Impianti di riscaldamento spenti: nota del Collettivo Ri-Scossa Studentesca

freddoOggi 9 gennaio, al rientro a scuola dalle vacanze natalizie, gli studenti sono stati costretti a rimanere in classe con cappotti, sciarpe e cappelli a causa delle basse temperature nelle scuole.
Una scuola che dovrebbe garantire un minimo di diciotto gradi all’interno, una scuola che dovrebbe essere la seconda casa di tutti i ragazzi… E invece no. Termosifoni spenti o accesi solo dopo l’ingresso a scuola, dopo più di quindici giorni di chiusura.
Tutto ciò a causa del menefreghismo della provincia e del comune che si sono lavati le mani da questa grave situazione che mette ancora una volta in discussione il diritto allo studio di ogni ragazzo.
Come si fa a considerare amministratori chi non prevede determinate situazioni e non mette al primo posto l’incolumità e la salute degli studenti, dei professori stessi e degli operatori scolastici tutti?
Il collettivo Ri-scossa studentesca si fa nuovamente portavoce dei disagi degli studenti, molti dei quali domani non andranno a scuola, proprio per protestare e contestare questa situazione insostenibile nonché per l’effettiva difficoltà a svolgere le lezioni in queste condizioni.

Collettivo Ri-Scossa Studentesca

La lotta per la casa non si arresta! Liber* tutt*!

Questa mattina a Torino, in seguito ad un’operazione di polizia, sono state applicate misure cautelari, che vanno dall’obbligo di firma al carcere, ai danni di otto attivisti del C.S.O.A. Askatasuna e del Collettivo Prendocasa.
Le misure cautelari riguardano la resistenza scaturita in seguito allo sfratto di una famiglia con 3 bambini avvenuta lo scorso 14 ottobre. In quell’occasione un presidio di solidali in poco tempo aveva cercato di opporsi allo sfratto innalzando barricate nel quartiere e resistendo a pesanti cariche.
La mano repressiva continua dunque a colpire chi lotta per i diritti: lo scorso mese sempre a Torino una simile operazione aveva portato all’applicazione di diverse misure cautelari per la lotta contro gli sfratti e pochi giorni fa l’aggravamento della misura cautelare in corso aveva portato un attivista No Tav in carcere.
La Lamezia antagonista e solidale esprime quindi la propria solidarietà e complicità alle compagne e ai compagni del Centro Sociale Askatasuna e del Collettivo Prendocasa.
LA LOTTA PER LA CASA NON SI ARRESTA! LIBER* TUTT*!

Collettivo Autonomo Altra Lamezia
Collettivo Ri-Scossa Studentesca

aska

PSP: 40 sigle associative, gruppi e 120 docenti seminaristi inviano un documento alla Ministra Fedeli in vista dell’approvazione della Riforma del Sostegno. FERMATE LA BUONA SCUOLA!

Al Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli
Ministero Istruzione Università e Ricerca
Roma

Illustre Ministro Fedeli,
Abbiamo accolto favorevolmente la Sua dichiarazione di voler lavorare da Ministro dell’Istruzione per una Scuola di tutte e di tutti: compito precipuo di una Scuola Statale Pubblica è che sia aperta, inclusiva, laica, accogliente, gratuita, insomma una Scuola fedele ai principi fondamentali della Costituzione.
Oggi 15 dicembre 2016 abbiamo tenuto, insieme all’Associazione nazionale “Per la Scuola della Repubblica, all’Associazione Insegnanti di sostegno e ai Partigiani della Scuola Pubblica, un seminario nazionale di formazione dal titolo “Dall’integrazione all’inclusione: L’attività di sostegno alla luce della delega contenuta nella legge n. 107/2015”.
In occasione di questo convegno conclusosi con un ampio dibattito, abbiamo realizzato un documento che riguarda proprio una delle deleghe con cui il Governo intende perfezionare l’iter prescritto dalla Legge Delega 107 del 2015.
Alla luce del risultato referendario del 4 dicembre, inequivocabile segno da parte degli Italiani di volontà di cambiamento rispetto alle politiche fin qui condotte, tra cui quella della riforma detta “buona scuola”, una delle più mal riuscite e avversate, e delle richieste dei sindacati confederali , dopo aver esaminato la proposta dell’Associazione Fish Fand, e dopo aver ascoltato tutte le ultime interviste all’ex sottosegretario Davide Faraone,

CHIEDIAMO

Che qualunque norma abbia come obiettivo prioritario sostanziale la centralità dell’alunno con disabilità e che quindi sia garantito il diritto allo studio dello studente con disabilità attraverso l’affiancamento di uno o più docenti specializzati che lo seguiranno in classe durante il suo intero percorso formativo.
Per fare questo occorre:
– Rompere con il recente passato della Legge 107 del 2015 che ha comportato una lunga serie di abusi, difformità di applicazioni da scuola a scuola e disservizi anche gravi, per cui, nonostante il piano assunzioni ben 50.000 studenti sono rimasti privi di docente specializzato sul sostegno, grazie alle fallimentari procedure sulla mobilità messe in atto dal governo precedente, laddove errori ed irregolarità nei trasferimenti dei docenti hanno fatto scaturire miriadi di contenziosi ;
– Superare la proposta di legge della Fish Fand che, pur con l’intento di realizzare un miglioramento della qualità dell’inclusione e integrazione, procede invece in senso opposto. Secondo la Fish Fand, la Diagnosi Funzionale ed il Profilo Dinamico Funzionale dovrebbero essere sostituiti dal “Profilo di Funzionamento” alla cui formulazione parteciperebbero non solo gli operatori dell’ASL ma anche le famiglie ed un docente della scuola di appartenenza dell’alunno, ragion per cui “Non è la gravità della disabilità a determinare i bisogni dell’alunno ma il suo “funzionamento”. La gravità della disabilità deve essere ipso facto il fondamento del diritto dello studente all’assistenza nelle varie tappe fasi della sua formazione; riteniamo che il profilo di funzionamento possa essere, invece, utile per gli studenti con DSA, per i quali attualmente non è previsto il docente di sostegno, perché normodotati;
– Assegnare un numero di ore di sostegno pari alle ore curriculari di permanenza in classe settimanali dell’alunno/a con disabilità grave, ( art. 3 comma 3 L. 104/92), con il rapporto 1/1 secondo il normale ciclo scolastico, assegnare, invece, un numero adeguato di ore di sostegno, non meno di 18 ore settimanali, per gli alunni con disabilità meno grave ai sensi dell’art. 3 comma 1 L. 104/92. Il vero problema è che le ore di sostegno attualmente assegnate agli alunni sono in media solo 9 a settimana e solo 4 ore e mezzo vengono assegnate a disabilità individuate con il comma 1. In tal modo sarebbe impossibile realizzare il rapporto 1/1 come prevede la legge. Spesso il tempo residuo verrebbe trascorso dall’alunno, con il docente di classe che, se pur formato come prevede la legge 107, senza integrazione nel gruppo classe, non avrà la possibilità di apprendere come gli altri;
– Salvaguardare le leggi 517 del 77 e 104 del 1992 . Seguitare ad applicare l’attuale normativa, che pone il sistema scolastico italiano all’avanguardia nel mondo in tema di inclusione, con personale di ruolo con formazione specifica, oltre che disciplinare, maturata attraverso appositi corsi di specializzazione;
– Non tornare a un modello, basato su una nuova professione esclusivamente para medicale del docente di sostegno e sul concetto di disabilità inteso come divergenza rispetto ad una normalità fisica. Un modello che porta alla discriminazione, ormai rifiutato anche dall’ OMS, attraverso l’adozione dell’ICF e soprattutto dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (2006).. D’altra parte noi siamo docenti, la scuola non è un ospedale né un centro diurno, come qualcuno vorrebbe diventasse con l’insegnante specializzato trasformato in una specie di balia con l’unico compito di contenere la persona con disabilità.
Noi siamo professionisti dell’apprendimento/insegnamento e tali dobbiamo rimanere, senza confonderci con altre figure che già intervengono, con ruolo diverso e non solo a scuola, nel Progetto di Vita dei ragazzi con disabilità [operatori socio sanitari (OSS), Assistenti per l’Autonomia e la Comunicazione (ASACOM), assistenti Educativi Culturali (AEC)].
Chiediamo infine, gentilmente, un appuntamento in sede ministeriale, per un confronto sulle tematiche di cui sopra.
Certi di un cortese riscontro, porgono
Distinti Saluti

Seguono firme
120 docenti/seminaristi + 40 associazioni

 

 

Partigiani della scuola Pubblica
Insegnanti calabresi
Associazione Nazionale ILLUMIN’ITALIA
Docenti per la scuola Statale Pubblica
Docenti campani
#Waterlooscuola
CO.GE.DE. Liguria (Comitato genitori democratici)
Associazione Nazionale Onlus “Per La Scuola della Repubblica” Roma
A s. I. S. ASSOCIAZIONE INSEGNANTI DI SOSTEGNO Associazione professionale istituita nel 1991 , Atto notarile, Rep. 9699, Rac. N. 4962, registrato a Reggio Calabria l’1.2.1991, n. 247, v.1
Associazione Scuola Daneo – Sal. Concezione 2 – 16124 Genova
Azione civile Area Scuola
Mondo disabile
Coordinamento SOS Scuola Genova
Associazione Bal.ga.sar. (Baliano, Garaventa,Sarzano) – Genova
Comitato LIP Vicenza per la Difesa della Scuola pubblica
Comitato LIP Lamezia per la Difesa della Scuola pubblica
Coordinamento scuole Viterbo
La scuola dice no” di viterbo
“Associazione solidarietà cittadina” di Viterbo
Genitori tosti in tutti i posti Onlus (Verona)
Comitato bolognese Scuola e Costituzione
Comitato L’autismo parla – genitori di Palermo
Comitato disabilità Municipio X – Roma
Blindsight project ONLUS
ODS ( Osservatorio diritti scuola), Palermo
Professione insegnante
Associazione 20 novembre 1989
Comitato Genitori Co.Ge.Pace (prov. Monza Brianza)
Comitato 8000 esiliati FASE B GAE
Insegnanti di Sostegno
Anaca Associazione Nazionale Assistenti alla Comunicazione ed Autonomia. Presidente Dott.ssa Elisa Artosi.
Associazione onlus di genitori alunni sordi IL SENTIERO DORATO. Presidente Manola Scimionato.
Cooperativa sociale integrata Una mano tira l’altra. Presidente Emanuela Monti
Movimento nazionale docenti specializzati 2 Gi
Unione docenti di sostegno in via di estinzione
Coordinamento nazionale del Personale educativo
Scuola, tutti uniti per resistere
Referendum abrogativo scuola – Comitato nazionale leaders
comitati nazionali “leadership alla scuola”
Docenti fase ZERO e A
Aca Sicilia, Assistenti Autonomia e Comunicazione

Pervenute successivamente perchè la contestazione si allarga:
A.Ge. Roma Capitale
Rete spontanea genitori “Immischiati A Scuola”
Happy time infernetto Onlus
Docenti consapevoli
Associazione La chiocciolina
Gruppo No Invalsi Roma
Associazione autismo (Roma) “I mille colori dell’albero della vita” .
Presidente Gianni Puglia

Da partigianidellascuolapubblica.org

Tra Ionio e Tirreno, poco spazio per i migranti in Calabria

Decimo report multimediale degli attivisti di Overthefortress in viaggio nel sud Italia, dal sito meltingpot.org.

Benvenuti cari ascoltatori a Radio NoBorder!”. Inizia così la trasmissione radio che abbiamo condotto durante un sabato pomeriggio nel Residence degli Ulivi a Falerna. Ci troviamo all’interno di un ex centro d’accoglienza che nel 2013 chiuse i battenti in seguito ad un’ordinanza di inagibilità del sindaco. I 200 migranti che allora erano presenti decisero di non lasciare quella che alcuni di loro erano arrivati a chiamare casa. Iniziò così un’interessante esperienza di occupazione e autogestione dello spazio, ovvero 4 stabili con grandi stanzoni e piccoli appartamenti.
Al momento della nostra visita vivono circa 150 persone, poche donne e qualche bambino, la maggior parte sono uomini che si spostano qui per lavorare nei campi di cipolle. Molti non hanno i documenti in regola, la colpa è soprattutto legata ai lunghissimi tempi della questura per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Inoltre, l’amministrazione comunale ha deciso di sgomberare l’area e i migranti lo sanno, aspettano. Noi decidiamo di trascorrere un pomeriggio con loro, in compagnia della loro musica e la nostra radio.
Dieci giorni dopo, il 6 dicembre, Adam ci invia alcune foto in cui si vedono numerose forze dell’ordine assieme ai vigili del fuoco. Lo sgombero è arrivato, senza nessuna soluzione alternativa.. La legalità che tanto interessa allo sciacallaggio politico è ripristinata e le persone tornano in strada.

Lamezia Terme

Facciamo tappa a Lamezia Terme, dove incontriamo Santino Piccoli di AltraLamezia, e un ragazzo gambiano di 27 anni che ci chiede l’anonimato, lo chiameremo Oscar. Ci raccontano della Malgrado Tutto, una cooperativa sociale che per anni ha gestito il CPT considerato tra i peggiori d’Italia e che ora nella stessa struttura ospita un CAS. Le condizione indegne riportate all’interno fanno rabbrividire. Non solo non c’è nessun programma d’integrazione, nessuna attività d’istruzione o di supporto legale, ma anche l’ubicazione del centro e l’assenza di collegamenti con la città rappresentano un grosso limite, basti pensare che l’autobus più vicino è a 5 chilometri.
La situazione dentro al centro è insostenibile. Una capienza disponibile di circa 90 persone che però ha raggiunto le 250 presenze in primavera. Vi sono solamente tre bagni e due docce, non c’è né acqua calda né alcun tipo di riscaldamento. I richiedenti asilo ospitati avevano comprato con i propri risparmi una piccola stufa elettrica, ma appena veniva collegata saltava la luce.
Ecco dove viveva Oscar fino a poco tempo fa. E’ proprio lui che ci illustra minuziosamente le condizioni del centro d’accoglienza e che insieme ad altri ospiti ha voluto alzare la voce contro la Malgrado Tutto. Si sono organizzati e hanno organizzato diverse proteste.
La prima nell’aprile del 2015 richiedeva servizi di orientamento legale, del cibo dignitoso e la possibilità di avere vestiti per cambiarsi. Purtroppo non è servita, il miglioramento promesso non si è visto e così nel 2016 nuovamente si è tenuta una protesta degli ospiti del centro che hanno bloccato la strada di fronte al commissariato di polizia.
Sono rimasti cinque giorni a dormire per strada mantenendo il picchetto supportati dagli attivisti locali, hanno deciso di abbandonarlo solo con l’istituzione di un osservatorio permanente formato dagli attivisti stessi. In questo momento si contano ancora 153 ospiti nella struttura, l’appalto per quel centro non è stato riconfermato alla Malgrado Tutto e verrà chiuso per esaurimento: non verranno accettati nuovi ospiti e una volta trasferiti tutti i presenti le porte si chiuderanno.

Crotone

Dalla sponda tirrenica a quella ionica, un’altra tappa importante del viaggio di overthefortress è la città di Crotone, in particolar modo la zona di confine tra questa e il comune limitrofo di Isola Capo Rizzuto. Di fronte all’aeroporto nazionale Sant’Anna si estende un’enorme area recintata da filo spinato. L’area in questione ospitava in diverse caserme l’aeronautica militare italiana, adesso quelle stesse caserme sono state riadattate a CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo). L’ingresso della struttura si apre sulla strada statale 106, una strada molto trafficata dove negli anni scorsi si sono verificati diversi incidenti che vedevano coinvolti gli ospiti del CARA Sant’Anna. Dopo la morte di 10 persone l’amministrazione comunale ha costruito una via pedonale che permette ai migranti di raggiungere la fermata dell’autobus per Crotone.
Incontriamo Leonardo Torchia, Fabio Riganello e Filippo Sestito del movimento antirazzista di Crotone i quali ci raccontano la storia dell’ennesimo non-luogo che troviamo nel nostro viaggio. L’accoglienza dei migranti a Crotone inizia quasi vent’anni fa con le grandi migrazioni dai Balcani, in particolar modo con i cittadini kosovari. Il nome e la classificazione di questo centro è cambiata negli anni, da CPA a CIE ora a CARA, ma ha sempre presentato una situazione di disorganizzazione e sovraffollamento. A fronte dei 900 posti ufficiali è arrivato in alcuni periodi ad ospitare fino a 2.000 persone, facendo conoscere questo non-luogo come il più grande d’Europa fino all’apertura del CARA di Mineo.
Le persone accolte in questo momento provengono per la maggior parte da Eritrea, Gambia, Nigeria, Pakistan e Afganistan; molti uomini, donne e famiglie aspettano da più di un anno il ricollocamento o il ricongiungimento familiare. Ci dicono che solitamente non sono presenti minori non accompagnati, anche se in passato, occasionalmente, sono transitati dal centro.
La gestione del Sant’Anna è affidata alla Confraternita delle Misericordie di Crotone, la quale è sotto osservazione da quasi 12 anni per il suo pessimo e lucrativo operato. La Misericordia di Isola Capo Rizzuto gestisce anche il centro d’accoglienza di Lampedusa. E’ chiaro che anche in questo caso c’è chi ha imparato a guadagnare molti soldi sulla pelle dei migranti. Infatti è difficile credere che i famosi 30-35 euro al giorno siano spesi per migliorare le condizioni del campo o fornire servizi agli ospiti; le segnalazioni che escono dal centro fanno emergere che sicuramente non vengono spesi per il vestiario, né per i corsi di alfabetizzazione, né per dare un confortevole alloggio (fino a poco tempo fa vivevano dalle 10 alle 12 persone in ogni container, ora vivono in moduli abitativi da 4 persone) e ben che meno per il pocket money. Come a Mineo infatti anche qui i migranti ricevono saltuariamente pochissimi euro da spendere esclusivamente all’interno del campo o addirittura non ricevono nulla.
Queste testimonianze non provengono solo dagli attivisti che abbiamo intervistato, ma anche da diversi migranti con i quali abbiamo parlato alla stazione di Crotone. Molti indossano ancora le infradito ricevute durante lo sbarco, non hanno vestiti invernali e il cibo che ricevono non è sufficiente.
La stazione di Crotone versa da alcuni anni in una situazione difficile, tra i treni fermi e abbandonati c’è un vero e proprio ghetto che saltuariamente si popola. Dal momento in cui un migrante chiede protezione presso la questura di Crotone è poi obbligato a tornare qui per il rinnovo del permesso di soggiorno, lo stesso per coloro che vengono “dublinati” dai Paesi del nord d’Europa. I tempi della questura per le pratiche burocratiche sono biblici e le persone nel frattempo sono costrette a trovare un luogo dove stare. Inoltre anche a Crotone da circa tre mesi la questura richiede il passaporto come requisito per il rinnovo del permesso di soggiorno. Una pratica scorretta che, come abbiamo già visto a Palermo, risulta essere estremamente limitante, se non impossibile.
Filippo Sestito ci racconta che fino a 10 anni fa le persone non potevano uscire dal centro, poi grazie alla commissione De Mistura, che svolse indagini sulle condizioni dei CIE in Italia, le regole cambiarono.
Nonostante il cambiamento i migranti del CARA di Crotone sono ancora “rinchiusi” all’interno di quel filo spinato, aspettando qualcosa che non sanno neanche di cosa si tratti. Nessuno di loro dimostra di avere delle informazioni sul proprio stato legale-giuridico e nonostante la commissione che valuta le loro richieste di protezione internazionale si trovi all’interno del campo, fatto decisamente anomalo rispetto al resto d’Italia, i tempi di attesa sono comunque lunghissimi.
Seppur non informati adeguatamente verso la nostra legislatura, i richiedenti asilo non si sentono “schiavi del sistema”, ma sono stati in grado di organizzare numerose proteste per richiedere migliori condizioni ed i documenti. Proteste che però, come spesso accade, trovano la solita indifferenza mediatica.

Cosenza

Equipe Multidisciplinare per l’emersione, la diagnosi e la presa in carico dei richiedenti e titolari di protezione internazionale vittime di tortura: un nome lungo, ma sicuramente molto chiaro. L’associazione “la Kasbah” di Cosenza ci apre le porte per mostrarci il loro lavoro e in particolare questo progetto.

Nasce dall’incontro con il CIAC Onlus di Parma e punta tramite ad un’equipe multidisciplinare al supporto psicologico e fisico delle vittime di tortura” ci dice Emilia Korea, membro dell’associazione e attivista.
L’equipe è formata da psichiatri, psicologici, un medico legale, medici di medicina generale e tre mediatori. Grazie al coinvolgimento dell’Azienda Sanitaria Provinciale l’equipe si trasferisce a turni dall’ospedale di Cosenza, facendo rientrare il lavoro d’equipe nelle proprie ore lavorative. La presa in carico delle persone prevede dei colloqui per fare emergere i traumi al fine di organizzare una possibile terapia, che viene successivamente strutturata con incontri settimanali. Il percorso di riabilitazione nella maggior parte dei casi è psicologico, ma capita che il trauma sia anche fisico e che sia quindi necessario ricorrere ad un intervento chirurgico. Dalla sua creazione l’Equipe ha assistito più di 180 persone provenienti da diversi centri (CAS e SPRAR) o anche dalla strada. L’obiettivo finale è quello di far sentire il paziente una persona e non più una vittima. Allo stesso tempo il gruppo di lavoro consegna delle certificazioni medico-legali che saranno poi consegnate alla Commissione territoriale.
Emilia ci dice che spesso queste risultano prove molto importanti in Tribunale qualora ci fosse un diniego della Commissione alla richiesta d’asilo. Questo lavoro ha infatti aiutato diverse persone ad ottenere lo status di rifugiato o altri tipi di protezione.
L’importanza che riveste questo progetto a livello nazionale è stato documentata tempo fa da Melting Pot con l’articolo di Andrea Panico, al quale rimandiamo per ulteriori approfondimenti.
Della stessa associazione “la Kasbah” fa parte Franco Cirino, il quale ci raggiunge per raccontarci dello sportello legale. Un operatore legale, tre mediatori e alcuni avvocati aprono, tutte le mattine e anche diversi pomeriggi, uno spazio dedicato ai migranti che necessitano di assistenza legale. Chi tra loro non conosce questa possibilità è costretto a rivolgersi ad altri avvocati, messi a disposizione dai centri d’accoglienza, i quali però chiedono cifre esorbitanti, 1000-1500 € per un qualsiasi ricorso.
Lo sportello legale nasce diversi anni fa come spazio d’ascolto e all’epoca lavorava soprattutto con persone provenienti dalle Filippine o con le cosiddette badanti dell’Est Europa.
Franco e i suoi colleghi affrontano qualsiasi tipo di problematica legale: allo sportello si rivolgono da migranti senza accesso all’accoglienza e che non conoscono minimamente i loro diritti, a coloro che non hanno mai compilato il modulo C3 né ricevuto alcuna informazione legale.
“Oltre a questo facciamo un grande lavoro di preparazione alla Commissione territoriale”, ci racconta Franco, “ora rientriamo nella competenza di Reggio Calabria e i dinieghi sono diminuiti, ma quando facevamo riferimento al CARA di Crotone era un disastro”. Tanti problemi sono causati dalla tempistica, come abbiamo visto anche in altre zone d’Italia, questo secondo Franco è dato dall’inadeguatezza del personale della questura, il quale ha lo stesso organico del 2006. E’ chiaro che con l’aumento del lavoro in termini di tempo, dovrebbero aumentare anche i funzionari che si occupano di tali pratiche. In questo periodo la questura di Cosenza lavora esclusivamente sui moduli C3 e non rilascia permessi di soggiorno da diversi mesi.
“Secondo me bisognerebbe evitare di tirarla in causa, è più giusto pensare che un lavoro di questo tipo possa essere affidato alla grande area dell’assistenza sociale piuttosto che alla polizia”.
Altro aspetto non meno importante è il lavoro di monitoraggio che alcuni attivisti di Cosenza, tra cui la stessa Emilia Corea, svolgono in collaborazione con la Campagna LasciateCIEntrare in questo territorio. Monitorano costantemente i circa 40 CAS presenti in provincia di Cosenza. Ci rattrista ma non ci stupisce ascoltare tante irregolarità e violazioni dei diritti che abbiamo già visto altrove: persone con ancora gli stessi vestiti consegnati allo sbarco. Nelle loro visite hanno conosciuto persone che nonostante l’inverno incombente hanno ai piedi nient’altro che infradito, pure spaiate.
Assieme ad una scarsa attenzione al benessere materiale dei migranti, nei loro report raccontano l’assenza di assistenza legale o sanitaria. Sono pochissimi i migranti iscritti al SSN e chi possiede il codice STP riceve una scarsa assistenza.
Tra aprile e maggio 2016 sono state diverse le attività di denuncia che sono state portate avanti. Una delle quali è stata a carico della Malgrado Tutto, l’ente gestore del CAS di Lamezia Terme, che come abbiamo detto sarà presto chiuso.
Ci teniamo a sottolineare che le storie che riportiamo non sono complete, non sono esaustive, né sufficienti per descrivere la vera storia di queste persone. Quello che accade nei centri d’accoglienza, a prescindere dalla provincia o città nella quale si trovino, è una costante ed enorme violazione del Diritto. Sono gli stessi Diritti Umani ad essere spazzati via.
Crediamo che le condizioni di vita che vengono offerte in questi centri siano una vergogna ed è proprio all’interno di essi che troviamo la vera emergenza, non certo nell’immigrazione, ma nel sistema d’accoglienza. Non possiamo che essere grati a coloro che incessantemente continuano a portare avanti da moltissimi anni attività di denuncia e di lotta contro questo sistema marcio e lucrativo. Solo così è possibile far emergere la storia migratoria e di vita delle persone accolte, e ridare a loro diritti e dignità.

Referendum costituzionale: il vero vincitore è il No sociale!

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Sgomberato il Residence degli Ulivi di Falerna

sgombero04All’alba di ieri mattina, il paventato sgombero dei migranti alloggiati presso il Residence degli Ulivi a Falerna, ha avuto inizio. Un ingente spiegamento di forze dell’ordine ha fatto irruzione alle 7:00 all’interno delle abitazioni dei profughi. Al nostro arrivo abbiamo trovato la maggior parte dei migranti fermi all’ingresso del residence, i pochi bagagli in mano, le facce esterrefatte, un futuro immediato di incertezza ancora più angosciante di ieri. Non hanno dato loro nemmeno la possibilità di consumare l’ultima colazione all’interno di quella che negli ultimi quattro anni è stata la loro casa, nessun briciolo di umanità nei confronti di centinaia di persone che da stasera si ritroveranno a vagare per le strade di Falerna in cerca di un angolo di strada dove passare la notte. Niente, non interessa a nessuno capire chi ci si trova davanti e quale sia il suo vissuto: l’importante è risolvere quello che sembra il più grande problema della cittadina tirrenica. Lo sgombero, avvenuto senza che le persone ospitate all’interno degli stabili siano state formalmente informate delle operazioni (con notifica tradotta in lingua), e/o preventivamente coinvolte in una consultazione genuina, così come prescritto dal diritto internazionale in materia di sgomberi, viene effettuato, quindi, senza assistenti sociali, senza mediatori culturali e senza i servizi sociali del comune. Eppure, ad eccezione del proprietario dello stabile, ci sono tutti gli attori della vicenda di Falerna: il sindaco, tronfio per l’avvento del “grande” giorno; i responsabili del Consorzio “Calabria Accoglie”, sorridenti e alteri a coadiuvare il lavoro delle forze dell’ordine e a fare “la conta dei danni”. Dall’altra parte loro, gli “invisibili” di Falerna. Immobili accanto alle biciclette utilizzate per andare a lavorare, ogni mattina, nelle campagne circostanti, a guardare le ultime cose rimaste e gli strumenti da sempre adoperati per il lavoro volare giù dai balconi dei fabbricati.
Un uomo urla davanti al sindaco, chiede ripetutamente di poter mangiare, ci mostra i referti del pronto soccorso, ci riferisce di un problema allo stomaco. Un altro si inginocchia a terra in lacrime, ci chiede: “Che ne sarà di noi? Fa freddo, non possiamo restare all’aperto, vi indignerete solo quando saprete che gli africani del residence degli ulivi sono morti per strada?” Avevamo tentato, nelle settimane scorse, in seguito all’emanazione dell’ordinanza di sgombero, di trovare un compromesso con il sindaco.
Avevamo chiesto e ottenuto un incontro con lo stesso al fine di evitare l’ennesimo atto amministrativo che non si preoccupa della gestione del bene comune e della tutela dei diritti, ma risponde in maniera ottusa e repressiva ad una situazione già delicata.
Il 18 febbraio 2013 con una circolare del Ministero dell’Interno si decideva la fine dell’“Emergenza Nordafrica”. Con tale atto numerosi centri d’accoglienza venivano chiusi buttando per strada migliaia di migranti.
Nel caso del Residence degli Ulivi di Falerna però, andato via il consorzio di cooperative “Calabria Accoglie” (Soc. Coop. Il Delfino e Consorzio Promidea) che gestiva la struttura, tra rimpalli di responsabilità tra le autorità e un contenzioso civile tra il proprietario della struttura e lo stesso consorzio “Calabria Accoglie”, i migranti erano rimasti all’interno dell’ex centro dando vita ad un’importante forma di autogestione e solidarietà, fino alla recente ordinanza di sgombero.
All’incontro eravamo giunti chiedendo una proroga necessaria ad effettuare un censimento, indispensabile per verificare le condizioni degli ospiti e per potere individuare per ognuno di essi la soluzione più appropriata, dando anche la nostra disponibilità in attività che potessero essere risolutive della situazione.
Nel centro infatti vivevano famiglie con minori, malati, numerosi migranti regolari in attesa del semplice rinnovo del permesso, lavoratori delle campagne. Eravamo consapevoli che uno sgombero immediato avrebbe avuto come unica conseguenza il semplice spostamento di quello che viene individuato oggi dall’amministrazione come un problema. È lecito pensare, di fatto, che smantellato il campo senza alcuna altra soluzione abitativa, se ne crei subito un altro.
Non solo quindi una scelta discutibile da un punto di vista sociale ed umano, ma un atto poco lungimirante ed intelligente anche per il più spietato dei burocrati.
Tuttavia il Sindaco non curante di tutto ciò aveva espresso la sua immediata volontà di sgombero. Sgomberare subito, sgomberare a qualsiasi costo, questo il sunto del suo pensiero!
A suo dire, il campo di Falerna rappresentava un porto franco di illegalità; di fatto l’apertura del centro sarebbe corrisposta all’arrivo della delinquenza a Falerna.
In un delirio salviniano ci aveva raccontato di “commercianti costretti a chiudere per i migranti che fanno il bagno a mare”, di imprenditori che “giustamente” offrono paghe minori ai lavoratori stranieri i quali, però, accettandolo rubano il lavoro agli italiani; italiani brava gente che per la conseguente perdita del lavoro causato dal “furto” da parte dei migranti, vanno fuori di testa e “picchiano giustamente” la moglie.
Tutti i mali del mondo, dunque, racchiusi in questo centro, e sgomberandolo si sarebbe posta fine a tutti i problemi che affliggono Falerna.
È curioso pensare che un tale disastro sia stato generato in un centro dove per anni le cooperative interessate avrebbero invece, sempre a suo dire, svolto un eccellente lavoro.
È chiaro che ancora una volta i migranti, soggetti deboli di questa vicenda di speculazione economica prima e sciacallaggio politico adesso, sono gli unici a farne le spese.
Mentre ancora una volta la politica decide di essere cieca e ingiusta, mossa da deliri di onnipotenza e personalismi, svuotata dal suo più nobile significato, è ovvio che non possiamo restare in silenzio.
Tutte le autorità coinvolte nello sgombero dovranno assumersi le responsabilità e le conseguenze che da tale atto deriveranno.

Altra Lamezia
Associazione La Kasbah
Associazione Garibaldi 101
Campagna LasciateCIEntrare
Collettivo Autogestito Casarossa40
Co.S.Mi. – Comitato Solidarietà Migranti – Reggio Calabria
Federazione provinciale Usb – Unione Sindacale di Base
Movimento Ambientalista del Tirreno
S.P.A. Arrow

 

Le voci degli invisibili di Falerna

La diretta di Radio No Border dal “Residence degli Ulivi” sotto minaccia di sgombero, dal sito meltingpot.org.

Da quando nel 2013, il “Residence degli Ulivi” di Falerna (CZ), chiude i battenti come “centro di accoglienza” e viene dichiarato inagibile da un’ordinanza municipale, i circa 200 migranti che ci vivevano hanno trasformato questa situazione di accoglienza indegna in un’esperienza di occupazione ed autogestione dello spazio.
A pochi giorni dal minacciato sgombero (sabato 26 novembre 2016) abbiamo raggiunto con il camper di #overthefortress e Radio Noborder questo luogo per dare voce ai propri abitanti dimenticati da tutti che non chiedono altro che poter vivere in una condizione decorosa che non insulti la dignità umana e che tenga in considerazione le problematiche sanitarie e sociali delle quali queste persone sono affette.
Durante questa diretta, molti sono stati i migranti che si sono alternati al microfono per descrivere dal loro punto di vista questa situazione e per chiedere, se non l’annullamento, almeno una deroga sullo sgombero per poter passare l’inverno con un tetto sulla testa piuttosto che in mezzo ad una strada.

L’audio può essere ascoltato su RadioNoBorder.net