopo, qualche battitura di protesta si verifica anche al Cie di Bari, nella notte, dove sono stati trasferiti un gruppo dei reclusi del Cie di Milano.

Sempre a Bari, il 17 agosto vengono arrestati due trattenuti durante un tentativo di fuga e denunciati per danneggiamenti. Lo stesso giorno, a Modena, dopo una giornata di sciopero della fame, in due delle sei sezioni i trattenuti incendiano i materassi per protestare contro il prolungamento della loro detenzione. La polizia identifica tre cittadini marocchini ritenuti leader della protesta e li denuncia, saranno presto rimpatriati. Le due sezioni bruciate sono però ora inagibili e le donne vengono trasferite in altri centri. Il 20 agosto, sette algerini riescono a forzare le grate della finestra e a fuggire dal cie di Gradisca, altri due sono bloccati sui tetti dagli operatori di polizia. Il giorno dopo, il 21 agosto, inizia a Milano il processo contro i 14 imputati per la rivolta del 14 agosto. In aula, una delle donne nigeriane accusa l’ispettore capo di polizia del cie di averla molestata.

Il 26 agosto un gruppo di trattenuti è di nuovo bloccato a Gradisca durante un tentativo di fuga dai tetti. Due giorni prima uno dei trattenuti di Bari è riuscito a fuggire dopo essere stato ricoverato in ospedale. Il 29 agosto 19 reclusi riescono a fuggire dal Cie di Brindisi, che è stato recentemente riaperto insieme al Cie di Crotone. Ci erano stati trasferiti da Milano, dopo la rivolta del 14 agosto. Il due settembre è la volta di Roma, ma lo sciopero della fame al cie di Ponte Galeria dura soltanto un giorno. Il 4 settembre un altro tentativo di fuga è bloccato dai militari nel Cie di Bari. L’8 settembre, a Lamezia Terme, la polizia spara lacrimogeni davanti al Cie, dopo che sei detenuti erano riusciti a scavalcare la recinzione e a fuggire. Il 14 settembre a Milano fallisce un tentativo di fuga di una ventina di reclusi che vengono bloccati dalle forze dell’ordine. Stessa sorte accade il giorno dopo a Lamezia Terme, dove un gruppo di reclusi è stato scoperto mentre scavavano un buco nel muro.

Intanto si moltiplicano gli episodi di autolesionismo. A Milano un ragazzo si taglia sul collo con una lametta. A Roma due ragazzi marocchini si tagliano con delle lamette da barba le gambe e le braccia. E un peruviano beve della candeggina e ingoia due batterie. Il 20 settembre è di nuovo la volta di Gradisca. L’ennesima fuga fallisce nella notte. Il giorno dopo la polizia in tenuta antisommossa entra nelle camerate. Dodici persone finiscono all’ospedale.

In pillole:
8 agosto 2009
Entra in vigore il “pacchetto sicurezza” (legge 94/09): il limite del trattenimento nei Cie passa da due a sei mesi. La legge è applicata in modo retroattivo.

9 agosto 2009
Un centinaio degli immigrati detenuti al centro di identificazione e espulsione di Gradisca salgono sui tetti del Cie per protesta e danneggiano la struttura.

14 agosto 2009
Scontri a Milano tra forze di polizia e detenuti. Alcuni materassi messi a fuoco. 14 persone (5 donne e 9 uomini) vengono arrestate e processate per direttissima per resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamenti e lesioni.

17 agosto 2009
Dopo una giornata di sciopero della fame, in due sezioni del Cie di Modena vengono messi a fuoco materassi e lenzuola per protesta.

21 agosto 2009
A Milano inizia il processo per la rivolta del Cie. In aula, una delle donne nigeriane accusa l’ispettore capo di polizia del Cie di molestie sessuali.

8 settembre 2009
Sei immigrati riescono a evadere dal Cie di Lamezia Terme. La polizia spara lacrimogeni per bloccare la protesta

21 settembre 2009
Rivolta al Cie di Gradisca dopo una perquisizione seguita a un fallito tentativo di fuga. Polizia e militari in tenuta antisommossa entrano nelle camerate. Una decina di feriti

http://fortresseurope.blogspot.it/2009/09/lestate-calda-dei-cie-le-date-piu.html

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Sarà chiuso il Cie di Pian del Duca. Msf: fra i peggiori d’Italia
Il Centro di identificazione ed espulsione di Pian del Duca, considerato il peggiore d’Italia insieme a quello di Trapani, sarà chiuso e riconvertito in una struttura alternativa. L’ha annunciato Angelo Malandrino, vicecapo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, che ieri era a Roma al convegno organizzato dall’associazione “Medici senza frontiere” sul tema “Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti in Italia”.
Il rappresentante del Viminale è intervenuto al dibattito a pochi giorni dalla presentazione del secondo rapporto sui centri per stranieri realizzato da Msf. In base all’indagine compiuta dall’associazione umanitaria il Centro di Pian del Duca, insieme a quello siciliano, aveva suscitato il giudizio peggiore nel rapporto di Msf in quanto a visibilità e adeguatezza delle strutture.
La visita al Centro lametino dei rappresentanti dell’associazione è avvenuta il 28 novembre del 2008, quando nella struttura c’erano 74 persone su una capacità ricettiva di 75. Nel giorno della visita di Msf, gli ospiti di Pian del Duca erano immigrati di nazionalità ghanese, croata, tunisina, sudanese e marocchina; persone la cui età oscillava dai 19 ai 52 anni. All’interno dell’edificio la visita alle aree abitative è stata consentita ad un unico operatore dell’associazione; 2 dei 5 intervistati avevano alle spalle un soggiorno in Italia di almeno 13 anni.
Il Cie, nei primi anni Novanta era un centro per il recupero di tossicodipendenti; dal 1999 è gestito dalla cooperativa “Malgrado tutto” di Raffaello Conte, ed è balzato spesso agli onori della cronaca per le numerose fughe e le rivolte da parte degli immigrati.
Secondo il rapporto di Msf, il Centro è risultato ben tenuto ma poco adatto per finalità detentive. L’unico spazio comune a disposizione degli immigrati è un cortile di circa 200 metri quadrati, inutilizzabile quando piove o quando picchia il sole. Gli esponenti dell’associazione hanno accertato che il servizio sanitario fornito a Pian del Duca, pur garantendo un’adeguata assistenza di base agli ospiti, non si è dotato di protocolli clinici per la diagnosi ed il trattamento delle patologie infettive. L’intero sistema di invio a visite specialistiche avviene esclusivamente sulla base di collaborazioni informali tra i medici del centro e colleghi di strutture sanitarie locali.
Giudizio drastico, poi, sulle condizioni di privazione della libertà, rese più opprimenti dall’assenza di attività ricreative. Anche il servizio di mediazione culturale, prestato da un unico operatore, appare insufficiente per rispondere alle esigenze di una popolazione variegata come quella ospitata dal Centro. Altro elemento negativo riscontrato dall’indagine dell’associazione la carente possibilità d’accesso alle informazioni sui diritti e i doveri e all’orientamento legale.
Fonte: gazzettadelsud.it
5 febbraio 2010

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Lamezia Terme. Bloccata evasione dal CIE

Come se la sono passati la fine dell’anno i circa mille reclusi nei dieci centri di identificazione e espulsione? Di certo c’è poco da festeggiare quando la prospettiva sono sei mesi di detenzione, soprattutto sapendo che non si è commesso nessun reato… E allora la festa degli altri può diventare un’ottima occasione per tentare di tagliare la corda e tornare in libertà. C’hanno provato a Lamezia Terme e a Milano. Ma con pessimi risultati. A Lamezia è finita a lacrimogeni e manganellate, a detta dello stesso direttore del centro, Raffaello Conte, che sulla sua pagina facebook scrive da vero statista: “casini al cie… manganellata sul dito sinistro della mano sinistra, penso si chiami anulare, un’culu che dolore“. La notizia è confermata dalla stampa. Su Milano invece si sa poco, perché la polizia ha sequestrato i telefonini ai reclusi. Ma pare che in seguito alla rivolta di capodanno uno dei detenuti sia stato ricoverato in ospedale e dimesso soltanto il 6 gennaio, mentre in tre persone sarebbero state arrestate, secondo la ricostruzione di Macerie. Ecco le notizie come riportate dalla stampa. (Fonte: fortresseurope.blogspot.it)

Approfittando dei festeggiamenti di fine anno gli ospiti del Cie, il Centro d’identificazione ed espulsione di Piano del Duca, hanno tentato di mettere a segno una fuga di massa o quanto meno di favorire qualcuno di essi. Ma il progetto è fallito grazie al tempestivo intervento delle forze di polizia che in pieno coordinamento sono entrate in azione ed hanno bloccato sul nascere il tentativo d’evasione degli extracomunitari in attesa d’essere espulsi dall’Italia. Il tentativo di fuga è partito allo scoccare della mezzanotte, quando un gruppo di circa 40 tunisini, marocchini, iracheni e palestinesi approfittando dei botti di capodanno in massa sono usciti dalle stanze raggiungendo il tetto dell’edificio ed inscenando una protesta attraverso il lancio d’oggetti con l’obiettivo di creare confusione per eludere la sorveglianza e mettere a segno una fuga di massa o favorire l’evasione di qualcuno.Ma il personale di vigilanza aveva predisposto servizi di prevenzione che si sono rivelati efficaci riuscendo a sedare la rivolta. A Pian del Duca sono immediatamente arrivati anche carabinieri e finanzieri che in perfetto coordinamento con le altre forze dell’ordine hanno predisposto all’esterno della struttura una cintura di sicurezza per evitare fughe, consentendo agli addetti alla sorveglianza di bloccare la protesta inscenata con lacrimogeni e idranti. L’operazione è continuata per circa due ore ma senza feriti. Durante la sommossa sono state danneggiate alcune strutture del Centro d’accoglienza.Quello di ieri è l’ottavo tentativo d’evasione che gli extracomunitari hanno messo segno. Cinque sono stati bloccati dall’intervento delle forze di polizia, tre sono finiti con la fuga degli extracomunitari. 13 complessivamente gli immigrati scappati, ma 3 di loro sono stati rintracciati.
2 gennaio 2011
Fonte: lameziattiva.it

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Lamezia, due anni e sei mesi ai marocchini che hanno tentato la fuga dal Cie

Lamezia Terme, 22 marzo – Si è svolto oggi il processo per i sei marocchini che si sono resi protagonisti di una rivolta lo scorso 14 marzo e che è culminata nella fuga di due tra gli extracomunitari del Cie, il Centro di Identificazione ed Espulsione che si trova in contrada Pian del Duca a Lamezia. I reati contestati vanno dalla resistenza alle lesioni a Pubblico Ufficiale, oltre che al danneggiamento aggravato e al lancio di oggetti pericolosi. I fatti si sarebbero svolti all’alba dello scorso 14 marzo quando, dopo aver creato un buco nella parete, gli extracomunitari si sarebbero calati con delle lenzuola dal primo piano della stanza loro assegnata per darsi poi alla fuga. Intercettati da due agenti che prestavano servizio di sorveglianza avrebbero lanciato mattoni e calcinacci in direzione delle forze dell’ordine per coprirsi la fuga, in realtà concretizzata solo da due di loro, attualmente ancora ricercati. Nella concitazione generale sono quindi stati identificati solo in sei, su cui gravavano già dei precedenti penali e relativo decreto di espulsione. Durante il processo odierno l’accusa, sostenuta dal Vpo Vincenzo Cardamone ha chiesto il massimo della pena mentre la difesa, sostenuta dall’avvocato Marco Costantino, difensore di cinque dei sei imputati, e l’avvocato Gerardo Cembalo hanno avanzato richieste diverse. Per quattro dei marocchini, che si sono avvalsi del rito abbreviato, l’avvocato Costantino ha chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto o il minimo della pena con tutte le attenuanti di legge. Nella sua arringa, infatti, l’avvocato della difesa ha sostenuto come assieme ai suoi assistiti ci fossero almeno un’altra trentina di persone, di cui due si sarebbero poi date effettivamente alla fuga. Non essendo state, inoltre, messe agli atti le immagini della videosorveglianza, l’avvocato ha avanzato il dubbio sull’effettivo coinvolgimento dei suoi assistiti anziché altri. Rito abbreviato e stesse motivazioni sono state avanzate, per il suo assistito, dall’avvocato Cembalo del foro di Salerno. Il giudice Angelina Silvestri ha poi deciso di non concedere le attenuanti e ha condannato cinque marocchini a due anni e sei mesi di reclusione al termine dei quali gli extracomunitari dovranno probabilmente essere espulsi. Due anni e due mesi, invece, sono stati inflitti al sesto marocchino che aveva chiesto il patteggiamento della pena. Per l’avvocato Costantino, comunque, ci sono gli estremi per ricorrere in appello proprio perché, con questa sentenza, non si sarebbe tenuto conto del famoso in dubbio pro reo.
22 marzo 2012
Fonte: lametino.it

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Servizio del Tg3 sul CIE di Lamezia andato in onda il 13 maggio 2012

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Costretti a radersi in gabbia
“Così evitiamo atti di autolesionismo”
Al CIE di Lamezia Terme. Gli immigrati-detenuti a rischio rinchiusi in una cabina metallica dove possono fare le loro pulizie personali, sotto gli occhi di tutti. La denuncia è dell’ Ong Medici per i Diritti Umani (Medu).

Di Raffaella Cosentino
LAMEZIA TERME – In gabbia per radersi la barba davanti a tutti. È la “sconcertante pratica di umiliazione dei migranti detenuti” scoperta, fotografata e denunciata dall’Ong Medici per i Diritti Umani 2(Medu) dopo una visita nel Centro di identificazione e di espulsione (Cie) di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro. I Cie sono prigioni amministrative in cui vengono rinchiusi, fino a un anno e mezzo, gli immigrati senza permesso di soggiorno che dovrebbero essere espulsi dall’Italia. Si tratta di un illecito amministrativo, non di un reato. A causa della lunga reclusione, i migranti vivono un profondo disagio psichico e commettono frequentemente atti di autolesionismo, ingerendo oggetti come pile, penne, cerniere oppure tagliandosi il corpo con qualunque tipo di lama. Per questo non gli vengono consegnati rasoi con cui tagliarsi la barba.
Filo spinato e recinti alti sei metri. A differenza degli altri CIE, il centro di Lamezia Terme, gestito dal 1998 dalla cooperativa Malgrado Tutto 3 non dispone di un servizio di barberia. L’ente gestore, riferiscono gli operatori di Medu, ha “inventato” una gabbia aggiuntiva, dotata di un piccolo lavello in acciaio, dove i migranti si possono radere. La gabbia è posizionata su un montacarichi e può essere all’occorrenza spostata. Le fotografie la mostrano chiusa e aperta, collocata davanti alle sbarre del cortile, unico spazio comune per tutti gli internati. “È una vera e propria gabbia priva di qualsiasi privacy ed esposta alla vista dei trattenuti, del personale dell’ente gestore e delle forze dell’ordine – spiegano i Medici per i Diritti Umani – prima di uscire dall’abitacolo, il trattenuto deve depositare la lametta in un apposito contenitore”. Il centro è circondato da una serie di recinzioni alte 6 metri, dotate di filo spinato.
Le altre scoperte. Ci sono due accessi all’area di trattenimento. Il primo è chiuso da una porta blindata. Il secondo è dotato di una gabbia doppia, progettata appositamente dall’ente gestore per impedire eventuali fughe. Secondo le statistiche del ministero dell’Interno, nel 2011 sono scappate 9 persone. Nel centro di Pian del Duca, un’ex comunità di recupero per tossicodipendenti, sorto su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta e nascosto tra le campagne di Lamezia Terme, il team di Medici per i Diritti Umani denuncia di avere fatto altre scoperte di violazioni della dignità umana. Gli operatori hanno fotografato un migrante disabile costretto a fare ogni giorno esercizi di fisioterapia con una bottiglia d’acqua legata al piede. L’uomo si muove grazie ad una stampella perché ha una protesi all’anca, dovuta a ripetuti ricoveri e interventi, precedenti al suo internamento nel Cie, per una grave forma di infezione (osteomielite) della testa del femore.
La fisioterapia “fai da te”. “Dal suo ingresso nel CIE, oltre quattro mesi fa, il paziente ha chiesto invano la possibilità di poter effettuare la fisioterapia e un controllo ortopedico – affermano i Medu – Al suo ingresso nella struttura è stato sottoposto ad una serie di esami ematici di cui ancora non conosce l’esito. L’ente gestore ci riferisce di non aver potuto acquisire la sua cartella clinica. Nel frattempo il paziente si è auto organizzato con una fisioterapia fai da te”. Secondo Medu, che da mesi svolge ispezioni nei centri, “questo caso dimostra le difficoltà di garantire in modo adeguato il diritto alla salute all’interno di un Cie”. In un precedente rapporto, Medu ha definito “iniquo ingranaggio” tutto il sistema dei circa 15 Centri di identificazione e di espulsione esistenti. Il coordinatore Alberto Barbieri, autore delle fotografie, spiega che “in questi centri si crea un sistema perverso, in cui non c’è fiducia fra medico e paziente perché da una parte i pazienti lamentano la persistente disattenzione dei sanitari nei confronti delle loro patologie, dall’altra i sanitari temono costantemente che i detenuti simulino o esagerino i sintomi di una malattia con lo scopo finale della fuga”.
Il medico carceriere. Alla fine il medico si trasforma in un carceriere, il cui compito è anche quello di evitare il più possibile i trasferimenti del paziente in un ospedale all’esterno, viste le possibilità di fuga e la difficoltà di organizzare le scorte di polizia. Così a Lamezia Terme, esiste anche una cella di isolamento terapeutico per trattenere coloro che si sospetta abbiano malattie infettive. È chiusa da grandi lucchetti e circondata dal filo spinato. Secondo Medu, il costo complessivo della struttura è di almeno 600mila euro l’anno. Può internare fino a 60 persone ma al momento ha solo 10 detenuti. Gli fanno la guardia 60 uomini tra esercito e polizia, oltre ai 15 operatori dell’ente gestore. I rimpatriati nel 2011 sono stati il 41%, meno della metà.
La promessa del Viminale. Nel 2010 Medici senza frontiere 4 aveva strappato al ministero dell’Interno la promessa di chiudere il centro, già considerato uno dei peggiori. “Tale giudizio appare ancora oggi giustificato poiché, alla luce della visita effettuata, la struttura appare del tutto inadeguata a garantire la dignità umana dei migranti trattenuti – denunciano questa volta i Medici per i Diritti Umani- La mancanza di qualsiasi attività ricreativa, la carenza di servizi essenziali per i trattenuti, la chiusura pressoché totale all’apporto di organizzazioni esterne, alcune pratiche francamente sconcertanti e lesive della privacy della persona rendono la struttura priva dei requisiti minimi di vivibilità in condizioni di capienza a regime”. Con i tagli e la crisi, il budget giornaliero è stato ridotto dal Viminale da 46 a 30 euro per ogni detenuto. Le cose, quindi, potrebbero anche peggiorare.
L’altra spiegazione delle “gabbie”. In passato – va comunque ricordato – le forze di polizia chiamate a vigilare all’interno dei CIE hanno tenuto a precisare che, spesso, accorgimenti come le gabbie (che restano comunque soluzioni degradanti e inaccettabili) servono per evitare che eventuali lesioni auto-provocate possano servire alle persone recluse nei Centri per accusare e denunciare i loro vigilanti. Metterli così in condizione di radersi e di provvedere all’igiene personale in un luogo pubblico e visibile – questa è la sostanza del ragionamento – scongiurerebbe denunce ingiuste.
27 settembre 2012
Fonte: repubblica.it

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Il Fotoracconto di Medici per i Diritti Umani

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Hanno chiuso il Cie di Lamezia Terme
Dopo la denuncia di Repubblica.it
E’ stato svuotato per decisione della Prefettura di Catanzaro, su disposizione del Viminale. Era gestito dalla cooperativa Malgrado Tutto, al centro di interrogazioni parlamentari, dopo la denuncia di violazioni del team di Medici per i diritti umani  che aveva trovato: una gabbia in cui rinchiudere le persone che volevano farsi la barba , un disabile che faceva fisioterapia con una bottiglia d’acqua legata al piede e una cella di isolamento terapeutico chiusa da lucchetti e filo spinato
di RAFFAELLA COSENTINO

ROMA – Svuotato e chiuso. E’ quanto ha deciso il ministero dell’Interno per il centro di identificazione e di espulsione di Lamezia Terme (Cz), gestito dalla cooperativa Malgrado Tutto  e al centro di molte polemiche e interrogazioni parlamentari, dopo la denuncia di violazioni dei diritti umani dei migranti trattenuti. Il team di Medici per i diritti umani  (Medu) aveva infatti trovato nella struttura: una gabbia in cui rinchiudere le persone che volevano farsi la barba , un disabile che faceva fisioterapia con una bottiglia d’acqua legata al piede e una cella di isolamento terapeutico chiusa da lucchetti e filo spinato. La prefettura di Catanzaro conferma che sabato 20 ottobre il Cie sarà chiuso.
Al momento nessun nuovo bando. Per il momento non viene indetto un nuovo bando di gara e non è certo che la struttura rimanga un Cie. Ufficialmente la motivazione della chiusura è la mancanza di un ente gestore. Lo scorso 22 giugno è fallita la gara di appalto, alla quale aveva partecipato solo la cooperativa Malgrado Tutto, attuale gestore e anche proprietario della struttura. Il Cie è costruito su un suolo di proprietà del comune dato in comodato d’uso alla cooperativa per 99 anni, ma gli edifici sono di Malgrado Tutto. La cooperativa non si è aggiudicata l’appalto perché parte della documentazione presentata era irregolare per problemi con la concessione edilizia. Al di là del fatto che questa situazione venga sanata, il ministero per ora non ha deciso di indire una nuova gara per la gestione. Di fatto, da giugno a oggi il Cie ha funzionato senza appalto, con i relativi problemi di fondi.
I migranti non sono stati rilasciati. Alcuni sono stati rimpatriati. Fra loro, una persona disabile con una protesi ad un’anca per una grave infezione contratta prima di entrare nel Cie. L’uomo, fotografato dai Medu mentre faceva fisioterapia improvvisata con una bottiglia d’acqua, è stato rimpatriato in Marocco contro la sua volontà e nonostante le precarie condizioni di salute. Gli altri saranno internati in altri Cie, tra cui quello di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, nel crotonese, riaperto da poco tempo, al termine di una chiusura di due anni per i danni provocati dalle rivolte. L’Ong Medu esprime “soddisfazione per la chiusura del Cie di Lamezia Terme, visitato solo poche settimane fa e, come rilevato dal team Medu, del tutto inadeguato a garantire condizioni di vita dignitose alle persone trattenute”. E auspica che la chiusura provvisoria diventi definitiva e che il Ministero dell’Interno accolga la proposta del sindaco di Lamezia Terme di riconvertire quello che è stato fino ad oggi un luogo di esclusione, in un luogo di solidarietà e integrazione per i migranti.
“Deve essere il primo passo”. In una nota, Medu “auspica altresì che la chiusura del Cie di Lamezia Terme sia il primo passo verso il superamento di un sistema, quello della detenzione amministrativa, che si è dimostrato nel corso degli anni del tutto inefficace nel contrastare l’immigrazione irregolare ed incapace di tutelare la dignità e i diritti fondamentali dei migranti trattenuti, che in un paese civile e democratico dovrebbero sempre essere garantiti” . Le denunce dei Medici per i diritti umani, seguono quelle fatte nel 2010 da Medici senza frontiere che già allora ne aveva chiesto, inascoltata, la chiusura al Viminale. Molte le voci di protesta che si erano levate dopo la diffusione della foto della ‘gabbia per radersì inventata dall’ente gestore, tra cui quella del sindaco di Lamezia Terme, Gianni Speranza. Numerose le interrogazioni parlamentari presentate per chiedere spiegazioni e la chiusura al ministero dell’Interno, da quella di Felice Belisario, capogruppo Idv al Senato, a quella depositata da sei deputati radicali eletti tra le file del PD. Una è arrivata anche alla Commissione europea, da parte della Presidente della commissione antimafia europea Sonia Alfano.
19 ottobre 2012
Fonte: Repubblica.it

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Il CIE di Lamezia Terme è chiuso nonostante le smentite della Cooperativa
In seguito alla pubblicazione di un articolo che annunciava la chiusura del CIE di Lamezia Terme, la Cooperativa “Malgrado Tutto” che gestiva il centro ha voluto smentire la notizia, che però è stata riconfermata, sia dalla Prefettura di Catanzaro, che direttamente dal Ministero dell’Interno

ROMA – Dalla Cooperativa “Malgrado Tutto”, che gestisce il CIE (Centro di Indentificazione ed Espulsione) di Lamezia Terme, riceviamo il seguente comunicato con il quale si definisce “destituita di ogni fondamento” la notizia secondo la quale il CIE fosse stato chiuso, a causa delle pessime condizioni – denunciate da Medici per i Diritti Umani (Medu) – nelle quali vevano le persone lì trattenute nella struttura. La notizia, nonostante la smerntita, è invece vera ed è stata confermata, prima che l’articolo fosse scritto, dalla Prefettura di Catanzaro e successivamente direttamente dal Viminale. Tuttavia, pubblichiamo lo stesso la lettera che la Cooperativa ci ha fatto pervenire.
La smentita che non smentisce.“Risulta essere destituito di ogni fondamento l’articolo apparso in data 19 ottobre 2012 su Repubblica. it dal titolo “Hanno chiuso il Cie di Lamezia Terme. Dopo la denuncia di Repubblica. it”, a firma della giornalista Raffaella Cosentino. Il Cie di Lamezia Terme gestito dalla cooperativa Malgrado Tutto, risulta essere completamente aperto e mai nessun provvedimento di chiusura risulta essere stato adottato ad oggi, né dalla Prefettura di Catanzaro, né tanto meno dal Ministero dell’Interno. Non risponde neppure a verità l’affermazione contenuta nell’articolo, secondo la quale sono stati apposti sigilli alla struttura e che la stessa è stata svuotata. Nessun provvedimento di sospensione e/o sequestro, o confisca è stato da nessuna Autorità disposto nei riguardi della struttura, che si ribadisce risulta essere del tutto aperta e funzionante. Il centro di Lamezia Terme, dunque, è regolarmente aperto ed attualmente sono ospitati nello stesso numero cinque utenti dal mese di giugno 2012. La notizia, pertanto, non solo risulta essere del tutto “falsa”, non veritiera e destituita di ogni fondamento, ma al contempo viene gettato forte discredito nei riguardi della Cooperativa Malgrado Tutto, che gestisce adeguatamente tale centro da diversi anni.
La Malgrado Tutto che aveva già provveduto a sporgere formale denuncia penale contro l’organizzazione Medici per i diritti umani (Medu), per l’indagine non obbiettiva condotta sulla struttura, ora provvederà ad inviare formale nota con richiesta di immediata smentita e rettifica, ai sensi della Legge n. 47 del 1948 (art. 8) (Legge sulla Stampa), al quotidiano Repubblica.it, riservandosi comunque di adire le vie legali per il ristoro dei danni, sia al detto quotidiano che all’autrice del pezzo giornalistico fuorviante, non veritiero e denigratorio dell’immagine della cooperativa Malgrado Tutto. La detta notizia, oltre a contenere notizie non vere, gesta discredito ed offende il decoro e l’immagine di una organizzazione come la Malgrado Tutto di Lamezia Terme, che da anni svolge con grande sacrificio ed impegno un lavoro serio e altamente professionale.
Inoltre la Cooperativa Malgrado Tutto, oltre a smentire le notizie non veritiere di cui sopra precisa che, in Italia la figura del Cie (Centro di identificazione e di espulsione), di fatto non esiste e che poche sono le strutture ad avere in effetti tale destinazione d’uso con riconoscimento effettivo. Per lo più esistono strutture (caserme o palestre) adattate a tali funzioni, mentre il centro e l’impianto di Lamezia Terme è uno dei pochi ad essere dotato dell’effettiva destinazione d’uso per tali finalità. Inoltre, la cooperativa Malgrado Tutto, ha da sempre operato nel rispetto delle regole, operando in locali e strutture di sua proprietà che sono rispettose del vivere umano e di quelle che sono le effettive esigenze dei soggetti ospiti.
Ad oggi i costi di rimborso gestione per tali impianti nell’ultimo periodo sono stati notevolmente ridotti e portati dagli originari euro 46,00 per soggetto agli attuali euro 28,00, che certamente, decurtando le spese da affrontare, non coprono e non soddisfano quello che dovrebbe un servizio all’altezza da erogare ai detti soggetti da ospitare. Nonostante ciò, la Magrado Tutto è andata avanti garantendo servizi di qualità e consoni agli ospiti che attualmente risiedono nel centro. La Malgrado Tutto, intende continuare nella erogazione di tali servizi, ma nella speranza che tali forti tagli di spesa vengano rivisti, altrimenti non si potrà proseguire nel servizio richiesto e dunque è la stessa cooperativa che rifiuterà di proseguire con tale tipo di aggiudicazione di appalto.
Cooperativa Malgrado Tutto
La risposta del Viminale. Dunque, l’aver anticipato la notizia della chiusura del CIE di Lamezia Terme, ha indotto i responsabili della Cooperativa “Malgrado Tutto” a scrivere una smentita. Allo stato delle cose però, dopo la conferma della chiusura avuta, prima dalla Prefettura di Catanzaro, e poi direttamente dal Ministero dell’Interno, la cosa che davvero sembra “destituita di fondamento” è solo la replica dei responsabili della Cooperativa. Ecco infatti cosa risponde il Viminale alla nostra richiesta di chiarimento: “Con riferimento alla sua richiesta, si comunica che, superati gli adempimenti amministrativi necessari, il CIE di Lametia Terme sarà chiuso. I migranti presenti sono, alla data odierna, in numero di 5 e si sta provvedendo al trasferimenti da quella struttura ad altro centro”.
Segreteria Ufficio Stampa e Comunicazione Ministero dell’Interno
25 ottobre 2012
Fonte: repubblica.it

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Chiudiamoli tutti
Il CIE di Lamezia è stato chiuso

Il CIE di Lamezia Terme è stato chiuso! Questa notizia, passata quasi sotto silenzio all’interno dei media locali, rappresenta – per tutti coloro i quali nel corso di questi dodici anni ne hanno denunciato la gestione malavitosa e le pratiche repressive quotidiane – una piccola vittoria all’interno della lotta per la chiusura di tutti i lager per migranti . Alte grate, reti metalliche, telecamere atte a monitorare l’interno e l’esterno della struttura, massiccia presenza delle forze dell’ordine: è questo lo scenario che fino a ieri si presentava a tutti coloro che riuscivano ad addentrarsi fino all’ingresso della “Malgrado Tutto”, la cooperativa “rossa” che sin dalla sua apertura, ha gestito il CIE definito qualche anno fa, dall’Associazione “Medici Senza Frontiere”, il peggiore d’Italia”. Chi ha avuto la possibilità di visitarne l’interno (al seguito del parlamentare di turno, in qualità di interprete, di operatore legale o sanitario), ha raccontato di avere avuto l’impressione di essere finito in un girone dantesco: letti senza reti e senza lenzuola, finestre munite di grate ma senza vetri (anche in inverno), persone che deambulano in evidente stato di apatia a causa dei tranquillanti somministrati a gò-gò per lenire le ansie, per sedare eventuali rivolte. Il gestore, Raffaello Conte, un malavitoso lametino a capo della cooperativa “rossa”, come ha sottolineato tutte le volte che le associazioni e le realtà antagoniste hanno indetto un presidio contro l’esistenza del CIE calabrese, è stato agevolato nell’assegnazione della convenzione per la gestione della struttura, dalla sinistra moderata lametina, della quale egli ha sempre affermato di fare parte.
Il CIE di Lamezia Terme è stato, dunque, chiuso! E in questo caldo pomeriggio autunnale il mio pensiero va ad Hadmol, paralizzato a vita dalle manganellate ricevute all’interno del lager di Lamezia Terme in una notte di ordinaria follia. Ho conosciuto Hadmol nel reparto di rianimazione dell’ospedale Civile di Cosenza, dove era stato ricoverato in stato comatoso nel 2006. Al suo risveglio mi fu chiesto di effettuare un intervento di mediazione linguistica nei confronti di un “extracomunitario proveniente dal centro di accoglienza di Lamezia Terme”. Il “centro di accoglienza” era ovviamente il carcere etnico dove l’accoglienza veniva fino a ieri garantita a suon di manganellate, soprusi, abusi di ogni genere, restrizione della libertà personale. Hadmol non parlava, ma i suoi occhi esprimevano il dolore, l’umiliazione, lo smarrimento di chi ha vissuto l’orrore dell’accoglienza “made in Italy”. Un intervento di tracheotomia gli impediva di parlare, la nostra comunicazione era fatta di sguardi, occhi negli occhi, di lacrime, quelle che sgorgavano dai suoi occhi ogni volta che provavo a fargli qualche domanda, di carezze sul viso di un ragazzo di 19 anni, di cenni di diniego ogni volta che tastavo le sue mani, le sue gambe, chiedendogli se avvertisse la tattilità. Speravo quasi in un miracolo, nonostante la diagnosi dei medici parlasse chiaro: tetraparesi degli arti superiori e inferiori determinata da una frattura vertebro-midollare. Hadmol non ha mai più recuperato l’uso delle braccia e delle gambe. Il mio pensiero va a Said, un migrante marocchino lanciatosi dalla finestra dell’ospedale di Lamezia Terme dove era stato ricoverato in seguito ad un malore avuto nel CIE, suicida per il terrore di dovere tornare nell’inferno della “Malgrado Tutto”. Il mio pensiero ritorna alla notte in cui fui svegliata alle 3 da una telefonata proveniente dal lager di Lamezia Terme, una richiesta disperata di aiuto: un ragazzo aveva ingoiato una lametta e i suoi compagni di cella dopo avere inutilmente esortato gli operatori di turno a intervenire avevano deciso di chiamarmi. Solo dopo tre ore, e solo perché allertata da Cosenza, l’ambulanza giunse nel CIE, il ragazzo, ovviamente, morì dopo tre giorni di agonia agghiacciante. Il mio pensiero ritorna ai tanti, a tutti quei migranti che nel corso di questi anni hanno vissuto l’orrore della detenzione all’interno di questo CIE, all’interno di tutti i CIE presenti sul territorio, solo perché una legge razzista, una delle tante, asserisce che in questo paese si può soggiornare solo se si è in possesso di un contratto di lavoro. Un contratto di lavoro che è in realtà un contratto di schiavitù, di sfruttamento, di mercificazione della manodopera migrante.
Il CIE di Lamezia Terme è stato chiuso. Non è, ovviamente, la giustizia proletaria ad avere trionfato, è solo un provvedimento giudiziario all’interno dello stato capitalista che ha fatto della questione relativa all’immigrazione un business di affari miliardari attraverso politiche di repressione e controllo. Probabilmente nuovi lager sorgeranno nei prossimi anni sul territorio calabrese. Ma, oggi, questa notizia giunge come un riscatto per tutti coloro che ne hanno incessantemente denunciato l’esistenza. Questo provvedimento non restituirà ad Hadmol l’uso delle gambe e delle braccia, non farà tornare in vita Said e tutti i migranti che in questi anni hanno preferito il suicidio alla permanenza nell’inferno “Malgrado Tutto”, non ripagherà le migliaia di vite violentate, abusate, calpestate dagli aguzzini della cooperativa e dai servi dello stato in divisa e manganello. Da domani bisognerà riappropriarsi della lotta contro l’apertura di nuovi campi di concentramento sul territorio calabrese, ma ci piace immaginare che la struttura vuota del CIE “Malgrado Tutto”, resterà in piedi per i posteri, come monumento all’infamia, alla cecità, alla barbarie, alla disumanità, all’arroganza, al razzismo di questi anni.
Mimì – Umanità Nova (n. 32bis anno 92 Ottobre)

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Nell’inferno dei Centri di accoglienza straordinaria, “Tanto, chi controlla?”
Il blitz di LasciateCIEntrare in Calabria. A Lamezia Terme l’ex Cie chiuso dopo la denuncia di Repubblica.it è stato riaperto per accogliere 250 richiedenti asilo, impiegati dalla cooperativa nei lavori del verde urbano. “Il lauto compenso di 10 euro al giorno non viene corrisposto da mesi” denunciano gli attivisti. A Feroleto Antico altre 300 persone sono ammassate nei palazzi di un venditore di macchine agricole, senza mediatori, né assitenza sanitaria. Tra loro anche minori assieme ad adulti estranei e senza un custode notturno
di RAFFAELLA COSENTINO

LAMEZIA TERME – Li chiamano CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria e sono strutture di emergenza in cui vengono parcheggiati i richiedenti asilo arrivati con l’operazione Mare Nostrum. In Calabria sono completamente fuori controllo, secondo la denuncia degli attivisti della Campagna LasciateCIEntrare che sono riusciti a introdursi in due strutture della provincia di Catanzaro, a Lamezia Terme e a Feroleto Antico. “Accogliere i migranti? Basta disporre di quattro pareti e qualche branda.Tanto chi controlla?” scrive LasciateCIEntrare in un rapporto. La promessa di dieci euro al giorno per lavorare nella manutenzione urbana delle aree verdi. È quanto succede ai rifugiati ospitati a Lamezia Terme dalla cooperativa “Malgrado Tutto”, che fa anche parte di Prociv-Arci. La struttura è quella di Pian del Duca, proprietà dell’ente gestore, chiusa dal ministero dell’Interno oltre due anni fa dopo lo scandalo delle “gabbie per radersi” inventate dalla “Malgrado Tutto” per evitare gli atti di autolesionismo dei migranti rinchiusi per l’identificazione.
Condizioni di vita indecenti. L’ex Centro di identificazione ed espulsione (Cie), della capienza di 80 posti, è stato riaperto per “ospitare” tra i 250 e i 300 richiedenti asilo. “La maggior parte delle persone intervistate racconta di essere stata reclutata da parte del gestore della struttura, Raffaello Conte, per lavorare all’interno della cooperativa nel servizio di pulizia e manutenzione urbana. Dieci euro al giorno è il compenso stabilito – dicono Yasmine Accardo (Associazione Garibaldi 101), Emilia Corea e Fofana Mouctar (Associazione “La Kasbah”) – Eppure questo lauto compenso non viene corrisposto da oltre quattro mesi, secondo i ragazzi intervistati”. Il rapporto descrive condizioni indecenti viste e fotografate dai tre attivisti: le ex celle contengono 8, 9 letti. I bagni sono sporchi, non ci sono acqua calda né riscaldamenti. “Il cibo è di pessima qualità, riferiscono i migranti – continua la delegazione di LasciateCIEntrare – A volte con i soldi del pocket-money provvedono da soli a comprare qualcosa da mangiare. Molti dei ragazzi indossano solo una felpa e un paio di ciabatte. Gli stessi abiti che avevano addosso nel momento in cui sono arrivati in Italia”.
Due casi di suicidi. La struttura è isolata su una collina, a diversi chilometri dal centro di Lamezia Terme, circondata dagli ulivi. “Non ci sono più le sbarre alte 10 metri e le gabbie – scrivono gli attivisti – Ma l’aria che si respira è sempre la stessa. Trecento migranti si sentono abbandonati a se stessi da oltre un anno. Ci chiedono perché a distanza di sei mesi non sia stato loro notificato il diniego alla richiesta dello status di rifugiato da parte della Questura, perché non possano usufruire di nessun tipo di assistenza sanitaria”. Emilia Corea dell’associazione “La Kasbah” ricorda che nel Cie gestito dalla “Malgrado Tutto” ci furono casi di suicidi. L’11 Dicembre 2006 Pamukov Hristo Aleksandrov, un migrante di nazionalità bulgara si impiccò con una cintura al corrimano delle scale. A gennaio 2005, Said, di nazionalità marocchina, si gettò dal secondo piano dell’ospedale di Catanzaro, dove era stato ricoverato per un malore, dopo che gli era stato comunicato che sarebbe stato riportato all’interno del Cie. Particolarmente controversa la vicenda di un altro marocchino di 19 anni, Hadmol, che a maggio 2004 ha avuto il midollo spezzato in circostante non chiarite, restando paralizzato agli arti inferiori e superiori, dopo quasi un mese di coma.
Solitudine, abbandono e promiscuità. Altre 300 persone, in situazione di promiscuità fra adulti e minori, sono ospitate in due palazzi di proprietà di un venditore di macchinari agricoli a Feroleto Antico. Il centro di accoglienza “Ahmed Moammud”, si affaccia direttamente sulla superstrada. Sedie e letti consunti, muri sporchi e ingialliti, cibo scadente. Solitudine e abbandono. “Nessuno dei ragazzi con i quali abbiamo parlato possiede la tessera sanitaria – riferisce LasciateCIEntrare – non sanno che per usufruire dei farmaci di cui avrebbero bisogno basterebbe recarsi dal medico e farseli prescrivere. I ragazzi riferiscono che gli operatori sono tre in tutto, che non ci sono mediatori e che di notte non rimane nessun operatore con loro, nonostante la presenza di minori”.
Abusi, violenze e sfruttamento. Secondo la legge, l’accoglienza dei minori non accompagnati dovrebbero avvenire in un luogo sicuro. Le strutture hanno l’obbligo di garantire i livelli standard fondamentali: accesso ai beni essenziali, servizi socio-sanitari in condizioni di parità con i minori cittadini italiani, assistenza legale gratuita, accesso all’istruzione di base, diritto a ricevere informazioni sul loro status, possibilità di esprimersi in una lingua a loro comprensibile tramite la presenza di mediatori e, soprattutto, protezione da ogni forma di abbandono, abuso, violenza e sfruttamento. “Nel centro di Feroleto nessuno di questi standard è garantito – denunciano gli attivisti – I ragazzi ospitati all’interno si recano due volte a settimana in una chiesa vicina dove un prete tiene un corso di italiano. Da tre mesi non ricevono il pocket-money”.
Nessuna speranza per il futuro. Quasi tutti hanno già fatto l’audizione presso la Commissione per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato. “C’è un solo avvocato, ci dicono, che si occupa dei loro ricorsi – continua il rapporto – Uno solo per trecento persone. Ma ignorano come si chiami, né hanno il suo numero di telefono. Dopo averlo incontrato una sola volta e avere firmato un paio di fogli non lo hanno più visto. In che modo sono stati scritti i ricorsi se l’avvocato non ha parlato con i singoli per conoscerne la storia?”. Costretti in un limbo, anche i minori non hanno più speranze nel futuro.
23.03.2015
Fonte: repubblica.it

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LasciateCIEntrare entra ed incontra i migranti nei CAS di Lamezia Terme (ex CIE) e di Feroleto – Calabria
20 febbraio 2015
Delegazione composta da
Yasmine Accardo (Associazione Garibaldi 101),
Emilia Corea e Fofana Mouctar (Associazione “La Kasbah”)

Là dove c’era un CIE ora c’è un CAS, una delle tante strutture istituite da pochi mesi per l’accoglienza “straordinaria” a richiedenti asilo. Siamo a Lamezia Terme ed alcuni referenti della campagna LasciateCIEntrare, che da anni si occupa di fare luce e informazione e pressione politica sulle “storture” del sistema, visitano il 20 febbraio una delle centinaia, forse migliaia (il Ministero dell’Interno non ha una mappatura “ufficiale”) strutture nelle quali – dietro stipula di una convenzione con la prefettura locale – il gestore si impegna ad erogare un servizio di accoglienza, a fronte di un compenso di 35 euro quotidiane per ciascun migrante.
Secondo il decreto di assegnazione delle convenzioni CAS poco conta che chi si occuperà dell’accoglienza non abbia alcun tipo di esperienza in questo ambito. Nel caso dell’affido alla cooperativa “Malgrado Tutto” possiamo stare tranquilli, l’esperienza c’è tutta! L’esperienza derivante dall’avere gestito dal 1999 fino alla fine del 2012 il CIE di Lamezia Terme quello che è stato definito da più parti il CIE peggiore d’Italia. Quello era uno dei cie con il più alto numero di suicidi e di atti autolesionistici. Quello nel quale a un ragazzo di 18 anni è stato spezzato il midollo osseo provocando la paralisi totale e permanente degli arti superiori e inferiori.
La struttura che la Malgrado Tutto gestisce è isolato su una collina, circondata dagli ulivi, a diversi chilometri dal centro di Lamezia Terme. Non ci sono più le sbarre alte 10 metri, le gabbie nelle quali venivano rinchiuse le persone (quelle apparse nelle foto di un noto mensile pochi mesi prima della chiusura del CIE) sono vuote. Vuoto è anche il posto di polizia. Ma l’aria che si respira è sempre la stessa. Camminare all’interno del recinto nel quale fino a qualche anno fa venivano rinchiusi i migranti come animali allo zoo, provoca una strana sensazione. E le richieste accorate di aiuto che pervengono da parte dei migranti presenti nella struttura sono pressoché le stesse di qualche anno fa. Si sentono abbandonati a se stessi i trecento migranti “ospiti” della struttura, sono “parcheggiati” lì dentro da oltre un anno.
La struttura, della capienza di 80 posti, ne ospita attualmente all’incirca trecento. Le stanze, le ex celle in cui i migranti venivano rinchiusi fino a qualche anno fa, contengono 8, a volte 9 letti. I bagni sono sporchi, non c’è acqua calda né riscaldamenti. Il cibo è di pessima qualità, ci riferiscono. Molti dei ragazzi indossano solo una felpa e un paio di ciabatte. Gli stessi abiti che avevano addosso nel momento in cui sono arrivati in Italia. Troviamo alcuni di loro visibilmente influenzati e febbricitanti, eppure nessun farmaco è stato fornito loro, secondo quanto ci riferiscono.
A volte con i soldi del pocket-money provvedono da soli a comprare qualcosa da mangiare.
Quello che più o meno chiedono insistentemente tutti è perché a distanza di sei mesi non sia stato loro notificato il diniego dello status da parte della Questura, perché non possano usufruire di nessun tipo di assistenza sanitaria, perché la sensazione è che siano “sprovvisti” e gli sia negato ogni diritto.
La maggior parte delle persone ascoltate racconta di essere stata reclutata da parte del gestore della struttura, Raffaello Conte, per lavorare all’interno della cooperativa nel servizio di pulizia e manutenzione urbana. Dieci euro al giorno per un totale di dodici ore di lavoro è il compenso che gli è stato proposto e che loro hanno accettato.
Ci chiediamo come si possa arrivare a livelli di sfruttamento di questo genere, ci chiediamo e cercheremo di sapere se la Malgrado Tutto percepisce compensi e importi o finanziamenti pubblici per la fornitura di questo “servizio”. Se le amministrazioni pubbliche hanno per caso mai vigilato ed effettuato controlli sulla “legalità” dei servizi prestati e sulla garanzia di qualsiasi diritto, a partire da quelli della tutela del lavoro.
Questo “lauto” compenso inoltre non viene corrisposto da oltre quattro mesi, raccontano i ragazzi intervistati.
E’ difficile restare calmi in una situazione del genere, il senso di impotenza e di rabbia di fronte alla sopraffazione, alla riduzione delle persone a numeri, alla privazione di ogni diritto ci accompagna per tutto il tragitto che da Piano del Duca porta a Feroleto, dove sorge un altro CAS.
Il centro di accoglienza “Ahmed Moammud” è composto da due palazzoni che si affacciano direttamente sulla superstrada.
“Ospiti” all’interno di ogni struttura 150 persone per un totale di 300 uomini e alcuni minori non accompagnati. Qui la situazione è ancora più angosciosa! Nessuno dei ragazzi con i quali abbiamo parlato possiede la tessera sanitaria, nessuno di loro è iscritto al S.S.N. Nessuno di loro sa che per usufruire dei farmaci di cui avrebbero bisogno basterebbe recarsi dal medico e farseli prescrivere. Qui la panacea di tutti i mali è l’OKI che i migranti ricevono dagli operatori della struttura. Di medici nemmeno l’ombra. I ragazzi riferiscono che gli operatori sono tre in tutto. Nessun mediatore linguistico culturale. Eppure sono diverse le nazionalità presenti e non tutti parlano o capiscono l’italiano.
Di notte nonostante la presenza di minori non accompagnati, nessun operatore rimane con loro all’interno delle strutture. Eppure, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente le strutture dovrebbero garantire ai minori la custodia in un luogo sicuro (art. 403 c.c.), nel quale ritrovare un calore e un ambiente di crescita “a misura di minore”, troppo spesso perduti con la migrazione.
A tal fine la normativa italiana relativa alle strutture di permanenza dei minori è volta a fissare alcuni requisiti che possano assicurare la riproduzione di un ambiente “familiare” (art.2, L184/1983), in cui il minore possa sentirsi accolto e rispettato. Le strutture di accoglienza hanno l’obbligo di garantire i livelli standard di tutela dei diritti fondamentali: accesso ai beni essenziali, servizi socio-sanitari in condizioni di parità con i minori cittadini italiani, assistenza legale gratuita, accesso all’istruzione di base diritto a ricevere informazioni sul loro status, possibilità di esprimersi in una lingua a loro comprensibile tramite la presenza di apposite figure professionali di mediazione linguistico culturale e, soprattutto, protezione da ogni forma di abbandono, abuso, violenza e sfruttamento. Nel centro di malaccoglienza di Feroleto nessuno di questi standard è garantito. I ragazzi ospitati all’interno si recano due volte a settimana in una chiesa vicina dove un prete tiene un corso di italiano.
Il pocket-money, riferiscono, fino a qualche tempo fa si aggirava intorno ai 60 euro al mese, in seguito sono stati loro erogati 50 euro al mese ma è da tre mesi ormai che non lo ricevono. Il tutto è ridotto al minimo: sedie e letti consunti, muri sporchi e ingialliti, il cibo scadente.
Solitudine e abbandono. Quasi tutti hanno già fatto l’audizione presso la Commissione per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato. C’è un solo avvocato, ci dicono, che si occupa dei loro ricorsi. Uno solo per trecento persone. Ma ignorano come si chiami né hanno il suo numero di telefono. Dopo averlo incontrato una sola volta e avere firmato un paio di fogli non lo hanno più visto. Non sanno, quindi, se il ricorso sia stato effettivamente presentato .
Ci chiediamo anche in che modo siano stati scritti i ricorsi se l’avvocato non ha parlato con i singoli per conoscerne la storia personale, i percorsi affrontati per giungere in Italia ed in Europa, le rotte ed i paesi di transito. Molti dei ragazzi con i quali abbiamo parlato raccontano di essere nel centro da oltre un anno. In un limbo perpetuo, senza più energie per porsi domande. Tutte le forze ridotte all’attesa e alla delusione profonda che scava i volti. Nessuna strada davanti.
Fatta eccezione per quella lastricata di facili guadagni per chi gestisce questi luoghi. La stessa strada sulla quale muoiono tutte le speranze di una vita dignitosa. Accogliere i migranti? Basta disporre di quattro pareti e qualche branda. Tanto chi controlla? Sulla strada del ritorno ci accompagnano le parole pronunciate da uno dei giovanissimi ragazzi del centro: “siete le uniche persone con le quali parliamo da tempo, nessuno viene mai qui a chiederci come stiamo, cosa vogliamo, ci sentiamo come se fossimo spazzatura scaricata in questo posto. E tra poco, quando sarete andati via saremo nuovamente soli, abbandonati e dimenticati dal resto del mondo”.
Fonte: lasciatecientrare.it

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