Le voci degli invisibili di Falerna

La diretta di Radio No Border dal “Residence degli Ulivi” sotto minaccia di sgombero, dal sito meltingpot.org.

Da quando nel 2013, il “Residence degli Ulivi” di Falerna (CZ), chiude i battenti come “centro di accoglienza” e viene dichiarato inagibile da un’ordinanza municipale, i circa 200 migranti che ci vivevano hanno trasformato questa situazione di accoglienza indegna in un’esperienza di occupazione ed autogestione dello spazio.
A pochi giorni dal minacciato sgombero (sabato 26 novembre 2016) abbiamo raggiunto con il camper di #overthefortress e Radio Noborder questo luogo per dare voce ai propri abitanti dimenticati da tutti che non chiedono altro che poter vivere in una condizione decorosa che non insulti la dignità umana e che tenga in considerazione le problematiche sanitarie e sociali delle quali queste persone sono affette.
Durante questa diretta, molti sono stati i migranti che si sono alternati al microfono per descrivere dal loro punto di vista questa situazione e per chiedere, se non l’annullamento, almeno una deroga sullo sgombero per poter passare l’inverno con un tetto sulla testa piuttosto che in mezzo ad una strada.

L’audio può essere ascoltato su RadioNoBorder.net

La piazza del Popolo… del NO!

corteo1Siamo in una fase di passaggio: dentro l’apparente immobilità, una costellazione di forze storiche svanisce repentina. Ma gli spazi che qui si aprono indicano dei “vuoti” che non rimarranno tali a lungo. La possibilità di una scommessa politica sul presente si misura proprio nello spingersi verso questi terreni aperti e non sondati, o sospettati come sotto controllo nemico.
Contro la storia recente dei tradimenti subiti da chi in questo paese ha serbato fiducia nel cambiamento, abbiamo comunque creduto da principio, tra altri, che una possibilità contro l’arroganza neoliberale incarnata dal renzismo si sarebbe aperta sullo scontro referendario e che qui ci sia un luogo che si può trasformare in un’occasione per lo scontro sociale in questo paese.
Lo sforzo che abbiamo messo nel percorso di questo autunno opera in tante direzioni, e anche contro la sfiducia di chi si è visto scippare ad esempio la vittoria al referendum sull’acqua affermando che, anche passando per un referendum, possiamo ancora dire no e attrezzarci per farlo pesare.
Qui non si tratta di rinnovare una storia naufragata, quanto piuttosto di far spazio ad altro… a un popolo che passa per un No.
Battere la sfiducia, ribaltare una cultura della sconfitta e della rassegnazione, è questo quanto suggerisce la soggettività che è scesa in piazza oggi a Roma: lontano dall’universo stanco dei reduci delle sconfitte passate ma imparentato con uno spirito di battaglia mai sopito, non perimetrabile attorno a chi già lotta, decisamente di innesco per una platea sociale che osserva in cerca di un suo spazio per rigettare la promessa neoliberale e costruirne una nuova… di rottura irrinunciabile.
Il governo della crisi ha inasprito le forme autocratiche della politica, ritiratasi da interi dominii della vita sociale. Le praterie che si presentano ricche e come fertili terreni per nuovi linguaggi e forme dell’organizzazione sociale-contro, non restano tali per sempre: o si seccano, ritirandosi nelle forme nichilistiche dell’autodistruzione, o vengono colonizzate dalle strategie nemiche della frammentazione: rancore, razzismo, impotenza.
Confrontarsi con questi territori sociali significa sfidare e domare queste pulsioni e proporre uno scontro possibile per riorientarle. Ciò significa anche accettare che tutto ciò possa passare per l’uso di simboli di un mondo che non c’è più ma che continua a parlare al presente: la democrazia, la Costituzione antifascista del ’48, il diritto di decidere. Ereditare, trasformare, organizzare un possibile. In fondo, anche per questo, basta un No e per questo occorre passare.
E’ il nostro tempo inattuale.
Il terreno di questa scommessa è stato (e continuerà ad essere) impervio e dissestato, pieno di contraddizioni all’immagine di ciò che si muove in basso. E proprio per questo ci interessa. La battaglia tra il SI e il NO ha tagliato trasversalmente la società, rimodulando le linee di scontro, oltrepassando gli steccati destra/sinistra, scavando nelle contraddizioni e ci ha obbligato a confrontarci con l’insufficienza delle nostre stesse categorie politiche.
Lo spirito con cui ci siamo mossi in questa partita non è stato quello di tentare un’incosistente e velleitaria egemonia sulla totalità, ma di alludere a una contrapposizione materiale a quelli del SI. E’ d’altronde solo attraverso il conflitto e la sua parzialità che quello che viene definito come “blocco populista”, “accozzaglia”, può diventare terreno di possibilità.
In questo autunno Renzi e i suoi ministri hanno trovato una contestazione in ogni città. Il premier s’immaginava il referendum come una liscia passerella in cui spacciare il balsamo riformatore… ha dovuto affrontare una via crucis culminata alla stazione Leopolda, giornata in cui migliaia di persone hanno rifiutato l’arroganza del Partito trasversale del SI tentando di raggiungere la kermesse simbolo del renzismo.
Oggi a Roma, con pochi riferimenti fissi, abbiamo vissuto in decine di migliaia con il cuore pieno di coraggio e fiducia una giornata di mobilitazione che prima di tutto è stata in grado di restituirci una indicazione precisa: esiste – ora più che ancora – una buona impazienza che si sta diffondendo nel paese. Si tratta di un dato non recuperato dalle strategie di governo, normalizzazione e accelerazione della violenza neoliberale. Qui la variabile che ne può minacciare la stabilità.
Un popolo del No che oggi si è generalizzato a partire dai tanti No sinora espressisi contro il governo Renzi. Una piazza dal forte protagonismo giovanile e migrante, quello di chi non puo esprimersi nelle urne, aperta su un necessario divenire.
Una piazza scientificamente oscurata prima, durante e dopo da tutti i media (in primis quelli “di sinistra”), intimoriti dall’oggettiva rottura del canovaccio referendario scritto da Matteo Renzi: un fronte del NO che avrebbe dovuto essere rappresentato solo da vecchi parrucconi per far risplendere il premier rottamatore. Un copione spazzato via dalla promessa contenuta nel corteo di oggi.
Perchè una promessa è stata seminata per le strade di Roma quest’oggi riempiendo piazza del Popolo. Bisogna coltivarla fino al 4 dicembre e dal 5 dicembre farla fiorire. Ci saranno nemici che più che scrofe ferite si riveleranno comparse destinate ad abbandonare la scena, maschere che spariranno, altre che verranno… di una cosa siamo certi, tutto ciò passerà per uno scontro rispetto al quale chi è sceso in piazza oggi ha deciso di non essere espropriato, e chi dice No una volta difficilmente poi torna sui propri passi.
Da un lato l’apertura a quanto di nuovo può prodursi nell’immediato post-referendum. Dall’altro la necessità di intensificare e aumentare i volumi confittuali. Dentro questa oscillazione si giocano le prossime settimane.
La piazza di oggi ha dato con le sue 50’000 anime un primo segnale; ed è da qui che dobbiamo ripartire all’insegna di una sperimentazione e di una irriducibilità le quali, verso e oltre il referendum, rimangono stelle polari del nostro agire.
Dal 5 dicembre riempiamo le piazze di tutta Italia perché questo NO non può più aspettare.
#céchidiceno

Da infoaut.org

Per approfondimenti

Non una di meno: volantinaggio in occasione del corteo nazionale

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C’è chi dice NO! Il 27 Novembre manifestazione nazionale a Roma

manifestono

A Falerna (CZ), ordinanza di sgombero per il “Residence degli Ulivi”: l’appello

Tre anni fa, una circolare emanata dal Ministero dell’Interno in data 18 febbraio 2013 decretava la chiusura di una stagione della vergogna, quella denominata “Emergenza Nordafrica”, un’emergenza creata a tavolino, costata oltre un miliardo di euro senza che riuscisse a garantire standard dignitosi di accoglienza e integrazione. Una gestione assolutamente fallimentare sotto tutti i fronti e che nei fatti si è tradotta, in un gigantesco business per quelle cooperative (ma anche per quegli imprenditori in fallimento) che dopo due anni di cattiva accoglienza all’interno di strutture alberghiere in disuso avevano letteralmente sbattuto le porte in faccia agli ospiti erogando loro una buona uscita di 500 euro e una pacca sulla spalla.
Chi ha seguito quei 20 mesi di accoglienza miserabile dei cosiddetti “profughi” della Libia aveva da tempo intuito che le conseguenze sarebbero state catastrofiche, in primis per i migranti ma anche per i territori su cui si sarebbero abbattuti gli effetti di una gestione emergenziale che anziché sviluppare le capacità e le risorse degli individui, le ha atrofizzate, conducendo troppe persone ad una condizione di fragilità, isolamento ed estraneità alla città. Ecco quindi che ci siamo ritrovati nella situazione in cui scongiuravamo di trovarci.
Per quanti erano in fuga dalla guerra e meritevoli di misure di accoglienza e tutela, la vera emergenza è proseguita all’indomani della chiusura della cd Emergenza Nord Africa. Migliaia di persone si erano, infatti, ritrovate da un giorno all’altro a dormire sui marciapiedi delle città, nelle sale di attesa delle stazioni ferroviarie o, nella maggior parte dei casi, convogliati nello sfruttamento del lavoro bracciantile nei campi del sud Italia o indirizzati verso il lavoro nero nelle città, per pochi spiccioli al giorno.
Singolare è il caso del “Residence degli Ulivi” a Falerna, dove all’indomani della chiusura di questa stagione di diritti negati, circa 200 “fantasmi” sono rimasti all’interno della struttura, abbandonati al loro destino di marginalità. Invisibili, in particolar modo alle istituzioni e alle cooperative del Consorzio “Calabria Accoglie” (Soc. Coop. Il Delfino e Soc. Coop. Promidea) che, intascati i soldi dell’Emergenza si sono defilate senza provvedere (come nella maggior parte dei casi) a garantire misure di inserimento socio-lavorativo a coloro che avevano preso in carico tramite un mandato istituzionale. Ingannati e abbandonati a loro stessi intanto gli “spettri vaganti” del Residence hanno cercato affannosamente di ridare forma alle loro esistenze all’interno di un paese che non ha offerto loro nessuna alternativa se non quella dello sfruttamento nelle campagne lametine.
Una storia che ha dell’incredibile!
Invisibili tra gli invisibili, tra le migliaia di schiavi delle campagne, nelle coltivazioni con 40° o sotto il freddo sferzante della stagione invernale, chini sui campi a raccogliere cipolle, olive o pomodori dietro un compenso di 2 euro l’ora, a percorrere una strada statale impervia e fatale in sella a biciclette, “ombre lunghe” che si riflettono su strade buie.
Invisibili per chi ha fatto finto di non vedere quanto accadeva in tutto questo tempo! Da anni, infatti, assistiamo disgustati ad un assurdo balletto di responsabilità che vengono puntualmente rimpallate tra il proprietario dello stabile, le cooperative del consorzio “Calabria Accoglie”, il sindaco della città di Falerna e la Prefettura di Catanzaro; un balletto fatto di continue minacce di sgombero ogni volta scongiurate solo grazie all’intervento degli attivisti cosentini e lametini.
Poi un bel giorno il Sindaco di Falerna emana un’ordinanza contingibile ed urgente di sgombero per inagibilità, sicurezza e problemi igienico sanitari dei fabbricati costituenti il “Residence degli Ulivi”, attraverso la quale ordina al “[…] proprietario dell’immobile: Turismo e Sviluppo S.p.a. nonché Eurolido S.r.l.” e “[…] ai rappresentanti legali del consorzio “Calabria Accoglie” costituito dalla cooperativa PROMIDEA nonché IL DELFINO, quale soggetto gestore dell’EMERGENZA NORD AFRICA, realizzato nel predetto complesso di fabbricati, lo sgombero immediato del fabbricato […], facendo fin d’ora presente che in difetto si provvederà con il ricorso alle forze dell’ordine”.
Eccola servita la soluzione che per lungo tempo in molti hanno atteso. In un solo gesto si risolveranno le tanto gravose questioni che fin dal loro arrivo nel 2011 le persone presenti nel residence hanno posto alla comunità: il sindaco non avrà più il problema della salvaguardia del “decoro urbano” della cittadina tirrenica, macchiato dalla presenza di così tanti migranti; le istituzioni preposte non dovranno più fingere “di non sapere e/o di non vedere”; le cooperative del consorzio Calabria Accoglie non dovranno più versare il canone mensile al proprietario dello stabile e potranno liberarsi definitivamente del pesante fardello dei migranti falernesi, da lungo tempo abbandonati al loro destino senza la benché minima remora o preoccupazione.
Noi abbiamo incontrato nuovamente quelle persone impaurite a cui le forze dell’ordine hanno intimato di lasciare la struttura entro venerdì 18 novembre, data in cui sarebbe previsto lo sgombero.
Abbiamo visto persone sofferenti, affette da quelle che vengono definite “malattie da disagio”. Ci siamo imbattuti in ragazzi con le dita mozzate, vittime di incidenti stradali accaduti durante i loro trasferimenti lungo la S.S.18 verso i luoghi di lavoro, verso le campagne di Campora S. Giovanni.
Abbiamo visto alcune delle 8 donne presenti nella struttura in stato di gravidanza, alcune con bambini in braccio. Abbiamo visto minori non accompagnati, sbarcati da poco in Italia: ragazzini cresciuti in fretta, tra le torture delle carceri libiche e le traversate in mare di navi cariche di morte. Abbiamo incontrato persone che cercano di sopravvivere e di far sopravvivere le loro famiglie accettando lavori di sfruttamento e piegandosi a qualsiasi condizione di lavoro e di sopravvivenza.
Ma, al netto delle responsabilità di tutti gli enti preposti per la totale indifferenza perpetrata nel corso degli anni nei confronti dei migranti di Falerna, e per l’evidente mancanza di progetti finalizzati a processi di vera inclusione, ci chiediamo quanto sia legittimo sgomberare uno stabile senza che le persone ospitate al suo interno siano state formalmente informate delle operazioni di cui sarebbero destinatarie (con notifica tradotta in lingua), e/o preventivamente coinvolte in una consultazione genuina, così come prescritto dal diritto internazionale in materia di sgomberi. Ci chiediamo il perché di tanta solerzia nell’eseguire un’ordinanza senza che siano trascorsi i 60 gg entro i quali poter effettuare “ricorso giurisdizionale presso il T.A.R. Calabria”.
In quello stabile ci sono uomini, donne e bambini la cui unica colpa è quella di aver trovato nella struttura del “Residence degli Ulivi” la loro ultima spiaggia. Uomini, donne e bambini che entro pochi giorni si ritroveranno a dormire per strada, al gelo, nei giacigli di fortuna delle stazioni. Ancora una volta, esposti all’umiliazione di essere rifiutati, allontanati, respinti.
Riconoscere gli errori fatti e modificare gli interventi in corso d’opera dovrebbe essere prerogativa delle istituzioni, ma così finora non è stato, e questa ordinanza ne è l’ultima conferma. Impiegare ogni risorsa dovrebbe essere chiaro interesse non solo delle istituzioni ma anche della cittadinanza tutta, nell’ottica di un investimento per l’inclusione che abbia l’obiettivo di costruire percorsi strategici contro la marginalità. Lo sgombero è il contrario di tutto ciò. È la negazione del riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone.
Per questo ci interessa capire come poter andare oltre questo fallimento, rifiutando l’idea che per le persone rimaste sia già segnato un destino di vita in strada ed esclusione, poco importa se a Rosarno o altrove.
Se scriviamo questo appello è infatti perché siamo convinti che da domani sia necessario agire diversamente, perché crediamo che non si possa accettare che queste persone paghino un prezzo maggiorato di un fallimento di cui non hanno nessuna colpa.
Per questo chiediamo un incontro urgente con la Prefettura e con il Comune al fine di scongiurare il ricorso all’uso della forza, laddove invece servono altri strumenti: quelli del dialogo, dell’assunzione di responsabilità, del riconoscimento dell’umanità reclusa ai margini delle nostre comunità.
Siamo consapevoli e convinti che uno sforzo in tal senso vada perseguito e siamo pronti a fare la nostra parte, come sempre, nell’interesse delle persone che conosciamo e alle quali abbiamo provato a restituire voce e solidarietà in tutti questi anni.
L’appello è aperto a ulteriori adesioni, per sottoscrizioni: info@lasciatecientrare.it

ADESIONI (in fase di aggiornamento)

Ass. La KasbahCPOA Rialzo, Ass. Garibaldi 101, LasciateCIEntrare, Collettivo Autonomo Altra Lamezia,  Collettivo Autogestito CASAROSSA40, Adif – Associazione Diritti e Frontiere, Claudio Dionesalvi (giornalista), Francesco Cirillo (scrittore), Maria Francesca D’Agostino (ricercatrice), Luca Mannarino (attivista), Maurizio Alfano (attivista), Francesco Formisani (attivista), Tullio Florio (attivista) 

 

Roma 12 novembre: contro sfruttamento e confini, uniti nelle lotte

È stata una grande giornata di lotta e di festa quella del 12 novembre a Roma: eravamo in migliaia in piazza, da tutta Italia e da tutto il mondo – portando le nostre rivendicazioni dalle campagne, dai magazzini della logistica, dalle occupazioni di case, dai centri d’accoglienza e dalle frontiere, dalle scuole e dalle università, dalle fabbriche e dalle periferie…Unite/i nel pretendere una mobilità senza confini e senza sfruttamento, abbiamo dimostrato la nostra forza nonostante la repressione, le intimidazioni e i divieti – in ultimo le ridicole e umilianti perquisizioni che hanno dovuto subire i lavoratori e le lavoratrici delle campagne in arrivo dal sud.
Le protagoniste e i protagonisti di questa giornata sono stati coloro che più di tutti subiscono il ricatto di un sistema fondato sullo sfruttamento, in cui il governo della mobilità gioca un ruolo centrale. Queste politiche agiscono secondo forme funzionali al profitto e ostacolano l’unione e l’organizzazione di chi le subisce. È la violenza del capitale a costringere milioni di persone a spostarsi o a impedire loro di farlo. La mobilitazione del 12 novembre, frutto di radicati percorsi di lotta in diversi territori, ha dimostrato che questa unione e questa organizzazione sono invece possibili e quantomai necessarie. Il corteo è terminato con un’assemblea a Piazza dell’Esquilino, animata e partecipata con interventi in diverse lingue, che hanno ribadito l’importanza di intrecciare le lotte e rafforzare le relazioni.
Quando gridiamo WE NEED YES, è perché pretendiamo il riconoscimento della nostra presenza in questo paese e in questo mondo. Abbiamo pagato prezzi altissimi, in termini di vite umane, lavoro ipersfruttato e pesanti limitazioni alla libertà, gli effetti di leggi criminali e abusi di ogni genere. Non si tratta di una questione da risolvere su basi umanitarie, in nome delle quali come sappiamo si compiono carneficine e torture: sul nostro lavoro e sulle nostre vite si basa una parte fondamentale dell’economia di questo paese.
La determinazione di chi porta avanti queste lotte è stata l’elemento decisivo per ottenere un incontro, che si è svolto durante la giornata di piazza, tra una delegazione e il Prefetto Mario Morcone, Capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero degli Interni. Lo stesso che qualche giorno fa definiva “cretinaggini” le testimonianze di torture operate dalla polizia europea e italiana del confine durante le procedure di identificazione. Morcone ha sfacciatamente rivendicato la sua dichiarazione anche durante l’incontro, davanti a braccianti che vivono nei ghetti di stato e richiedenti asilo imprigionati nel sistema dell'(in)accoglienza, insieme a rappresentanti del movimento di lotta per la casa, dei lavoratori della logistica e delle comunità immigrate che quotidianamente subiscono le violenze dell’apparato securitario di cui il Ministero è responsabile.
Ma l’arroganza del potere ha vacillato, se non altro a parole, di fronte all’evidenza delle rivendicazioni e delle denunce portate avanti con le nostre lotte, pagate a caro prezzo. È chiaro a tutti, anche a Morcone, che la risposta che vogliamo non sono provvedimenti di facciata utili a mantenere intatti gli interessi delle classi dominanti, come la “nuova” legge sul caporalato, i campi di lavoro o l’apparato dell’accoglienza. Aspettiamo gesti concreti che seguano alle ammissioni e alle promesse del massimo amministratore dell’immigrazione in Italia. Ai lavoratori e alle lavoratrici delle campagne, in mobilitazione da più di un anno, deve essere riconosciuto il permesso di soggiorno, e sono le associazioni di categoria a doversi far carico del loro alloggio, non il Ministero dell’Interno né le associazioni del terzo settore. Lo ribadiremo davanti ai rappresentanti dei ministeri di lavoro e agricoltura, e delle associazioni dei produttori agricoli, che Morcone si è impegnato a convocare entro il mese di dicembre. Pretendiamo che le Questure, le amministrazioni pubbliche e tutti i soggetti implicati nella gestione dei confini cessino immediatamente gli innumerevoli abusi quotidiani, che operano ai danni di centinaia di migliaia di persone. Di questo il Ministero si deve assumere la responsabilità, come ha promesso in fase di incontro.
Per tutti e tutte, vogliamo permesso di soggiorno senza limitazioni né ricatti, residenza, assistenza sanitaria, casa, istruzione e un salario equo. Combattiamo attivamente tutte le forme di confinamento e repressione: i CIE, gli hotspot, i centri di vario genere, la gestione militare del confine, gli sfratti e gli sgomberi, gli arresti e le denunce. Lo abbiamo detto in questa giornata, unendo la nostra voce alla piazza di Firenze che contestava chi come Salvini istiga all’odio e alle divisioni, e continueremo a farlo ogni giorno nelle città, nei ghetti, nelle periferie, sui luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università. Denunceremo con sempre più forza qualsiasi abuso e ingiustizia, continuando a lottare per smantellare pezzo dopo pezzo il sistema dello sfruttamento in tutte le sue forme, consapevoli che solo unite/i si vince.

Da campagneinlotta.org

Roma 12 novembre: manifestazione nazionale contro il regime di controllo della mobilità e contro lo sfruttamento

Il 12 novembre una grande manifestazione attraverserà le strade della città di Roma. In quella giornata, provenienti da tutta Italia, porteremo le rivendicazioni di chi, nonostante subisca le più pesanti forme di segregazione e sfruttamento, porta avanti le sue lotte coraggiosamente: saranno le rivendicazioni dei braccianti della provincia di Foggia e della Piana di Gioia Tauro, dei facchini della logistica di tutta Italia, degli occupanti casa che hanno risposto con la riappropriazione all’assenza di un tetto, dei migranti in transito respinti alle frontiere, insieme a tutte quelle realtà politiche e sociali che si battono contro le politiche di precarizzazione e controllo della mobilità delle persone, nelle metropoli e nelle periferie. Sarà una mobilitazione guidata e promossa da quei soggetti per i quali l’unica possibilità di agire un cambiamento passa attraverso le lotte, sia perché strutturalmente esclusi dai diritti di cittadinanza, come nel caso dei migranti, sia perché convinti che quegli stessi diritti sono svuotati di ogni significato e di ogni potenziale di trasformazione politica reale.
L’attuale regime di controllo della mobilità è un meccanismo che produce irregolarità ed esclusione, e colpisce soggetti diversi: chi arriva da altri continenti, ma anche i migranti europei e i cittadini italiani. Da decenni, le leggi sull’immigrazione (Turco-Napolitano prima e Bossi-Fini poi) creano precarietà, ricattabilità e morte, aizzando la guerra tra poveri, insieme a politiche securitarie di militarizzazione dei confini che passano attraverso respingimenti, deportazioni, detenzione e torture, negazione del diritto d’asilo e un sistema d’accoglienza fondato sul profitto e la segregazione. Non saranno i maggiori controlli e una restrizione ai confini a risolvere la crisi migratoria creata dalle guerre che si moltiplicano a livello globale. Solo smantellando l’attuale governo delle migrazioni e della mobilità è possibile sanare la posizione di migliaia di persone che vivono in Italia da anni, e senza permesso di soggiorno sono costretti ad un regime di sfruttamento ancora più forte. D’altra parte, è necessario garantire a tutte e tutti, a prescindere dalla provenienza e dalla condizione, l’accesso alla residenza e alle prestazioni e tutele correlate. Gli occupanti casa, come chi vive in abitazioni di fortuna, in baraccopoli o case abbandonate, per strada, sono spesso esclusi da queste garanzie.”
Per questo il 12 novembre abbiamo richiesto ufficialmente un incontro con i rappresentanti del Ministero dell’Interno, per denunciare le irregolarità perpetrate dalle questure e dai comuni di tutta Italia, per chiedere una sanatoria per i lavoratori stranieri e l’accesso alla residenza ed ai servizi fondamentali ad essa collegati come sanità e istruzione. Le restrizioni della mobilità passano anche attraverso dispositivi come l’ordinanza prefettizia che vieta i cortei nel centro della città di Roma nei giorni feriali. La manifestazione sarà una denuncia dell’apparato securitario e repressivo, che limita fortemente la nostra mobilità e libertà, in tutte le sue forme.
Non è più possibile aspettare ancora: i braccianti che vengono dal sud Italia, così come tutti gli altri partecipanti alla manifestazione, hanno bisogno di una risposta immediata alle loro richieste.
Sabato 12 Novembre, concentramento alle 14:00 in Piazza di Porta San Giovanni.

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